Un pensiero al giorno

E io alle falde della montagna mi raggomitolo come Adamo nel cespuglio, con un libro in mano apro gli occhi su un mondo diverso da quello dove appunto stavo, perché io quando incomincio a leggere sto proprio altrove, sto nel testo, io mi meraviglio e devo colpevolmente ammettere di essere davvero stato in un sogno, in un mondo più bello, di essere stato nel cuore stesso della verità (Bohumil Hrabal)

mercoledì 24 luglio 2013

Quando tornerai


La casa editrice E/O da sempre pubblica libri particolari, che raccolgono consensi tra coloro che veramente vogliono leggere altro e godono quando la narrativa è di qualità, fuori da ogni schema e logica di marketing.
“Quando tornerai” è il racconto di una amicizia che diventa ancora più importante e radicata nelle viscere dei due protagonisti principali dopo un incidente che sprofonda Hannes in un coma dal quale riemerge parzialmente, grazie proprio alla cura costante di Uli.
La struttura è quella di un epistolario che Uli scrive quasi ogni giorno ad Hannes e per Hannes, in modo che, al possibile risveglio, possa scoprire tutto quello che era accaduto attorno a lui.
Pur essendo Hannes e Uli i protagonisti principali di questo romanzo, in realtà ci si trova di fronte ad un’esibizione corale dove anche il castagno fuori in giardino e il davanzale della finestra della camera di Hannes hanno la loro importanza nella storia, sottolineando l’atmosfera emotiva che si respira.
Il romanzo si snoda in diversi ambienti: l’ospedale dove è ricoverato Hannes, il “nido dei suonati” dove lavora Uli come volontario del servizio civile, la birreria dove si incontrano e si snodano alcune situazioni che nascono nella camera di Hannes e la casa sul lago che sarà compimento e inizio di vita.
Il libro è bello, molto ironico pur nella drammaticità delle situazioni che si svolgono nell’ospedale e nel “nido dei suonati”, intenso, asessuato, nel senso che l’autrice è stata particolarmente abile a non mettere nella storia il suo personale punto di vista.
C’è un finale, più o meno prevedibile, ma ci si arriva in un crescendo di emozioni, tanto da esclamare chiudendo il libro: “Bello!”

giovedì 18 luglio 2013

La collina del vento


Ho trascorso almeno metà della mia infanzia e giovinezza a Tropea tra colori e profumi che questo libro di Carmine Abate mi ha riportato alla mente. Sento ancora l’aroma di peperoni arrosto che si mischia con l’odore selvatico di certi antri di antichi palazzi nobiliari, mai toccati dalla luce del sole, oppure il chiacchiericcio indistinto del meriggio che si confonde con il frinire delle cicale.
Un romanzo epico che avvolge in un abbraccio l’esistenza di una famiglia calabrese, legata anima e corpo al Rossarco, una collina allungata a pochi chilometri dal mare Ionio.
Nascita e morte vengono ad essere rappresentate in questo luogo lungo un arco di tempo di quasi cento anni. Si comincia con il capostipite Alberto, scavatore in una miniera di zolfo, che aveva acquistato tutta la collina, fondo dopo fondo; c’è poi Arturo, con un grande segreto da custodire, Michelangelo, il primo della famiglia ad andare fuori a studiare e Rino, con l’ingrato compito di chiudere i conti in sospeso con la storia e la vita.
Il dialetto calabrese è presente in gran parte del romanzo senza per questo renderne difficile la lettura.
Bello, emozionante con un pizzico di suspence che non stona.
Per sempre è un'espressione effimera che racchiude la nostra voglia caparbia di perdurare nel tempo. Non esiste nulla per sempre, a parte le cose tangibili, ritenute erroneamente inanimate, come le pietre di fiumara, le montagne della Sila, il mare nostro, il vento. Per sempre è la collina del Rossarco

