Un pensiero al giorno

E io alle falde della montagna mi raggomitolo come Adamo nel cespuglio, con un libro in mano apro gli occhi su un mondo diverso da quello dove appunto stavo, perché io quando incomincio a leggere sto proprio altrove, sto nel testo, io mi meraviglio e devo colpevolmente ammettere di essere davvero stato in un sogno, in un mondo più bello, di essere stato nel cuore stesso della verità (Bohumil Hrabal)

domenica 22 settembre 2013

Cuore debole

Sono ancora alle prese con il libro di Pamuk, “Il signor Cevdet e i suoi figli”, 700 pagine belle ed impegnative, ma questo non mi impedisce di leggere qualcos’altro nei ritagli di tempo.
Ieri, mentre aspettavo che la pasta bollisse, ho cominciato a leggere, e poi finito dopo pranzo, “Cuore debole” di Dostoevskij.
Rispetto ad altri suoi racconti, questo ha una struttura che si presta benissimo alla messa in scena teatrale (una ricerca veloce in internet me lo ha poi confermato).
Può la felicità essere causa di tormento dell’animo fino ad arrivare alla pazzia? E’ possibile soprattutto quando si è convinti di non meritarlo, di non essere all’altezza di una tale fortuna. Non posso non fare una piccola divagazione personale pensando a mia figlia Benedetta che, nonostante la malattia rara di cui è affetta, nonostante la disabilità visibile per centinaia di angiofibromi sparsi sul volto, ha una considerazione di sé che nessuna insinuazione od occhiata curiosa della gente è in grado di scalfire. Incarna al femminile la celebre frase del Marchese del Grillo: “Io so io e voi non siete un cazzo!”
Ma torniamo al racconto.
Vasja e Arkadij Ivanovič sono due amici. L’autore spiega fin da subito il perché dell’uso del diminutivo per il primo rispetto al nome intero, altisonante per il secondo. Indubbiamente esiste una differenza di ceto ma non è solo questo perché, vuoi per le espressioni gergali, vuoi per alcuni dettagli, si riesce anche solo con pochi indizi ad avere ben chiara nella mente la loro fisionomia. Si viene subito catapultati nella scena, nella casa dei due giovani e poi fuori per strada, insieme a Arkadij, alla ricerca di Vasja
L’amicizia tra loro è qualcosa di più; lo si evince dall’esclamazione più volte ricorrente in Vasja “Colombello mio!” e in altre frasi che si scambiano.
Che sia questa bisessualità uno dei motivi che spingono Vasja nel vortice della nevrosi? Io non lo escluderei.
Il giorno di Capodanno Vasja comunica all’amico di essersi innamorato e di volersi sposare. La notizia trova Arkadij impreparato, si percepisce la sorpresa e forse il disappunto ma la rassicurazione, quasi la richiesta implorante di Vasja di vivere tutti e tre sotto lo stesso tetto, lo rincuora.
Già qualcosa turba l’animo di Vasja; non lo si capisce immediatamente perché è un fiume in piena di parole ed emozioni. Dopo un po’ si scopre che la gratifica sul lavoro è il motivo principale della sua discesa nella follia. Il compenso straordinario avuto dal padrone viene vissuto come generosità nei suoi riguardi, non come ricompensa per meriti innegabili.
Il finale è immaginabile non certo nella malinconia di Arkadij che rimane solo, orfano del povero Vasja. Le ultime frasi sono dedicate alla fidanzata, che ha poca parte nella storia se non come innesco alla follia ed è con lei che si chiude il racconto
Dostoevskij rimane campione indiscusso nel tratteggiare l’animo umano, i suoi tormenti, le fini perversioni. Dopo essere stati trascinati nel delirio nevrotico di Vasja e aver vissuto la solerte – forse eccessiva – sollecitudine di Arkadij, rimaniamo abbandonati ad una tristezza crepuscolare.

(Nonostante Dostoevskij, la pasta era al dente!)
 

