Un pensiero al giorno

E io alle falde della montagna mi raggomitolo come Adamo nel cespuglio, con un libro in mano apro gli occhi su un mondo diverso da quello dove appunto stavo, perché io quando incomincio a leggere sto proprio altrove, sto nel testo, io mi meraviglio e devo colpevolmente ammettere di essere davvero stato in un sogno, in un mondo più bello, di essere stato nel cuore stesso della verità (Bohumil Hrabal)

venerdì 17 ottobre 2014

L'orologio di Benedetta


Perché ho deciso di scrivere questo libro? È una delle domande che ricorre con più frequenza nelle interviste. Effettivamente ventidue anni sono un tempo lungo per una gestazione letteraria, ma era sorta l’urgenza di narrare dove eravamo partite - mia figlia ed io - e dove eravamo arrivate, soprattutto dopo la sua esibizione a Londra, davanti a 500 persone, unica italiana invitata ad un evento internazionale che raduna persone autistiche dotate di talento. È difficile immaginare che solo venti anni prima le fosse stata predetta una vita sufficientemente dignitosa.
Quel «Chissà se parlerà…», «Chissà se camminerà…», «È il caso più grave che abbia visto nella mia carriera!» la dice lunga sul futuro che mi si era prospettato.
Non avevo altra certezza che la verità scientifica della plasticità neuronale ossia della enorme capacità vicariante delle cellule nervose, le quali, se opportunamente stimolate, sono in grado di stabilire nuove connessioni sinaptiche che bypassano le zone degenerate. Su questo ho puntato tutte le mie energie fisiche ed economiche. Per me, laureata con il massimo dei voti e con una carriera brillante davanti, era impossibile pensare che mia figlia non mi somigliasse, non avesse la stessa determinazione e non condividesse con me le identiche passioni .
La prima difficoltà è stata quella di trovare un linguaggio comune, un esperanto che potesse essere calzante per entrambe. La persona autistica ha un suo modo di comunicare ed è inutile cercare di imporre le proprie regole. Si ottengono solo atteggiamenti oppositivi che alimentano l’ansia. Ho pensato che l’Arte, proprio per il suo essere Universale, fosse in grado di trasmettere concetti, di stimolare le percezioni, di modulare le risposte emotive. E così è stato.
In questi vent’anni abbiamo visto concerti, mostre, rappresentazioni teatrali, balletti, visitato musei e alcune città d’arte, alla scoperta dei monumenti italiani più importanti, il tutto corredato dal racconto favolistico del periodo storico perché l’autistico non ha il concetto del tempo. Un minuto, un giorno, un mese sono difficili da quantificare e collocare visivamente. La vita ruota attorno al soddisfacimento dei loro desideri. Per Benedetta la giornata è scandita da colazione, pranzo e cena, mentre l’anno è formato da Carnevale, Pasqua, Estate, Halloween e Natale. Non ha ancora scartato l’ultimo regalo che già pensa a cosa indosserà per Carnevale.
Non è facile stare dietro alle ossessioni scatenate dall’ansia, ogni giorno di ogni mese di ogni anno, senza essere risucchiate nel vortice. Diverse volte ho avuto la tentazione di gettare la spugna e andarmene,  non sapendo bene dove e come. Nel libro ho voluto raccontare le frustrazioni che un genitore si trova a dover affrontare a partire proprio da quel figlio così bislacco, difettoso, fino ad arrivare al confronto con la società che, occorre ammetterlo, non è per niente inclusiva.
Si impara a vivere una vita di frontiera, relegati, nostro malgrado, al ruolo di paria, senza neanche il privilegio delle vacche sacre!
Ogni giorno è una battaglia contro l’autismo che pone sempre nuove sfide, in forme e modi diversi. Non appena si riesce a superare un ostacolo, ecco che se ne presenta un altro, più difficile del precedente. Un’immagine calzante è quella di Idra di Lerna e ogni genitore è un Ercole, sempre più spompato che, con la forza della disperazione, taglia via sempre più teste: quella dell’autismo, delle psicosi, della schizofrenia, dell’ipocrisia, dell’emarginazione, dei tanti disservizi sociali, delle incompetenze professionali. Senza mai smettere, senza avere il tempo di respirare, senza riuscire a godersi la vita. Quando ci si ferma, lo specchio rimanda un’immagine che si fatica a riconoscere come propria ed allora parte l’ennesima crociata, questa volta per l’autonomia affettiva, per quel dopo-di-noi che ci strappa le viscere, perché siamo consapevoli di lasciare quel nostro bambino per sempre nell’indifferenza più totale. Temiamo, e quasi abbiamo paura a pensarlo, che venga collocato in uno dei tanti cronicari ad aspettare l’ora di colazione, quella del pranzo e della cena mentre seduto sul divano vedrà passare Carnevale, Pasqua, Estate, Halloween e Natale.
“L’orologio di Benedetta” racconta tutto quello che è capitato prima di Londra dando un messaggio di speranza ai tanti genitori che si trovano a dover affrontare una situazione difficile, quasi impossibile. Non bisogna mollare mai e ogni energia deve essere spesa per favorire la realizzazione del proprio figlio. L’autismo non deve fermare questa ricerca. Farlo significa ammettere la diversità.
Sentirsi riconosciuti per un talento o una predisposizione è il primo passo verso la felicità che, come nell’effetto “domino”, si trasmette a tutta la famiglia e alle persone che ruotano intorno a lui. Tutti, nessuno escluso, cercano la felicità, intesa come significato all’esistenza e questa ricerca non è “tutto o niente”, ma TUTTO E NIENTE.

