Un pensiero al giorno

E io alle falde della montagna mi raggomitolo come Adamo nel cespuglio, con un libro in mano apro gli occhi su un mondo diverso da quello dove appunto stavo, perché io quando incomincio a leggere sto proprio altrove, sto nel testo, io mi meraviglio e devo colpevolmente ammettere di essere davvero stato in un sogno, in un mondo più bello, di essere stato nel cuore stesso della verità (Bohumil Hrabal)

mercoledì 2 novembre 2016

Dentro il muro



Janet Frame (1924-2004) è stata una scrittrice neozelandese che il film “Un angelo alla mia porta”, vincitore del Leone d’Argento alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia del 1990, ha reso nota ai più. Forse non tutti sanno che è stata due volte candidata al Nobel per la letteratura e forse il premio sarebbe stato più che meritato per il significato profondo che avrebbe avuto tale riconoscimento.
Autrice di undici romanzi, tre volumi autobiografici, quattro volumi di racconti, una raccolta di poesie, un racconto per bambini, articoli e saggi critici, era nata a Dunedin, città nell’isola del Sud. La sua vita venne sconvolta dalla morte di due sorelle e la sua fragilità psichica venne a galla durante il suo lavoro come insegnante. La diagnosi errata di schizofrenia la catapultò nell’inferno degli ospedali psichiatrici per otto anni. Venne sottoposta a circa duecento trattamenti di elettrochoc e fu messa in lista per l’intervento risolutivo di lobotomia. Fortunatamente il libro “La laguna e altre storie”, scritto mentre era ancora ricoverata nell’ospedale di Seacliff, vinse un importante premio letterario e il temuto intervento venne sospeso.
Il romanzo “Dentro il muro” è stato scritto nel 1961 e pubblicato in Italia nel 1990. L’enorme potenzialità della rete mi ha permesso di averne una copia, grazie ai siti specializzati in libri fuori catalogo e introvabili. Un libro bellissimo, che dovrebbe essere inserito tra quelli di medicina, fondamentale per sostenere l’esame di psichiatria. Basta con l’estremo tecnicismo, con i saggi avulsi dalla realtà; l’esperienza della malattia e della mancanza di compassione dei medici, della loro arroganza e presunzione deve essere momento di riflessione e di ritorno all’origine dell’ars medica.
Se anche il romanzo si riferisce ad un periodo storico che la legge Basaglia sembra aver chiuso, non si può dire che le cattive abitudini siano finite. Ce lo confermano tutti i casi di violenze fisiche e farmacologiche che la cronaca ha portato alla luce. Era inevitabile che succedesse, soprattutto quando ci scappa il morto.
Per il tuo bene è un argomento persuasivo che alla fine induce l’uomo ad accettare la propria distruzione (Janet Frame “Dentro il muro” pag. 62)
È una frase choc che trova ancora conferma nei tanti interventi che poco hanno a che vedere con il rispetto della persona prima e del malato dopo. Quando si lavora all’interno di strutture che accolgono persone con disagio mentale di vario grado, è inevitabile l’uso di sistemi farmacologici che ne consentano la gestione. È una prassi che libera gli operatori sanitari dalla “fatica” di dover ascoltare il paziente senza pregiudizi di sorta, dall’impegno di personalizzare la terapia e gli interventi riabilitativi. Tutto questo avviene nonostante un movimento di pensiero, iniziato negli anni 70 con Basaglia e che ha posto la malattia e il malato al centro del problema psichiatrico. Un malato di mente entra in manicomio come “persona” per diventare “cosa”. Il malato, prima di tutto, è una persona e come tale deve essere considerata e curata. Noi siamo qui per dimenticare di essere psichiatri e per ricordare di essere persone (F. Basaglia). Il malato non più chiuso in manicomio ma curato nel suo ambiente. Proposta fattibile sulla carta ma spesso impossibile nella realtà per la mancanza di fondi che consentano la presa in carico intelligente, costruttiva del paziente psichiatrico. È necessario il sostegno alla famiglia con consigli, incoraggiamento e informazione per favorire la comprensione dei bisogni, spesso inespressi, del loro congiunto. Tutto questo si traduce in risorse, energie, tempo che la società non vuole impegnare. E alla fine tutto viene risolto con pillole e tso.
C’è un aspetto della follia che viene menzionato di rado nella letteratura perché danneggerebbe la romantica idea popolare del folle come un personaggio il cui eloquio affascina per la sua carica poetica (…) Poche delle persone che si aggiravano per la sala comune sarebbero apparse eroine accettabili per i gusti popolari; poche erano personaggi eccentrici con un modo di agire disinibito e affascinante. La massa provocava per lo più irritazione ostilità impazienza. Il loro comportamento era offensivo, causava disagio; piangevano e gemevano; litigavano e si lamentavano. Ci si dimenticava che possedevano anche loro una preziosa umanità che aveva bisogno di cure e di amore, che dal loro squallido fiotto traboccante di verità si poteva distillare una goccia di essenza poetica (Janet Frame “Dentro il muro” pag. 93). Ecco la verità alla base dell’esclusione sociale: la diversità che spaventa perché non omologata né omologabile, una difformità che affatica l’altro per lo sforzo di conoscere, la disuguaglianza sancita dalla malattia che è più facile liquidare con farmaci, relegare in ambienti ristretti. La paura atavica della follia è un nonsenso dal momento che essa è in realtà un aspetto radicale della vita umana caratterizzata da un’estrema fragilità, da desiderio di dialogo, di colloquio, di incontro con l’altro diverso da sé. Non dobbiamo scordare che nella follia sono presenti tutte le sensibilità che la vita quotidiana ha represso e le violenze, molto più rare che nella popolazione generale, sono sempre in risposta a comportamenti inadeguati e schizofrenici dei normali.
Mi sveglierò e non avrò il controllo di me stessa. Ho visto gli altri, come bagnano il letto, come i loro volti sono vaghi e sperduti, con una riserva di sorrisi irreali per i quali non esiste richiesta. Sono “riadattata”: è quella parola che si usa per i casi di lobotomia. Riabilitata. Adattata, con la mente tagliata e cucita per adeguarla agli usi del mondo (Janet Frame “Dentro il muro” pag. 183). La legge 180 ha bandito la lobotomia, intervento che prevedeva l’asportazione delle connessioni da e per la corteccia prefrontale. Da questo punto di vista la coscienza collettiva è salva ma chiediamoci quanta inadeguatezza sia ancora presente nei trattamenti abilitativi messi in campo da strutture pubbliche e private a favore di persone con disagio psichico. Si realizza un appiattimento cognitivo che conferma l’errata convinzione che non sia possibile un miglioramento. Allontanata definitivamente la pratica chirurgica, la società ha sostituito la lobotomia con l’abbandono, con attività quotidiane prive di senso e condotte da persone incompetenti assurte al rango di educatori e qualificate come dottori, con proposte di vita alienanti circoscritte in ambienti che riproducono, in piccolo e con altri nomi, i manicomi chiusi con clamore mediatico. 