venerdì 12 luglio 2013

Chiedi alla luna


"Chiedi alla luna" è uno dei romanzi più belli che abbia letto da quando ho imparato a farlo.
Bello nella struttura, dove anche il cambio del carattere rientra nell'opera e catapulta il lettore nelle dinamiche contorte di una mente schizofrenica. Non appena si passa dal font classico di un libro di narrativa a quello caratteristico di una macchina da scrivere, è immediato il viraggio del sentire del lettore, si è veramente risucchiati nel vortice dell’ansia, dei pensieri incatenati alla ricerca di un senso che porti tranquillità.
L’incipit è di quelli fulminanti Meglio dirlo subito: non sono un bravo ragazzo come a mettere le mani avanti per tutto quello che verrà narrato subito dopo.
La morte del fratello, affetto da sindrome di Down, incide su tutta la famiglia portando alla superficie le varie fragilità.
Il senso di colpa per un atto che viene solo supposto per tutto il romanzo, spinge ogni componente a una reazione diversa. Nonna Noo è l’unica figura in grado di mettere ordine alle difficili dinamiche familiari, il personaggio forte che rimette insieme i pezzi di una famiglia travolta da un doppio dolore: la morte del primogenito e la malattia mentale reattiva del secondo.
Per certi versi il romanzo richiama alla mente “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” di Mark Haddon ma, a differenza di questo, non si impantana in situazioni stilistiche che rendono pesante la lettura.
L’uscita del libro di esordio di Nathan Filer è stata preceduta dal clamore suscitato in Inghilterra e dalla rapida vendita dei diritti di traduzione in ben dieci paesi. Per la prima volta posso dire che le attese non sono state disilluse.


 

martedì 2 luglio 2013

Nessuno sa di noi


E’ un bel libro, scritto bene, in cui la narrazione può essere divisa in due parti, sia come contenuto che come carico emotivo.
L’argomento è coraggioso, non tanto perché si parla di aborto, ma di aborto terapeutico effettuato al di là dei termini consentiti dalla nostra legge, tant’è che la protagonista l’effettua in Inghilterra.
La prima parte riguarda proprio di questo, dopo la scoperta che il feto è affetto da una malformazione che ne condiziona la crescita e lo sviluppo armonico. La seconda parte tratta invece delle conseguenze di tale scelta sia nella protagonista che all’interno della coppia. E’ questa seconda parte che risulta più vera, sentita dall’autrice che descrive bene le inquietitudini della psiche, il non essere sicuri al 100% di aver fatto bene, di non aver agito sulla scia emotiva di tutte le persone che ci sono accanto.
Le stesse emozioni mancano all’inizio e si apprezza come un blocco nel manifestare la disperazione, l’incapacità a capire il perché di un tale evento.
Questo, insieme a un finale che tende ad accontentare il pubblico, fanno di “Nessuno sa di noi” un romanzo indubbiamente ben scritto, con una buona idea di partenza ma che non ha avuto il coraggio di andare fino in fondo.
 

lunedì 1 luglio 2013

La mite, ovvero come scrivere senza strafare


Questa volta voglio parlare di un racconto: “La mite” di Fiodor Dostoevskij, il cui primo capitolo inizia con alcune note da parte dello scrittore per chiarire la definizione di “racconto fantastico” che lo caratterizza.
In realtà si tratta di uno stupendo monologo, fissato su carta come se ogni pensiero del protagonista fosse stato trascritto da un abile stenografo; ed è la presenza di questo stenografo, che immaginiamo nascosto nell’ombra, che risulta “fantastica”.
Già la premessa dà il senso di quello che verrà letto subito dopo e che si rifà ad un fatto di cronaca realmente accaduto.
Dostoevskij ha il grande pregio di descrivere le emozioni dei suoi personaggi senza strafare accompagnando per mano il lettore nei meandri della mente.
Il tutto ha inizio con l’immagine di un uomo davanti al corpo della moglie, morta suicida. Da lì partono i ricordi. Il protagonista, voce narrante, è proprietario di un banco di pegni; è attratto da una giovane, sua cliente, che vive con due zie anziane che la tiranneggiano. Decide di sposarla e inizialmente tutto sembra procedere per il meglio ma, di punto in bianco, cambia atteggiamento, diventando lui stesso una sorta di aguzzino.
I pensieri si susseguono e, con il progredire di questo monologo interiore, riusciamo ad avere nuove chiavi di lettura dei due personaggi. La giovane sposa, così come la Lolita di Nabokov, conscia del potere derivante dalla freschezza dell’età, diventa essa stessa una fine torturatrice psicologica. I ruoli si invertono, anche se per poco.
Dopo una lettura empatica, consiglio di riprendere in mano il racconto, analizzandone la struttura perché dà le basi fondamentali, utili sia alla narrativa che alla drammaturgia.