Un pensiero al giorno

La gente di ogni parte del mondo oggi cerca la soluzione del problema umano nel progresso scientifico, nel successo politico, professionale e nell'immediata soddisfazione dei bisogni e delle passioni. Accade perciò che, mentre ciascuno invano cerca di difendersi egoisticamente dal sacrificio e dal dolore, in realtà provoca situazioni di inaudita sofferenza a se stesso e agli altri. E' un assurdità, ma costituisce la logica comune. (Anna Maria Cànopi)

venerdì 30 ottobre 2020

L'amore che chiama

 Il libro della Madre Anna Maria Cànopi si colloca a pieno diritto in questo blog, anche se chiamarlo tuttaltrolibro risulta riduttivo, se non irriverente. “L’amore che chiama”, soprattutto nel suo sottotitolo “Vocazione e vita monastica” può indurre a un giudizio superficiale, come se le 200 pagine che lo compongono, descrivessero una realtà così lontana dalla laicità. Al contrario, perché gli spunti forniti sono universali.

Ci sono parole che risuonano frequentemente in questo discorso intimo, così denso di significati. La prima è gratuità, una parola che ritorna spesso negli scritti della Madre. La gratuità è ben altra cosa dal gratis odierno, che di solito spinge orde di consumatori all’accaparramento, al di là dell’effettiva necessità, unicamente perché non ha costo, perché è regalato. La gratuità è una caratteristica dei beni relazionali, nel senso che un bene è relazionale quando la relazione non viene usata per altro scopo, ma viene vissuta in quanto bene in sé. Martha Nussbaum afferma che il bene relazionale è un bene dove la relazione è il bene, una relazione che non è incontro di interessi, ma un incontro di gratuità. La gratuità è madre, figlia, sorella dell’arte del dono che altro non è che una apertura incondizionata, un fluire all’esterno. C’è una sorta di legge sociale che fa si che ciò che non circola muore, come avviene per il lago Tiberiade e il Mar Morto. Formati dallo stesso fiume – il Giordano – il primo dà acqua ad altri fiumi, mentre il secondo la tiene tutta per sé (Jacques T. Godbout).

In questa società è possibile il dono? È possibile donare senza pretendere una contropartita? Ma soprattutto, viene trasmessa ai nostri figli l’attenzione al dono e l’azione del donare come atto autentico di umanizzazione? Attualmente il dono ha perso il suo significato diventando espressione di status sociale e, sottilmente, un modo per controllare l’altro al quale abbiamo sbattuto in faccia la nostra presunta superiorità. Il dono è anche spesso banalizzato, ridotto ad un sms, cosiddetto solidale, con il quale si partecipa alle difficoltà dell’altro con il minimo del tempo e dell’impegno.

Sobrietà è un’altra parola che riluce nel libro. È una virtù desueta quella del saper fare a meno, nel non eccedere, nel controllare la bulimia che ha contaminato ogni atto del quotidiano. Essere sobri nei comportamenti, nelle parole che devono essere poche, vere e significanti. Da qui il silenzio, l’ascolto dell’altro. Siamo invece tentati a riempire il silenzio di parole, una cacofonia snervante che alla lunga indebolisce, ammala. Quando si sperimenta il silenzio, diventa difficile farne a meno. È la condizione, prima dell’animo e poi del corpo, che si avvicina molto alla serenità, alla felicità. Ho avuto la fortuna di trascorrere alcuni giorni in un monastero benedettino di suore di clausura, condividendo il loro quotidiano fatto di lavoro, preghiera, silenzio, refezione, riposo. Nessun cellulare, né televisore, né radio, solo un silenzio fatto di rispetto; le parole non sono urlate, non ce ne è bisogno: dopo qualche ora nel monastero l’udito diventa bionico e ogni altro suono è apprezzato nella sua interezza. Ricordo lo sciacquio delle onde del lago, il cinguettare degli uccelli, il passo leggero delle suore nei lunghi corridoi, la pioggerella sottile che batteva sul selciato del paese. Il silenzio è significante e significativo; è mettersi in ascolto di noi stessi, prendersi cura di sé; è accoglienza, non ci sono parole che respingono con la loro presenza.

Andare avanti è un altro aspetto che ritorna spesso nel libro, come una sfida alla quale siamo chiamati costantemente. Sembrerebbe più semplice fermarsi e magari tornare indietro verso una comfort zone. La progressione è coraggio, responsabilità verso noi stessi e gli altri. Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio (Lc 9, 62). Il cammino percorso non è vano, è quello che ci ha portati dove ci troviamo; abbiamo superato ostacoli, rallentato, siamo stati i nostri passi. La strada ancora da fare non potrà essere diversa da quella già percorsa ed è proprio per questo che non bisogna avere paura.



 


Nessun commento:

Posta un commento