 
 










 

 

giovedì 2 ottobre 2014

La madre di Ettore

“La madre di Ettore” è un libro carico di emozioni perché, al quadro ormai noto dell’autismo, si associa la psicosi grave, i comportamenti ossessivo-compulsivi. È difficile anche per una madre accettare, comprendere e contenere la follia del proprio figlio. Non si può restare impassibili quando tutto quello che è a portata di mano viene spazzato via da un raptus di delirio.
Vivere con la pazzia come compagna costante, imprevedibile ed ingestibile è un’esperienza che mina non solo la sanità mentale individuale, ma anche quella di coppia e familiare.
Il ricovero presso strutture idonee è l’unico mezzo per non distruggere altre vite e si capisce fino in fondo il dramma che vede contrapposti l’amore spontaneo per il proprio figlio e la necessità di salvare l’intera famiglia e l’altro figlio, sano, tratteggiato con brevi cenni carichi di tristezza.
Trovare delle strutture idonee è un’impresa, a dir poco, ciclopica e meraviglia come, a distanza di trentasei anni dalla legge Basaglia, ci siano ancora dei veri e propri luoghi di contenzione del malato psichiatrico al pari di quelli narrati in certa letteratura di fine Ottocento.
L’autrice si mette a nudo in ogni sua emozione, dall’orgoglio ferito di madre a quello di compagna manifestando – paradossalmente in questo – tutta la sua femminilità.
Il libro ha il merito di aprire al dibattito su una società cieca, insensibile, finanche impaurita, davanti alla manifesta alterità e su una situazione psichiatrica che, soprattutto nel meridione, campa come può, aspettando la fine di ogni giorno come una liberazione.


martedì 23 settembre 2014

Se Arianna

La mia curiosità viene stuzzicata tutte le volte che esce un libro autobiografico scritto da un medico. Se l’argomento è la disabilità - di un figlio per giunta - allora passa veramente poco tempo prima che entri in libreria e lo compri.
“Se Arianna” è un libro corale che racconta di una ragazza cerebrolesa, da quattro diversi punti di vista: quello dei genitori, del fratello e della sorella. Un’idea vincente per quanto riguarda struttura e stile.
Non è così frequente trovare il racconto della disabilità fatto da un fratello. I libri di questo tipo si contano davvero sulle dita di una mano. Ricordo “La stanza di mio fratello” di Anne Icard e “In autobus con mia sorella” di Rachel Simon perché mi sono rimasti nel cuore e alloggiano nella parte della mia libreria che unisce tutti i libri che ho più amato, quelli sottolineati più volte, con frecce gigantesche a rimarcare i passaggi più significativi, quelli con orecchiette e segnapagine colorate. Qui ci sono addirittura due diversi sguardi: maschile e femminile.
Avere un fratello disabile è un evento catastrofico perché toglie affetto e attenzione a quello sano, il quale spesso si sente in colpa per la sua integrità fisica e mentale. Dopo un primo momento di smarrimento, il sano è costretto a cavarsela da solo perché i genitori sono sempre impegnati in visite specialistiche, ricoveri, riabilitazioni. Egli vive quasi ai margini della famiglia, in silenzio per non dare ulteriore fastidio. Non appena raggiunge la maggiore età, il sano cerca di vivere la propria vita consapevole che potrà arrivare il momento in cui sarà chiamato ad occuparsi a tempo pieno di quel fratello.
Nel libro di Anna Visciani la parte narrata da Daniele è ironica, divertente pur nella tragicità di certe situazioni (confesso di avere riso a voce alta in diversi passaggi!). È la parte che ho più apprezzato e che avrebbe meritato più spazio. È quella più diretta, credibile, a differenza di certi brani nel racconto di Alice dove i termini tecnici, pur trattandosi sempre della figlia di due medici, sembrano quasi fare a pugni con la realtà. Personalmente mi sarei stupita se avessi avuto una figlia che parlasse di spasticità asimmetrica e distonia accessuale, ma forse sono la meno indicata a giudicare visto che ho solo una figlia, disabile per di più.
Ho trovato molte corrispondenze con il racconto di Anna e certe sue emozioni sono anche le mie. Come non essere d’accordo e sottolineare rimpiango solo di non aver avuto l’occasione di realizzare quello per cui mi ero programmata, con i miei lunghi anni di studio, con il mio impegno e la mia volontà? Non sono mai riuscita a darmi una risposta al Perché proprio a me? Penso sempre che i miei studi abbiano favorito mia figlia, così come Arianna, però doppiamente fortunata.
“Se Arianna” si aggiunge con orgoglio alla fila dei libri sul tema della disabilità che la casa editrice Giunti ha pubblicato negli ultimi tempi, aprendo un filone che spero non porti ad un’eccessiva banalizzazione, scotto che viene pagato quando qualcosa funziona e tutti vogliono salire sul carro del vincitore.