lunedì 26 settembre 2016

Come il vento tra i mandorli



È piuttosto raro trovare un libro che abbia la capacità di tenere il lettore incollato alla storia. L’ultima volta per me è stata con Elena Ferrante.
“Come il vento tra i mandorli” è un romanzo molto ben strutturato, ti cattura pagina dopo pagina per il sapiente uso dei colpi di scena e non sarebbe una sorpresa vederne a breve il film, così come è stato con “Il cacciatore di aquiloni”.
La storia di Ichmad e la sua famiglia si svolge tra il 1955 e i giorni nostri. Il libro si apre tragicamente con la morte della sorella, sparpagliata in mille pezzi per la deflagrazione di una mina. È l’inizio di una serie di disgrazie che mettono alla prova l’animo del protagonista Ichmad, giustamente combattuto tra emozioni diverse. Da un lato ci sono la madre e il fratello che lo incitano all’odio e alla vendetta, dall’altra il padre che con la sua saggezza, anche dopo ingiustizie che lo colpiscono in prima persona, lo spingono verso la strada della tolleranza e della pace. È possibile la convivenza civile se ogni differenza viene considerata un valore. Ognuno è necessario allo svolgimento del grande progetto di vita universale.
Il libro ha il pregio di farci rivivere pezzi di storia contemporanea che hanno riguardato l’eterna guerra tra israeliani e palestinesi. Nel libro lo scontro religioso e ideologico è trasferito nel conflitto tra i due fratelli, Ichmad e Abbas. La scelta non è tra le più brillanti, ci sono centinaia, migliaia di romanzi incentrati sulla divergenza tra fratelli ma è sicuramente il modo più immediato per far comprendere le motivazioni che sottendono da decenni allo scontro tra questi due popoli.
La drammatizzazione è quel quid che rende la storia una materia più digeribile rispetto al classico libro di testo.
Colpisce che l’autrice sia israeliana e abbia scritto una storia attraverso gli occhi di un palestinese. La sua esperienza di vita in Israele le ha permesso di vedere con i propri occhi gli effetti del conflitto, le occupazioni armate da parte dell’esercito israeliano dei territori assegnati alle popolazioni arabe. Questo l’ha spinta ad abbracciare la causa della pace tra le due popolazioni attraverso l’arte.
È forse questo aspetto che mi piace dell’autrice, la convinzione che l’arte, in ogni sua manifestazione, sia un sistema comunicativo universale, che non sottende a ideologie politiche o religiose.