 

martedì 17 settembre 2013

La donna è un'isola

La quarta di copertina strizza l’occhio al lettore che si aggira tra le tante proposte dei book stores senza sapere bene cosa comprare e spesso facendosi influenzare dalle brevi frasi sulla bandella che avvolge il libro. Se mi fossi soffermata a leggerne il breve riassunto, sarei andata oltre; per fortuna la mia scelta è frutto di un lavoro a monte di lettura e ricerca in blog e siti specializzati. E’ raro quindi che il libro mi deluda e che lo chiuda dopo poche pagine. E poi deve essere “tuttaltro”, il che non è semplice!
L’essenza di questo romanzo è all’inizio, in quel capitolo zero che merita una rilettura dopo essere arrivati alla fine. La storia mi è piaciuta molto per lo stile narrativo e l’ironia, presente soprattutto nella prima parte, quel descrivere e rapportarsi con un bambino sordo, figlio della sua amica mezza sciroccata che, in prossimità di un parto gemellare, pensa bene di affidarlo a lei; pur essendo una traduttrice e conoscendo quasi tutte le lingue del mondo, la protagonista è completamente all’oscuro del linguaggio dei segni e per la prima volta si trova a non capire e a non farsi capire.
Parlare di disabilità con ironia non è semplice. Per poterlo fare senza cadere nel ridicolo e nel macchiettistico, occorre essere stati già travolti dal dolore, dalla disperazione più vera, dall’ammissione della propria fragilità, per risalire la china e estraniarsi da tutto il contesto, ponendosi in alto a guardare quell’io dibattersi nel quotidiano, senza più avvertire la benché minima sofferenza e riuscendo a trovarne il lato comico. In questo ambito Jean-Louis Fournier rimane un campione indiscusso.
“La donna è un’isola” (e io mi sento parte di un più vasto arcipelago) è il racconto di un viaggio, vero e metaforico, alla ricerca e comprensione di sé, nelle peggiori condizioni possibili: un bambino disabile con grossi problemi di comunicazione, una natura selvaggia e impervia da attraversare, il “ricicciare” del ex-marito deluso dalla donna con la quale ha avuto una figlia, altri uomini incontrati durante il percorso (tre in poco più di trecento chilometri), una madre che non manca di consigliarla secondo lo standard non accettando il fatto che anche sua figlia è in qualche maniera diversa. 
Nel libro ci sono spesso riferimenti al cinema italiano e alla mediterraneità in genere: si parla di Fellini, di “La vita è bella”. La cosa non dovrebbe stupire se come popolo fossimo coscienti del grande patrimonio culturale che possediamo, ma spesso occorre che qualcun altro ce lo faccia capire per far riaffiorare l’atavico orgoglio
Bellissimo il passo in cui viene fatto un paragone tra il bambino e due aspetti del ruolo dell’attore Certe volte Tumi se ne rimane seduto immobile per un tempo indefinito (…) Fa pensare a un attore impassibile dei tempi del muto, poi invece eccolo trasformarsi in un mimo da paesi mediterranei, con l’espressione del viso che cambia cento volte al secondo, le mani a comporre figure che io ancora non sono riuscita a imparare. Solo così poteva essere descritta la frenesia che prende chi è sordo dalla nascita e vuole comunicare con il mondo. In questo ne ho un ricordo chiaro che risale alla mia infanzia e all’amicizia con una bambina sordo-muta.
Questa scrittrice, dal nome piuttosto complicato, è una voce nuova nella letteratura che non mancherò di seguire.

sabato 7 settembre 2013

Wonder: sei un fenomeno!

Ancora una volta la casa editrice Giunti esce con un libro veramente bello, a partire dalla copertina con quella bandella che diventa un comodo segnalibro.
Il progetto editoriale nasce dopo l’incontro dell’autrice con una bambina affetta da una malattia rara: la disostosi mandibolo-facciale che provoca una grave deformazione del volto.
Si trovava al parco con il figlio più piccolo; appena l’ha vista, d’istinto, si è allontanata per paura che il bambino si potesse spaventare o, peggio, dire qualcosa. Alle sue spalle ha sentito la mamma della ragazzina che diceva che era giunto il momento di andarsene con la calma e forse la rassegnazione di chi subisce comportamenti del genere ogni giorno della propria vita.
La storia è quella di August che per la prima volta frequenta una scuola pubblica. Finchè aveva potuto, la madre gli aveva fatto da insegnante ma, all’arrivo delle medie, aveva deciso, non senza tante incertezze e ripensamenti, che era giunto per lui il momento di stare con gli altri.
Il suo inserimento sociale viene raccontato da diversi punti di vista, compreso quello di August stesso. Lo stile narrativo abbraccia intere generazioni e il romanzo è veramente per tutti, grandi e piccoli. Le varie voci narranti permettono di poter trovare quella più vicina al nostro sentire.
Personalmente ho ritrovato molti punti in comune con Olivia, la sorella, divisa sempre tra sentimenti contrastanti: l’amore viscerale per il fratello e l’insofferenza di doversi trovare accomunata allo stesso destino di discriminazione sociale. Non è facile per un’adolescente e ancor meno per una donna di 54 anni.