 

venerdì 12 settembre 2014

Alla fine qualcosa ci inventeremo

Parlare dell’ultimo libro di Gianluca Nicoletti non è facile perché quelle 194 pagine raccontano anche la mia vita, le frustrazioni, le speranze che spesso muoiono sul nascere, le melanconie che mi prendono la notte quando rubo quelle poche ore solo per me dedicandole a ciò che amo di più (la scrittura), l’angoscia e la disperazione di non riuscire a garantire una vita felice, piena di senso, quando io non ci sarò più.
Realizzare questo ultimo punto mi toglierebbe la paura al sol pensiero di sapere mia figlia in un istituto a passare un giorno dopo l’altro con lo sguardo perso nel vuoto e regredendo spaventosamente. Tutti i traguardi raggiunti buttati nel cesso.
La persona autistica ha diritto a vivere una vita felice, piena di molte attività, secondo una cadenza costante che tranquillizza. È importante per mia figlia sapere che, dopo colazione, va al centro diurno e nel pomeriggio ci sono corsi di lingua straniera, di musica o semplicemente incontri con gli amici secondo un planning, ben stampato nella sua testa, dal lunedì alla domenica. Tutto questo ha un costo in termini di tempo e denari. Non faccio più il medico, o almeno sono l’unico medico con un solo assistito, e gli altri sono finiti da tempo.
Il genitore che persegue la felicità del figlio vive legato a doppio filo con il proprio amato carceriere oscillando in uno stato di costante contraddizione di odio e amore, perché da un lato vorrebbe vivere una vita diversa, ma la simbiosi è talmente radicata che la separazione rappresenterebbe la morte per entrambi. È forse questo che qualche genitore si augura, sperando che il Padreterno lo renda possibile come ultimo, meritato dono di una vita di totale e incondizionata dedizione. Altri lo hanno fatto direttamente.

In Italia ci sono 600mila famiglie coinvolte nell’autismo e, nonostante il grande numero, siamo ancora lontani anni luce da una vera inclusione perché manca lo spirito di corpo, quello stesso che anima gruppi di persone unite da ideali politici, religiosi, di categoria, di genere perché il peggior nemico di un genitore con figlio autistico è un altro genitore con lo stesso problema, che invidia i figli autistici degli altri, così come spesso capita nelle situazioni più normali, usando la frase universale “Ma il tuo caso non è poi così grave!”
Bisogna avere fortuna nella vita e questo è tanto più valido per una persona autistica. Quello che sembra un miracolo, il caso lieve, l’autismo non autismo, è il risultato dell’impegno di un genitore. Sì, talvolta il nemico, la pesante zavorra, colui che rema contro, è dentro la stessa famiglia. Per alcuni è più semplice lasciare che le cose vadano per il loro corso, piuttosto che impegnarsi a rendere il bambino autistico, un adulto autonomo e felice. Perché buttare tempo e soldi? Fortunatamente la zavorra si può lanciare fuori dal carro per non rallentare la corsa. Perché non c’è poi così tanto tempo e il tramonto è vicino.

