Un pensiero al giorno

E io alle falde della montagna mi raggomitolo come Adamo nel cespuglio, con un libro in mano apro gli occhi su un mondo diverso da quello dove appunto stavo, perché io quando incomincio a leggere sto proprio altrove, sto nel testo, io mi meraviglio e devo colpevolmente ammettere di essere davvero stato in un sogno, in un mondo più bello, di essere stato nel cuore stesso della verità (Bohumil Hrabal)

venerdì 20 febbraio 2015

Un tempo smarrito

Tante volte mi è capitato di entrare in libreria per comprare un libro e di uscirne con in mano un altro. Spesso è la copertina che attira il mio sguardo, qualcosa nel titolo che riporta alla coscienza situazioni ed emozioni del passato.
“Un tempo smarrito” di Marie-Laure de Cazotte ha nel titolo la parola tempo.
Come madre di una persona autistica, il concetto di tempo è diverso dal sentire comune, è un tempo indefinito, dilatato, spesso angosciante, scandito da quattro eventi annuali: Carnevale, Estate, Halloween e Natale.
Il ritmo circadiano è anch’esso modificato, rappresentato dal soddisfacimento dei bisogni primari e quindi da colazione, pranzo e cena.
Perciò devo aver inconsciamente pensato che “tempo smarrito” mi appartenesse, che esprimesse le sensazioni suscitate dall’immagine di me allo specchio.
La storia è di quelle che possono interessarmi. Un potente e spietato uomo d’affari, una sorta di caterpillar delle emozioni, subisce un profondo shock dal tentativo di suicidio di una delle sue innumerevoli amanti e finisce in un ospedale psichiatrico.
L’impatto con la diversità e la malattia mentale in una miriadi di sfaccettature è un elemento dirompente per il suo delicato equilibrio. Per gran parte del libro aleggia un segreto riguardo la madre che il protagonista afferma inizialmente di non aver mai conosciuto. Questo, insieme ad una figura paterna totalmente diseducativa, sono alla base del suo comportamento nel pubblico come nel privato. Attorno a loro altre figure: la moglie che sopporta tutto, la figlia che lo disprezza e l’amica dell’infanzia che perde e ritrova nel finale.
La storia però non decolla come dovrebbe, i meandri dell’inconscio hanno spiegazioni approssimative che possono catturare l’attenzione della massa.
L’autrice è una critica d’arte e per quanto possa aver letto ed essersi appassionata all’argomento o possa aver amici tra gli psichiatri, non riesce a dare credibilità al racconto, perché le manca quel quid, frutto di almeno sei anni di studio della medicina.
Nella quarta di copertina si fa riferimento alla poesia come mezzo terapeutico per fare uscire il protagonista dal loop del suo passato. Al termine della lettura si capisce subito che il bellissimo saggio di Jung “Psicologia e poesia” non ha fatto parte del bagaglio culturale né dell’autrice, né tantomeno dell’editor.
Si può scrivere del disagio mentale, dei disturbi psichici reattivi se li abbiamo vissuti direttamente o di rimbalzo, ma soprattutto se si è letto tutto Dostoevskij, Schnitzler e Pirandello.