Un pensiero al giorno

E io alle falde della montagna mi raggomitolo come Adamo nel cespuglio, con un libro in mano apro gli occhi su un mondo diverso da quello dove appunto stavo, perché io quando incomincio a leggere sto proprio altrove, sto nel testo, io mi meraviglio e devo colpevolmente ammettere di essere davvero stato in un sogno, in un mondo più bello, di essere stato nel cuore stesso della verità (Bohumil Hrabal)

domenica 17 dicembre 2017

Dove porta la neve



Il libro “Dove porta la neve” è una bella storia che si dipana, tra passato e presente, alla vigilia di Natale, in uno scenario monocolore per la tanta neve caduta. Si tratta di una bella fiaba, di quelle che vengono raccontate nei bar o nei piccoli circoli di paese tutte le volte che una nevicata abbondante consente di fare dei paragoni. E, come ogni fiaba, c’è il lieto fine quando mancano poche frasi al punto conclusivo e ormai hai perso la speranza e sei triste perché la storia di Carlo e Nicola ti ha coinvolto più del dovuto.
D’altronde, non poteva essere diversamente perché già il racconto della quotidianità di Carlo è un deja-vu, a tratti malinconico proprio nella consapevolezza che ciò che viene narrato è l’anticipazione di un futuro prossimo quando colui che, per legge, è incapace di svolgere i normali atti della vita, si troverà ad affrontarli senza quell’impegno amorevole che solo un genitore è in grado dare fino all’ultimo.
Carlo è un uomo affetto dalla sindrome di Down e vive da solo. Ha delle abitudini che lo tranquillizzano, quelle che il linguaggio medico definisce stereotipie e che spesso vengono erroneamente combattute. C’è sempre un limite che limita il normale dal patologico ma spesso la medicina, e conseguentemente la pedagogia, tendono a demonizzare certi atteggiamenti che, in un particolare contesto, sono utili a superare le difficoltà. Carlo recita una serie di preghiere, in successione definita, prima di chiudere gli occhi e di addormentarsi e tende a ripetere due volte una frase, come ad affermare quello appena detto.
Anche Nicola ha delle fissazioni che lo rassicurano nell’angoscia della solitudine e della vecchiaia: le ciabatte devono essere perfettamente appaiate, poste alla sinistra del letto per poterle trovare facilmente e, infilandole senza impicci, cominciare bene la giornata. A brand new day, come dice mia figlia Benedetta, anche lei con le sue sicurezze ancorate all’allineamento di scarpe e ciabatte lungo una parete della sua camera.
Carlo mangia la stessa cosa a pranzo e subito dopo va a fare un pisolino. Anche Nicola ha un’alimentazione monotona perché il cibo ha perso la connotazione sociale di condivisione. Alla fine, se non fosse per la sindrome di Down, la vita dei due protagonisti non è così diversa. Questo è sicuramente un messaggio importante: Carlo e Nicola sono uguali nella solitudine che induce come risposta una ritualità per farsi compagnia.
Sono sempre convinta che la scelta di leggere un libro in un determinato momento sia frutto di un sesto senso, di una specie di premonizione perché dentro vi ho sempre trovato spunti utili alla riflessione. In questo caso il breve, ma intenso passaggio sull’abbraccio, ha reso più significante un episodio che un bambino con disturbi dell’attenzione ha voluto raccontarmi. Per la prima volta, alla sua richiesta ai compagni di classe di essere abbracciato, dopo anni nei quali assisteva addirittura alla fuga a gambe levate, è stato esaudito, ha finalmente avuto l’abbraccio tanto cercato e desiderato. È stato toccante sentire questa storia e vedere lo stupore e poi la gioia di un contatto, dell’inizio di una relazione, finalmente dell’appartenenza a un gruppo.
Il libro “Dove porta la neve”, consapevolmente o meno, aggiunge un nuovo tassello alla conoscenza delle persone con disabilità come persone nella loro normale quotidianità. Sono testimonianze di questo tipo che consentono alla cultura sulla disabilità di spandersi a macchia d’olio.