Il libro è anche una vera e propria denuncia ai millantatori, a coloro che sfruttano la disperazione dei genitori, quel loro pazzo tentativo di “normalizzare” il figlio, per proporre terapie senza alcuna evidenza scientifica che rubano tempo ad un’efficace opera di crescita e autonomia. Non si guarisce dall’autismo e questo deve essere detto, sottolineato e, se necessario, tatuato sulla pelle dei genitori che inseguono false speranze, sprecando tempo prezioso per il loro figlio. Considero assolutamente scellerato un comportamento di questo tipo perché nessuno deve essere lasciato indietro.
Non so se riuscirò a realizzare insieme a Gianluca il progetto di Insettopia, che solo visioni ottuse considerano un ghetto. È sempre politically correct etichettare qualcosa che sia a misura dell’altro, una forma di segregazione ma la vita di una persona autistica e della sua famiglia è una vita ai margini della società. Sfido chiunque ad affermare il contrario. La scarsa considerazione di un problema così grande e vasto sta anche nella facilità con la quale si può usare la parola autistico per dare dello sciocco e contemporaneamente sentirsi offeso dall’essere pubblicamente svergognato.

È un lavoro lungo da fare sui genitori perché non si sentano soli e prendano forza e coraggio. Ciò che si chiede non è un privilegio ma un diritto perché l’autistico è una persona, non una malattia. Insettopia sarà realizzabile grazie alla follia di quelle persone a cui piace giocare con le visioni, con sguardi laterali e sventatezze ardite.

venerdì 5 settembre 2014

Mamma ti posso parlare?

Non più di cinque minuti per darci una sentenza su nostro figlio.
Cinque minuti che cambiano l’esistenza di una famiglia e che possono essere ancora più devastanti se entrambi i genitori sono medici e si trovano di fronte a un qualcosa che non è ancora stato classificato né definito. Si parlerà di Sindrome di Asperger più avanti ma prima di allora si dovrà procedere per tentativi ed errori così come in qualsiasi altra sperimentazione scientifica.
L’autismo non può essere considerato una malattia ma un modo di essere e di concepire la realtà che ci circonda per quello che è.
La persona non autistica è spesso un crogiuolo di contraddizioni ed è questo il limite per una comunicazione efficace. Invece la persona autistica vive la realtà secondo uno schema binario: o bianco o nero. Nessun’altra sfumatura di grigio.
Si arriva a capire questo dopo tanti anni, nel momento in cui si prende coscienza che comunicare con nostro figlio equivale ad entrare in terra straniera con regole e linguaggio differenti. Nessuno di noi ha la presunzione di andare tra le popolazioni eschimesi che vivono ai confini della Terra pretendendo di parlare italiano e di cucinare gli spaghetti.
Quando finalmente capita questo, la qualità della vita migliora e interagire con una persona autistica diventa l’esperienza più affascinante del mondo.
Il libro di Maria Grazia Proietti intreccia con grande intensità le sue esperienze di donna, di medico e di madre davanti alla malattia. Non quella del figlio Matteo perché, come già scritto, la persona autistica “è”, ma la sua. Si parla di cancro. Come dire, piove sul bagnato!
È questa la prova più dura da affrontare perché se vivere con una persona autistica insegna a godere del presente, il cancro ti porta a vivere due vite.
Una è quella che si aspettano da te i medici dove recito la parte della malata. Poi c’è la mia vita vera dove sono Maria Grazia: famiglia, Comunità di Sant’Egidio, lavoro, Matteo…la mia quotidianità
Il libro non è propriamente la storia di Matteo nonostante il titolo, ma il racconto della fragilità di Maria Grazia che diventa forza proprio grazie a lui con quel suo “Mamma sei uno schianto!” davanti alla parrucca, anche quando gli effetti della chemioterapia stravolgono i lineamenti del volto.
Il cancro diventa il giro di boa per la crescita di entrambi, soprattutto di Matteo che acquista più sicurezza ed impara ad essere più autonomo
Se la mamma ha la nausea e non può cucinare, allora ci pensa Matteo! Se la mamma ha il braccio dolente per la chemioterapia e non può fare tanti sforzi, allora ci pensa Matteo!
Libro emozionante e non così scontato per questo racconto nel racconto. Interessanti le aperture ai capitoli con stralci tratti dalle favole perché ognuno di noi si è sempre sentito protagonista di una di queste.