domenica 17 aprile 2016

La vita a rovescio



Mi piace leggere quello che scrive Simona Baldelli. Il suo primo libro mi colpì così tanto che ogni nuovo romanzo viene letto voracemente, spesso alla ricerca della magia che aveva accompagnato Evelina. Molte volte questo è un limite perché è difficile, oltre che improbabile, che due libri siano identici.
Il suo secondo romanzo non mi appassionò così tanto, un po’ ero rimasta delusa, imbrigliata nel ricordo della Nera e della Scèpa e certe descrizioni mi erano sembrate eccessivamente ossessive. Non avevo voluto scrivere niente al riguardo: non sono un critico, né una letterata ma solo un’appassionata di libri.
Le storie mi hanno fatto compagnia per tutta l’infanzia e la giovinezza. Ero una ragazzina alta, magra, piuttosto taciturna. Non risultavo la più carina della classe, né la più corteggiata e i libri mi permettevano di superare la solitudine, di viaggiare con la fantasia vivendo la vita degli altri. In qualche modo sono stata discriminata e il termine secchiona mi ha perseguitata fino all’Università.
“La vita a rovescio” è il racconto di una vita a latere. Con coraggio – lo stesso de “Il tempo bambino” – Simona Baldelli racconta una storia di quelle che si sussurrano appena, mentre ci si guarda attorno per paura di essere ascoltati e giudicati. È la storia di Caterina Vizzani, personaggio realmente esistito, che scelse di essere se stessa fino alla fine, e cioè Giovanni Bordoni. Siamo nella Roma del 1700, affollata come ora di persone di ogni ceto, etnia, credo religioso, un calderone di esperienze tra le quali non è contemplata l’omoaffettività. Giovanni è un uomo fantastico proprio perché, al di là dell’aspetto fisico, conserva le caratteristiche femminili di rispetto, tolleranza, lungimiranza. È un uomo che sa amare le donne, non è mai volgare, non è egoista. Tutte queste caratteristiche vengono perse nel momento in cui Giovanni indossa il “feticcio”, un momento del libro che non ho particolarmente apprezzato forse perché riesuma l’atavica invidia del pene, che fa pari e patta con la mamma-frigorifero. E di tutto ciò ne ho le palle (ops!) piene. La presenza di Bradamante come idea, soffio di vento, nuvola dai riflessi rosa dorati, rimanda alla Scèpa di Evelina e così mi rassicura.
La Simona Baldelli che ho tanto apprezzato e della quale potrei leggere anche la lista della spesa, è viva e vitale, fuoriesce dalle 406 pagine riuscendo sempre a stupirmi per lo stile e il coraggio delle storie.