domenica 19 febbraio 2017

D'amore, d'eroina e di galera



D’amore, d’eroina e di galera è un libro che suscita emozioni. Le più immediate sono quelle di incredulità e sconcerto. Per quanto si possa leggere dai giornali e farsene un’idea, la realtà del carcere supera ogni immaginazione più sfrenata.
La storia dell’autrice, condannata negli anni 80 per uso e spaccio di droga, si interseca con quelle di altre compagne, con le guardie carcerarie, i medici e i direttori dei penitenziari nei quali viene trasferita.
Ciò che sorprende è scoprire che il carcere è solo un luogo dove le alienazioni peggiorano, dove la follia entra silenziosamente fino alla deflagrazione totale e alla morte e dove è possibile continuare a farsi di eroina. Un controsenso che forse ha la spiegazione nel cercare di tenere tutti sotto controllo, nel rendere questa esperienza il meno devastante sia per chi è al di qua che al di là delle sbarre. Niente cambia e tutte le belle parole su rieducazione e inserimento lasciano il tempo che trovano.
Un’affermazione all’inizio di questo viaggio nell’abisso induce a riflettere. L’eroina non rende peggiori o migliori di quello che in realtà si è. Fa solo in modo che la natura vera di una persona venga fuori molto prima o semplicemente venga fuori. Uno sconvolgimento di pensiero che annulla ogni argomentazione sulle cattive compagnie, sull’assenza della famiglia e di figure educative di riferimento. Ci sono due categorie: i buoni e i cattivi. Devi solo pregare di trovarti in quella giusta perché non hai speranza, prima o poi la tua natura lombrosiana viene fuori.
Il libro trascina il lettore in un girone infernale, non riesci a staccarti dalle pagine, le crisi di astinenza della protagonista da un lato fanno orrore e contemporaneamente ti portano a sperare che in qualche modo riesca a procurarsi ciò che le serve. Senti anche tu il bisogno di aria fresca, di riprenderti. Non puoi non chiederti come vomito, diarrea incoercibile, caduta pressoria, clonie irrefrenabili, dolori migranti non inducano le guardie prima e soprattutto il medico dopo a sospettare la scimmia. Tutto è sospeso in questo tempo dilatato che ognuno spera passi il più velocemente possibile. Chi è dentro è solo un problema da contenere sperando – senza mai crederci veramente - che, una volta uscito, non si ripresenti più alla Matricola.
È solo verso la fine del libro che provi disgusto e rabbia perché diventa inconcepibile sprecare tempo, oltre che vita, ricorrendo una dose di eroina soprattutto quando ti confronti con le difficoltà del tuo quotidiano.




lunedì 13 febbraio 2017

L'asino sulla mia strada



Ma tu con l’asino che ci fai?
Io con l’asino sto
Delle molte frasi che ho sottolineato, questa è quella che meglio caratterizza tutto il racconto di Alessandra.
“L’asino sulla mia strada” è una storia di amicizia, di pazienza, di lentezza, di conquista. E l’asino ne è il tramite.
Si parte da un dolore profondo che sconvolge la vita dell’autrice. Tutte le certezze sono spazzate via in un colpo solo e bisogna riscrivere il quotidiano, modificare gli obiettivi, guardare al futuro con altri occhi.
La ricerca di risposte inizia con un cammino lento, quello di Santiago; ritornare ad essere pellegrini, cioè a viaggiare fuori per trovare qualcosa dentro.
Per chi è abituato a vivere in città metropolitane il contatto con la Natura può avere un effetto dirompente.
Annusiamo poco e male, tocchiamo distrattamente, non sempre assaporiamo e ancora meno ascoltiamo.
La consapevolezza inizia a farsi strada attraverso i sensi. Le nuove percezioni schiudono la porta verso il mondo e anche l’asino, animale domestico associato in ugual misura alla scarsa intelligenza e al lavoro duro, viene visto con altri occhi.
La storia dell’uomo con l’asino è costellata di dolore inferto, o nei casi migliori di accennati gesti di sottesa violenza – male parole, ingratitudine, sovraccarico, sfruttamento, incuria – che se non arrivano ad essere dolorosi è solo per via della struttura forte, nel corpo e nell’animo di questo grande e paziente animale
Il riscatto dell’asino è iniziato con il suo ingresso nei progetti riabilitativi per persone autistiche o con disturbi psichici. La sua postura, solida e ferma, è un elemento molto importante per chi ha terrore dei movimenti improvvisi e rapidi. È anche un animale che può essere accarezzato senza avere come risposta lo scodinzolamento festoso o la leccata di mani e faccia, situazioni in grado di destabilizzare una persona autistica scatenando reazioni di fuga o di autoaggressione.
Da qui a parlare di onoterapia il passo è stato breve. L’asino ha finalmente trovato il suo momento di gloria nei confronti del cavallo.
Chi mi conosce sa che mi irrigidisco quando sento tutte le declinazioni possibili con il suffisso –terapia perché il rischio di essere fraintesi è elevato. Per un genitore che si trova catapultato nell’autismo e cioè in una realtà difficile, al limite dell’impossibile, impegnativa 24 ore su 24, qualsiasi cosa abbia la parvenza di eliminare il problema una volta per tutte viene vista come un miracolo. In questi anni abbiamo letto storie di truffe riabilitative e mediche che hanno affondato le loro radici nella disperazione
Fortunatamente l’autrice non cade in questo errore. L’asino è il tramite per la comunicazione, per entrare in contatto con la realtà circostante. Non guarisce ma può migliorare la qualità della vita di tutti, senza alcuna distinzione.