 

 
 

 

 

 

 

giovedì 21 agosto 2014

Non sono più uscita dalla mia notte

Andare per rigattieri talvolta ha le sue sorprese, come questo libro scovato tra migliaia di altri e di cui avevo letto una recensione un po’ di tempo fa.
L’autrice non è così conosciuta in Italia; di tutta la sua produzione letteraria sono stati tradotti pochi libri, spesso introvabili, come “Gli armadi vuoti” con la traduzione di Romana Petri.
“Non sono più uscita dalla mia notte” è un memoir che racconta l’Alzheimer di cui era affetta la madre e il titolo del romanzo è la frase che l’anziana donna ripeteva nei rari momenti di lucidità.
L’Alzheimer è un’altra di quelle malattie che sconvolgono l’esistenza di una famiglia e che viene vissuta tanto più dolorosamente quanto più si fa fatica ad accettare l’assurdità di certi comportamenti e il degrado, fisico e mentale, nel quale si cade progressivamente
Tutto è capovolto, ora è lei la mia bambina. Ma io non posso essere sua madre
Una frase che è già sufficiente per capire la decisione di mettere la donna in un istituto, insieme ad altre come lei
Qui tutto quello che si perde non si ritrova mai. Indifferenza, tanto stanno tutte per morire
Il libro è infarcito di pensieri, e riflessioni forti in un continuo rimpallo tra il cristiano impulso all’assistenza e l’istinto animale di sopravvivenza che induce ad isolare l’elemento malato, lasciandolo morire.
Parte della decisione sofferta di internarla è frutto di un insoluto tra le due donne
Io sono nata perché mia sorella è morta, l’ho sostituita. Non ho dunque un mio io. Questo argomento sarà presente in un libro successivo: “L’autre fille” del 2011.
L’Alzheimer, come qualsiasi altra forma di disabilità, non riesce a distruggere tutto. Alcuni ricordi rimangono congelati in quegli oggetti che ci hanno reso felici durante l’infanzia o che sono associati a bei ricordi
La scatola degli aghi, dei bottoni, il ditale sono le sole cose che conserverò in ricordo di lei
E subito la mia mente è riandata alla camera dei miei genitori e all’armadio dove, dentro uno dei cassetti erano conservati centinaia di bottoni di tutte le forme, colori, dimensioni con i quali giocavo per ore quando ero ammalata.
Assolutamente struggente l’ultima immagine della madre, ormai in uno stato avanzato della malattia
Quando mi chino per controllare la leva d’arresto della sedia, lei si china a sua volta e mi da un bacio sui capelli.
Un gesto materno che sopravvive nonostante la devastazione mentale e che lascia il dubbio se non ci siano comunque spiragli di coscienza che renderebbero tragico questo cammino lento verso la morte.


domenica 3 agosto 2014

Sirena

Bisogna fare tanto di cappello al libro "Sirena" di Barbara Garlaschelli per almeno tre motivi.
Il primo è che è scritto veramente bene, la maniera che è più vicina al mio gusto letterario. Quell'essenzialità che viene scambiata per facilità e invece non lo è per niente. Sembra un gioco da ragazzi costruire una frase...e che ci vuole? Non sempre però gli scrittori riescono a trasmettere le loro emozioni con quel particolare aggettivo, e non un altro, oppure con l'uso ragionato della punteggiatura.
La scrittrice ha invece vissuto sulla propria pelle ciò che ha raccontato e, prima di metterlo su carta, ha avuto - ahimè - tutto il tempo per analizzare, odiare, amare e poi nutrire il dolore, la rabbia, lo smarrimento e infine la speranza. Questo dà veridicità, forza, potenza al suo stile.
Il secondo motivo che me lo fa amare è la determinazione con la quale la scrittrice ha fatto di tutto perché il libro non finisse al macero. Non c'è niente di peggio dell'essere dimenticati, del finire i nostri giorni nell'oblio generale. Ed è giusto a quel punto chiedersi il senso della nostra esistenza.
Una storia come quella di Barbara non deve essere accantonata, messa tra i tanti memoirs che l'editoria sforna a ondate seguendo la moda del momento. E' ammirevole la forza con la quale ha superato una delle più grandi tragedie che possano capitare ad una persona, figurarsi ad un'adolescente. Per questo Sirena non può essere dimenticata e fra mille anni quando esseri con 3 occhi, 4 orecchie, mani e piedi palmati e un hard disk al posto del cervello lo leggeranno, dopo aver guardato stupiti la copertina perché particolare, incisiva e delicata allo stesso tempo, troveranno spunti di riflessione, affinità emotive. Ne sono assolutamente certa.
Il terzo motivo riguarda i suoi genitori. Quando si legge un'autobiografia spesso la descrizione di chi ci è accanto viene inconsciamente dipinta di rosa, per una forma strana di pudore che ci frena da mettere in piazza le tristi magagne familiari, a meno che non si tratti di una bieca operazione commerciale d'accordo con l'editore.
La vita e le persone care di Barbara sono così come le ha descritte. Questi dettagli possono essere captati, navigando sulla sua pagina facebook, in quei piccoli quadri che giornalmente inserisce in rete. La chiarezza della sua scrittura è parimente presente nella vita e negli affetti.
Non so perché non avessi letto prima Sirena. E dire che di libri ne leggo tanti!
L'ho fatto adesso e mi piace

martedì 17 giugno 2014

Il segreto di Luca

Luca è diverso e lo si capisce già dalle prime righe del romanzo

Caso raro tra la gente di quella contrada, egli non portava copricapo (…) il suo vestito pareva pulito, ma consunto e rattoppato; più singolare il fatto che, in contrasto, col gran caldo della stagione, esso fosse di panno pesante