sabato 6 febbraio 2016

La mammana

Il libro di Antonella Ossorio non poteva non essere tra quelli di questo blog sia per l’argomento che per il tipo di narrazione. L’aver insegnato e scritto libri per l’infanzia sono stati quel quid che ha reso la storia così bene articolata da incollare il lettore fino all’ultima pagina. Personalmente ho ripetuto un gesto di molti anni fa: sono andata a leggere il finale quando mancavano una decina di pagine. Ero impaziente, volevo essere rassicurata che la conclusione della storia fosse come l’avevo immaginata (non è mai così quando lo scrittore è bravo!). Sono ritornata bambina e questo è uno dei motivi di ringraziamento all’autrice.
Il libro del 2014 anticipa un dibattito, ormai stantio e grottesco, sul concetto di famiglia. Immersa nella lettura sorridevo al pensiero che il libro potesse essere messo al rogo da quelle centinaia di integralisti cattolici che qualche giorno fa hanno manifestato in piazza, alcuni non sapendo bene perché erano lì e per cosa si battevano.
La storia di Lucina e Stella, due nomi per così dire brillanti a loro modo, si inserisce nell’arco di tempo tra il passaggio di due stelle comete. L’associazione con la luce non si esaurisce qui ma viene ulteriormente rafforzata dal legame amicale con Laura, moglie di un astronomo e perciò abituata a vedere e sentir parlare di stelle.
La luce è la protagonista principale della storia nelle sue mille riflessioni.
Viene messo in luce l’albinismo, una anomalia genetica dovuta a mancanza totale o parziale della melanina. Fino a poco tempo fa le persone albine erano evitate, né più né meno come quelle con sindrome di Down o gravi disabilità mentali.
Animali albini venivano sacrificati alla nascita perché imperfetti, non adatti né all’uso alimentare, né al lavoro. Alcuni sono stati usati per lungo tempo nei laboratori di ricerca scientifica.
In un primo momento Stella, bambina, si riflette nei giudizi degli altri che la considerano portatrice di sventura e cerca di usare a suo vantaggio i poteri che le vengono attribuiti. È stato inevitabile pensare a Massimo Troisi in “Ricomincio da tre” impegnato in un esperimento di telecinesi. Stella dimentica il significato di sé, di essere essa stessa – in quanto persona – portatrice di luce, della sua verità.
L’anima della narratrice per l’infanzia si esplicita anche nell’intessere, con estrema delicatezza, una possibile comunanza di vita tra un trans gender e un’albina, tra una madre e una figlia, al di là delle barriere mentali perché l’accudimento e l’amore sono caratteristiche di ogni essere, umano e animale.
Il nucleo centrale della storia si svolge a Napoli, città che ha fatto parte di un periodo felice della mia giovinezza. Viene riportata alla luce nelle sue tante incongruenze che, allora come ora, sono alla base della sua eterna fascinazione.
Vivono di luce riflessa tutte le persone che entrano in contatto con Lucina, la cui forza risiede proprio nella consapevolezza della diversità e nella lotta quotidiana per l’affermazione di sé prima ancora che il suo segreto possa venire alla luce. Essa stessa è la luce degli occhi, dell’intera vita di Bartolomeo. La sacralità dell’amore è un altro tema affrontato con la semplicità di chi è abituato a raccontare ai bambini senza banalizzare.
Stamani, alle prime luci dell’alba, ho chiuso il libro a malincuore…aspetto di ascoltare (sì, è il termine giusto!) un’altra bella storia.


venerdì 22 gennaio 2016

La ragazza di nome Giulio

