Un pensiero al giorno

E io alle falde della montagna mi raggomitolo come Adamo nel cespuglio, con un libro in mano apro gli occhi su un mondo diverso da quello dove appunto stavo, perché io quando incomincio a leggere sto proprio altrove, sto nel testo, io mi meraviglio e devo colpevolmente ammettere di essere davvero stato in un sogno, in un mondo più bello, di essere stato nel cuore stesso della verità (Bohumil Hrabal)

domenica 10 marzo 2013

Notte inquieta

Per leggere delle vere perle di narrativa spesso capita di dover ringraziare persone che si sono imbattute, più o meno casualmente, in libri in lingua originale e ne hanno subito capito il valore.
E’ il caso di “Notte inquieta” di Albrecht Goes, edito da Marcos y Marcos. Nelle prime pagine il ringraziamento della casa editrice a Claudio Oxoli, libraio in Milano, senza il quale non avremmo potuto fruire di questo capolavoro.
La storia si svolge a Proskurov, città ucraina, affollata di militari di passaggio. Qui vi giunge un cappellano protestante; ha il compito di assistere un condannato a morte. Si tratta di un giovane accusato di tradimento e diserzione ma che, alla resa dei conti, è solo un ragazzo catapultato, come tanti altri, in uno scenario assurdo quale è la guerra.
Di questa assurdità è pieno il romanzo. Non c’è bisogno di descriverne le operazioni militari; ci hanno già pensato i documentari e i saggi storici. Qui si racconta l’uomo, la sua solitudine, la paura, la mortificazione di trovarsi in situazioni totalmente estranee al modo di sentire di ognuno. E’ il caso del tenente a comando del plotone di esecuzione che nella vita civile era un pastore protestante. Come lui anche un professore di letteratura inglese con l’incarico di contare i prosciutti alla sussistenza; un esperto conoscitore di Orazio costretto a trascorrere le giornate scrivendo ricevute di panche, tavoli e secchi per le pulizie. La guerra annulla ogni dignità, distrugge la lingua, impone nuove regole.
E’ compito di ognuno di noi, non tanto di odiare la guerra, quanto di sconsacrarla, di toglierle ogni incanto, di dire che è solo sangue, pus e urina. Nient’altro. Solo così si può sperare che, a distanza di anni quando l’idea della guerra potrà ricrescere come la gramigna in un campo, qualcuno con una falce possa estirparla.
La storia del condannato a morte è speculare a quella di un capitano in partenza per Stalingrado. Anche lui è condannato a morire. Il primo trascorre la sua ultima notte con il conforto del cappellano al quale racconta la sua storia; il secondo riesce a riabbracciare la sua fidanzata.
In una notte tremendamente buia, oltre che inquieta, è possibile che l’amore, le parole sussurrate, gli abbracci, gli sguardi, il perdono, rendano più tollerabile l’inferno.

venerdì 1 marzo 2013

Gli idioti

Questa volta non voglio parlare di un romanzo, ma di un racconto: “Gli idioti” di Joseph Conrad, scritto nel 1896.
La trama, molto semplice, unisce due stili diametralmente opposti: il gotico con il quale l’autore descrive e caratterizza i personaggi, le emozioni profonde e uno stile di più ampio respiro usato per le ambientazioni.
Gli idioti sono quattro, molto probabilmente affetti da una rara malattia genetica che ne spiegherebbe l’esistenza.
“Altri idioti? Ma quanti ce ne sono?” chiesi
“Sono quattro – tutti figli di un agricoltore di Ploumar qui vicino…ma i genitori sono morti adesso”
Il racconto è totalmente intriso delle teorie eugenetiche sulle quali l’autore sembra essere d’accordo. Gli idioti, tra l’altro privi di nome, sono descritti come esseri deformi, dal comportamento animale, che vagano senza meta durante il giorno per poi ritornare a casa con il buio, così come fanno le bestie.
Li vidi molte volte nei miei viaggi per il paese. Erano sempre per strada, spinti qua e là dagli impulsi incomprensibili delle loro tenebre spaventose. Erano un oltraggio al sole, un rimprovero al cielo vuoto, una carie nel vigore denso e tenace del paesaggio selvatico.
Dopo un po’ di tempo dalla nascita dei due gemelli, nel padre si insinua il dubbio che qualcosa non vada, istigato dalle chiacchiere che sente in paese, frasi smozzicate dette a bassa voce. Più che confidarsi con la moglie, lo afferma come un automa davanti alla culla mentre i piccoli dormono, unico stato in cui non c’è differenza tra normalità e disabilità.
La nascita del terzo figlio sembra riaccendere la speranza nell’uomo. Solo lei è convinta, forse per un sesto senso tipicamente femminile o per l’esperienza accumulata con i gemelli, che anche questa volta il bambino sia malato.
Quel bambino, come gli altri due, non sorrideva mai, non le tendeva mai le manine, non parlava mai; nessun barlume nei suoi occhi scuri indicava che l’aveva riconosciuta.
Il pensiero di un castigo divino, per lui miscredente convinto, lo spinge ad andare in chiesa come a chiedere un miracolo che lo induca a cambiare atteggiamento nei riguardi dei preti e lo riporti sulla retta via.
Nasce una bambina ed è una doppia sconfitta: è femmina (non potrà essere d’aiuto nel lavoro dei campi) e anche lei è disabile.
Sospetto e colpa cominciano ad aleggiare tra marito e moglie; lei è fermamente convinta che l’irreligiosità del marito sia la causa di questa disgrazia senza fine e una sera lo ammazza. Va a casa della madre per chiedere conforto, solidarietà e aiuto, ma trova un muro di incomunicabilità. Il dialogo tra queste due donne ripropone l’antico conflitto madre-figlia e allo stesso tempo racconta le emozioni di una donna che ha generato ben quattro figli malati e che è condannata ad accudirli fino alla morte.
Il racconto, come è logico, termina con il suicidio della donna tormentata dal ricordo-fantasma del marito.