La descrizione del protagonista è inserita nello scenario maestoso, selvaggio e solitario della Marsica. Luca è un uomo di poche parole e quelle proferite sono chiare e precise, non una di più né una di meno; e anche così scarno, diretto, conciso è lo stile del romanzo che consente, senza grosse difficoltà, una trasposizione cinematografica o teatrale.
Il segreto di Luca, ciò che lo rende diverso rispetto agli altri e per il quale continua ad essere malvisto, nonostante siano passati 40 anni, non è niente di scabroso o particolarmente esecrabile. È il rispetto dei sentimenti che, quando vengono condivisi, nel passaggio di bocca in bocca perdono la loro autenticità e si caricano di leggerezza, superficialità, diventando una barzelletta da bar.

La conquista di una donna è una conferma pubblica del nostro valore d’uomo. Senza la pubblicità, francamente, via, ne varrebbe la pena?

L’amore che Luca nutre per Ortensia è profondo, affonda le radici in questo concetto, ormai perso nella nostra società: il rispetto.
Lui non viene meno a questo principio neanche quando viene ingiustamente incolpato di un delitto che non ha commesso. Non solo non si difende – anzi auspica il carcere come mezzo per trovare pace ad un amore impossibile – ma i suoi stessi concittadini non fanno nulla per salvarlo. È la sua diversità che spaventa; non è un cialtrone, un racconta balle, un avventuriero, ma un galantuomo.
Questo non lo rende parte del gruppo e il gruppo, quando può, lo isola e lo abbandona al proprio destino. La cosa non sembra interessargli, non reclama vendetta, allontanandolo ancora più dalla gente.
Il segreto di Luca è un libro bellissimo dal quale è stato tratto uno sceneggiato Rai del 1969, con l’adattamento di Diego Fabbri, tra i nostri più grandi drammaturghi, e che, grazie a Youtube, è possibile rivedere e gustare.


sabato 7 giugno 2014

Libere donne di Magliano

L’uomo è come un buco dentro la terra, ogni volta che si scava più profondo viene fuori altra sostanza e terra più nera o più scialba o roccia o squama e ogni volta è un mistero che genera meraviglia
È la frase che meglio riassume chi, come Mario Tobino, ha passione, curiosità, attenzione, accoglimento per i moti dell’animo umano, cioè di tutto quello che dietro la fronte. Solo così si riesce a capire il perché lo scrittore abbia vissuto per 35 anni all’interno del manicomio di Maggiano arrivando ad affermare, con una serenità invidiabile Ho sempre avuto frequenza con i deliri e non ci sono neppure stato male.
Grande appassionato e studioso di Dante, Tobino ha uno stile che oscilla tra il pragmatismo e il lirismo, come quando scrive Il manicomio è pieno di fiori, ma nessuno riesce a vederli.
Sicuramente non si riferisce solo alla parte della pianta di vario colore e profumo ma anche agli internati la cui grazia non viene mai messa in discussione, anche nei casi più gravi ed emblematici, perché esseri umani.
Nonostante i deliri è difficile non appassionarsi alle loro storie.
C’è la Berlucchi, la delirante di autoaccusa, che si trapassa da parte a parte il torace con un ferro da calza; la Lella la cui follia nasce da qualcosa che non avrebbe dovuto vedere. Per un certo periodo di tempo vive separata dalle altre malate occupandosi dei medici e di Tobino in particolare; accudisce diversi piccoli animali e i garofani che ogni sera vengono puntualmente recisi da una suora. Dispetto? Delirio di persecuzione?
Anche le suore sono inserite in questo caravanserraglio di varia umanità. Oltre al gruppo che lavora là dentro, c’è suor Palazzo, suora di clausura, convinta di aver ricevuto il mandato di fondare un nuovo Ordine Religioso, del quale lei ha il supremo potere e con il quale governare il mondo. Tiene in mano una pantofola di gomma che brandisce come un’arma quando capisce di non essere presa sul serio.
Ci sono due sorelle, una con delirio di persecuzione e l’altra che l’ha seguita dentro le mura assecondando e sposando quella stessa allucinazione per non abbandonarla.
C’è la Gabi, oscillante tra deliri di gelosia e vera ossessione, ex fidanzata di un uomo importante, morto suicida, viene avviata al bordello dalla madre e lì incontra il marito che poi la farà internare.
C’è una bellissima giovane di Livorno che viene ricoverata e messa per sei giorni nel reparto delle agitate, all’alga, cioè solo con l’erba marina come giaciglio e coperta (sistema usato per le più furiose che distruggevano ogni cosa). Passato quel breve periodo sembra come risvegliarsi da un incubo e ritornare ad essere la ragazza pudica e rispettosa di sempre. Il fratello la porta a casa, dal suo fidanzato, ignaro di quanto accaduto perché in viaggio.
Sembra un controsenso il titolo del romanzo, quel libere donne, quando la pazzia in realtà domina la loro psiche. La libertà di cui si parla è proprio quella di espressione, anche nelle allucinazioni più gravi, senza l’uso indiscriminato degli psicofarmaci che, se da un lato sedano, dall’altro tolgono l’autonomia di essere.