“La ragazza di nome Giulio” è un romanzo del 1964, io avevo cinque anni ma ricordo come se fosse ora quando mia madre lo comprò per leggerlo, incuriosita dal clamore che aveva suscitato. Ricordo anche che venne messo sui ripiani più alti della libreria, nascosto da altri volumi.
Era un libro che aveva fatto tanto discutere in famiglia. L’aveva letto anche mio padre bollandolo come pornografico. La fantasia di una bambina non poteva che esserne colpita. Quel libro, messo in alto insieme alle riviste Cosmopolitan dei primi anni 70 - che affrontavano argomenti considerati sconvenienti – e al disco “Je t’aime moi non plus”, mi aveva sempre stuzzicato ma poi i giochi con le amiche erano stati un richiamo maggiore. Non era ancora arrivato il tempo dei pruriti, delle domande rimaste sempre senza risposta.
Qualche giorno fa il libro mi è tornato tra le mani, un po’ impolverato, con le pagine ingiallite, la copertina dura delle edizioni di un certo pregio, il modico prezzo di 1600 lire. Confesso di averne intrapreso la lettura con un pizzico di eccitazione trasgredendo, a distanza di più di 50 anni, il divieto di mio padre.
È un romanzo di formazione sentimentale di una adolescente già segnata da un nome maschile – Jules – che tutto sommato non sarebbe poi così male, se non fosse per l’ovvia traduzione a volerne forzare la mano, condizionando un’esistenza controcorrente.
Le domande, la curiosità, i dubbi che l’assalgono riguardo l’amore e l’eros sono perfettamente in linea con l’età biologica, certo non con l’epoca storica, tant’è che la scrittrice venne condannata a sei mesi di reclusione per offesa al comune senso del pudore, il libro censurato e sequestrato. Nella sentenza il giudice dichiarò pienamente fondata l’accusa, proclamando il libro osceno in senso tecnico-giuridico e a dichiarare assolutamente inapplicabile allo stesso la discriminante dell’opera d’arte. Riguardo la protagonista, affermò: Niente giustifica il farneticare sconnesso o l’automatismo delirante di questo manichino che alla cattiveria inconscia dell’infante, accoppia l’egocentrismo pericoloso del rimbambito, edulcorato solo da una lascivia animalesca quanto sfrenata e orripilante. Ma che libro ha letto? viene da chiedersi. E anche: non è più oscena la sua analisi in questo italiano ridondante e senza senso?
Le esperienze sentimentali narrate sono state vissute più o meno direttamente da ognuno di noi. Negarlo è antieducativo e alimenta tutto un sotterraneo di perversione. Un mondo di divieti ha partorito persone insicure, che hanno fatto della violenza fisica e psicologica il loro passaporto per essere qualcuno.
Amore ed eros possono convivere come aspetti dell’esistenza. Sono un bagaglio esperienziale importante per il raggiungimento dell’equilibrio. L’uno che nega l’altro ha sempre prodotto disastri.
Il fascino del libro risiede anche nell’ambientazione, nel racconto di una parte della popolazione priva di ogni preoccupazione economica nonostante ci si trovasse in pieno periodo bellico. La monotonia era interrotta da vacanze, trasferimenti in altra città, giornate intere spese a sciare d’inverno e a fare il bagno d’estate. La noia sembra scolorire ogni cosa.
Il finale, anch’esso criticato e giudicato fantasioso, è perfettamente coerente con il contenuto, con la personalità della protagonista.
Ancora oggi, nel ventunesimo secolo, esistono adolescenti come lei, abbandonate da genitori immaturi.
Niente cambia e la frase ai nostri tempi era diverso, che ho sentito centinaia di volte durante la mia giovinezza, non può che farmi sorridere.