lunedì 2 giugno 2014

La scimmia sulla schiena

Ho ritrovato questa edizione del 1976 in soffitta tra centinaia di altri romanzi. Era stato un libro cult per la mia generazione, insieme a “Porci con le ali”. Stranamente non l’avevo letto, perché in quel periodo ero presa da smodata passione per Pirandello e anche perché il problema droga non era nel novero delle cose per me importanti.
L’ho letto in questi giorni, dopo quasi quarant’anni e una laurea in medicina, e ben sessantuno dalla sua prima uscita. Tra l’altro quest’anno ricorre il centenario della nascita di Burroughs
È un libro molto particolare e, di questi tempi, una rarità. Non credo che di recente sia stata pubblicata un’autobiografia che lontanamente gli assomigli nella forma e, strano a dirsi, nel garbo. Pur parlando di un argomento forte e di situazioni complesse, l’autore non cade mai nel trash.

Si scivola nel vizio degli stupefacenti perché non si hanno forti moventi in alcun’altra direzione. La droga trionfa per difetto. Io la sperimentai a titolo di curiosità

Borroughs non può essere considerato il classico tossicodipendente perché mantenne sempre una certa razionalità che lo portava a consumare droga incuriosito soprattutto dagli effetti. Non so se lo si possa chiamare uno studioso di sostanze stupefacenti, è indubbio che non appena veniva a conoscenza di una nuova sostanza, faceva di tutto per procurarsela. E’ il caso dello yage, bevanda allucinogena usata dai nativi amazzonici, che lo porterà in quella terra per sperimentarla
Era anche l’epoca di una certa liberalizzazione; molti medici rilasciavano ricette senza porsi alcuno scrupolo riguardo gli effetti o la possibile pericolosità. Burroughs stesso usa le scuse più improbabili per ottenerle. I soldi hanno sempre tacitato le coscienze o, come dice un vecchio detto popolare, hanno fatto andare l’acqua in su.
Viene descritto un sottobosco di personaggi squallidi, di poveri disperati alla ricerca della dose in cambio di vestiti, orologi, qualsiasi cosa fino ad arrivare alla prostituzione. Una capsula di eroina costava tre dollari, pari forse ai 200 euro di oggi, e per un tossico ci volevano almeno tre capsule al giorno. Fa sorridere il quadretto che l’autore fa dei grossisti italiani di droga

Un quarto di oncia di eroina dovrebbe bastare almeno per cento capsule prime di essere adulterata; ma se il grossista è italiano si può star certi che il conto non torna

La vera discesa negli Inferi accade quando l’autore decide di allontanarsi definitivamente dalla droga cadendo nell’alcolismo. È uno dei rischi più frequenti nei tossicodipendenti, certi che non sia un vizio, che sia possibile smettere di bere molto più facilmente rispetto alla disassuefazione tossica. È questa l’ultima parte del libro, quella in cui l’autore perde ogni dignità diventando una larva finché l’amico-spacciatore non gli fa una dose per salvarlo. Sembra un controsenso, ma è così!
È un libro che ho apprezzato molto, che dovrebbe tornare ad essere letto perché si viene catapultati, non solo nel delirio tossico, ma in un’epoca importante della cultura mondiale. Borrough aprì la strada alla beat generation con Kerouac e Ginsberg, che ne seguirono lo stile.
Importante fu l’incontro con il pittore Gysin con il quale ebbe un intenso rapporto artistico ed emotivo. Di lui scrive Ha avuto una conversione simile alla mia e fa dei quadri fantastici. Fa con la pittura quello che io cerco di fare nello scrivere. Considera la pittura come un buco nella trama della cosiddetta ‘realtà’ attraverso il quale esplora un luogo reale che esiste nello spazio esterno. Ecco spiegato con poche parole la sua scrittura, a metà tra il reportage e la memoria, asciutta, fedele, vera fino all’autoaccusa. L’ultimo capitolo è dedicato alla cura che elimina la tossicomania; per certi versi un trattato di farmacologia molto più interessante dei libri sui quali ho studiato perché l’esperienza narrata, pur nello stile scarno ed essenziale, arriva dritta alla coscienza e vi rimane.