venerdì 8 gennaio 2016

Il mestiere di uomo

“Il mestiere di uomo” è uno di quei libri che mi capita di leggere e per i quali una sola volta non è sufficiente. Nonostante le sottolineature e le note a margine stiano a dimostrare il contrario, sfogliarlo nuovamente apre la porta ad altre considerazioni, neanche lontanamente ipotizzate prima. È forse per questo che, inconsciamente, molti libri rimangono sul comodino per mesi, anni, non raggiungono la destinazione definitiva della libreria prima di essere stati sufficientemente masticati, digeriti e assimilati.
Alexandre Jollien è padre di famiglia, filosofo e handicappato. Nato in Svizzera nel 1975, a causa di un parziale strangolamento causatogli dal cordone ombelicale, trascorre 17 anni in un centro specializzato per disabili cerebro-motori. Ha pesanti difficoltà a camminare, leggere e parlare. La scoperta della filosofia, parlata, insegnatagli da un vecchio prete, gli cambia la vita. Con pazienza e tanto impegno si diploma in un istituto commerciale, studia poi filosofia e greco prima all’Università di Friburgo e, in seguito, a Dublino.
La mia vocazione tripartita poteva essere un problema invece ho imparato a non vedere la vita come un combattimento, ma come libertà di essere ciò che sono.
Il primo spunto di riflessione è accogliere la vita così come viene e agire come progredientes, capaci di muovere un passo dopo l’altro verso la saggezza, le cui basi poggiano proprio sull’accettazione di sé stessi. Non viene mostrata una vita fittizia, la disabilità c’è, si vede e si percepisce. Deve essere perciò bandito l’uso ipocrita delle perifrasi per paura di offendere. La realtà è obiettiva e non umilia. Per questo ci pensa la società con l’elemento di maggior spicco: il cretino di turno. Ognuno di noi ha avuto la fortuna di averlo incontrato e l’esperienza aiuta a identificarlo e evitarlo.
Il potere di ognuno risiede quindi nel riconoscimento di sé e il fallimento può essere l’occasione per ricordarsi della distinzione di Epitteto tra le cose che dipendono da noi e quelle che non dipendono da noi
Tra le cose che esistono, le une dipendono da noi, le altre non dipendono da noi. Dipendono da noi: il giudizio di valore, impulso ad agire, desiderio, avversione, e in una parola, tutti quelli che sono propriamente fatti nostri. Non dipendono da noi: il corpo, i nostri possedimenti, le opinioni che gli altri hanno di noi, le cariche pubbliche e, in una parola, tutti quelli che non sono propriamente fatti nostri.
Questo aiuta a non affondare nella disperazione.
Altro elemento di riflessione è la brutta abitudine che abbiamo di catalogare persone e situazioni. L’etichetta distrugge l’esistenza, imprigiona la straordinarietà dell’essere nella gabbia della diagnosi, senza possibilità di miglioramento.
È sempre più frequente da parte degli insegnanti, quasi una conditio sine qua non, di voler avere una diagnosi prima di avviare qualsiasi percorso educativo e di formazione dell’alunno disabile. La rete, grazie alla possibilità di accedere alle informazioni, consente di poter essere medici, di capire ogni meccanismo patologico. La fissità stessa del giudizio sminuisce la ricchezza del reale, dell’essere umano di fronte al quale dovremmo almeno stupirci, se non osiamo meravigliarci. L’esperienza quotidiana, infatti, arriva a volte a smantellare deliziosamente queste verità stabilite.
Quando una persona ammalata o disabile diventa una diagnosi, un caso clinico, il dispositivo dell’assistenza rischia di perdere l’elemento fondamentale che è la persona e la sua relazione con gli altri.
La frase di Paul Valery “Sono qui a ignorare davanti a voi” è un ottimo spunto per riflettere sull’altro e la sua sofferenza. Porsi in ascolto liberi da pregiudizi è il modo migliore per avviare una relazione, per penetrare il mistero dell’altro.
La sofferenza di cui si parla non è quella fisica, né quella psicologica che, in qualche modo, è possibile superare ma è una sofferenza di fondo che appartiene alla natura umana. Il mestiere di uomo non riesce ad evitare questo tipo di sofferenza ma la sua personalità sta nel virtuosismo messo in atto per superarla.
L’ineluttabilità del tragico che attraversa la nostra esistenza deve essere il fulcro dal quale operare il ribaltamento. Il dolore insegna, consente la conoscenza di noi stessi, ci delimita e allo stesso tempo aiuta a spingerci oltre il limite.
Jollien parla di algodicea, atteggiamento che consiste nell’affrontare la prove della propria esistenza senza permettere che queste ci annientino trasformandole in occasioni di crescita. Come praticare l’algodicea? Ognuno di noi ha il suo personale metodo che porta a un unico risultato, più o meno consapevole: riuscire a cogliere e costruire elementi di bellezza dai quali scaturisce la gioia.
Mentre la felicità è simile alla ricerca di un ideale mai raggiunto, la gioia corrisponde a un'adesione semplice e sobria alla realtà. Al contrario della felicità, che sembra escludere alti e bassi, ricadute e mancanze, la gioia coabita con le ferite e gli incidenti di percorso. Questo porta a un nuovo rapporto con l'esistenza: la leggerezza. Non bisogna confonderla con l’ottimismo dello stupido. La leggerezza rende spesso fiorenti delle solitudini o delle sofferenze superate che vengono private di ogni artificio trasformandole in gioia che intuisce la precarietà di ogni cosa.
Per chi si incammina sulla via per diventare uomo, incappa sul concetto di corpo. Platone afferma essere la tomba dell’anima e l’esistenza di chi non parla, non cammina ma semplicemente giace come un vegetale sembra dargli ragione.
La visione di un corpo ferito, martoriato, inerme non può non confermare la relazione tra uomo e proprio corpo ma allo stesso tempo, per fortuna, se ne distacca.
Se da un lato la personalità affonda la sue radici nell’esperienza di un corpo, dall’altro la volontà ne fa la differenza, il pensiero corre libero, si allontana dal corpo raggiungendo traguardi impensabili.
Ultimo elemento di riflessione: l’alterità. Senza l’altro non siamo nulla, la sua sola presenza scandisce l’esistenza.
Il concetto di alterità non significa diversità, termine che indica un paragone a tutto svantaggio, tendente a sminuire. L’Altro è un valore aggiunto, un elemento che arricchisce, che accompagna l’identità.
In questo senso la persona disabile deve essere considerata un dono per la società che si educa alla varietà, all’incontro con l’alterità.
Essere uomo non è semplice né tantomeno compiuto. È un percorso che non si esaurisce mai, che ha bisogno di conferme, verifiche e nel quale la debolezza è il fulcro dal quale prendere nuovo slancio con leggerezza.
Il mestiere di uomo interessa tutti, ci chiama a raccolta in battaglie continue fregandocene di chi vincerà poi la guerra.