domenica 30 marzo 2014

Il posto di Giacomo

Come ho fatto a farmi sfuggire questo libro? È stata la prima cosa che mi sono detta, e dire che ne ho letti di libri che trattano la disabilità!
“Il posto di Giacomo” è un libro che ognuno dovrebbe leggere, compreso noi genitori che viviamo la disabilità dei nostri figli con sudore e lacrime perché, strano a dirsi, anche noi soggiaciamo spesso, inconsapevolmente, ad una serie di luoghi comuni.
Il primo di tutti è l’incomunicabilità dell’autismo e il fatto che per alcuni sia assente il linguaggio, non significa che non pensino o, peggio, non provino emozioni.
Le manifestazioni di abnorme irritabilità, di ipercinesia, le stesse stereotipie sono conseguenza di disturbi dei quali noi non riusciamo a comprenderne la portata.
Il secondo luogo comune è che queste persone, messe nella condizione di potersi esprimere, non possano avere un mondo talmente ricco, bello e profondo da rimanerne ammaliati. Ho cominciato a leggere il libro con il preconcetto che, essendo stato scritto con la tecnica della scrittura facilitata, non fosse tutto frutto della mente e della creatività di Giacomo. Un grande peccato di presunzione di cui mi scuso con lo scrittore. Per noi che pensiamo di trovarci dalla parte giusta della barricata è facile cadere nel tranello di sapere tutto di tutti.
Bastano infatti poche righe per capire che quello che viene raccontato è vero, è proprio la storia di Giacomo, narrata in prima persona e non potrebbe essere diversamente perché ciò che viene descritto non è mai stato sperimentato da nessuno di noi scarsamente generici, neanche da quelli dotati di una straordinaria fantasia.
Leggere i suoi pensieri, le descrizioni così particolareggiate dello stato emotivo, apre la mente alla comprensione dell’altro. Si pensa che un genitore capisca fino in fondo il proprio figlio, anche e soprattutto quello con autismo. Non è sempre così e il motivo è il peccato di presunzione di cui sopra. Quanti genitori affermano «No, mio figlio non è capace di fare questo!» oppure «No, non parla!» e così dicendo insinuano la paura malcelata che sia anche ritardato, come se la mancanza di parola sia un ulteriore minus che si va a sommare a tutti gli altri.
Giacomo ha avuto una famiglia che lo ha sostenuto e, quando la sfiducia e la stanchezza ha pervaso alcuni di loro, la madre ha combattuto la battaglia fino in fondo.
Trovare il sistema comunicativo comune è la chiave che cambia la vita. Di tutti.
Giacomo ci sa fare con le parole, scegliendole con cura. Che questa capacità sia attribuibile al fatto che scriva meno velocemente di quanto pensi e che rimangano lì, nella sua mente, è poco importante. È uno scrittore e un poeta di grande talento e come tutte le persone straordinarie in un determinato campo dell’Arte, ha degli artifici e delle tecniche che non sono e non devono essere argomento di una valutazione critica. Nessuno di noi sa cosa avveniva nella mente di Dostoevskji o di Tolstoj, che percorso facevano le parole prima di essere fissate per sempre. Ci piacciono, il loro talento è universalmente riconosciuto e siamo contenti che la Vita ci abbia dato l’opportunità di conoscerli.
Lo stesso vale con Giacomo. Sono felice di avere avuto tra le mani questo libro, di averlo letto e di avere capito tante cose. Anche di mia figlia.

giovedì 20 marzo 2014

Il tempo di imparare è infinito

Avevo letto in rete i pareri dei lettori sull’ultimo libro di Valeria Parrella: una platea divisa a metà tra chi l’apprezzava senza riserve e chi si sentiva deluso rimpiangendo lo stile de “Lo spazio bianco”.
La curiosità mi ha spinto ad andare a comprarlo subito, chiedendomi come mi era potuto sfuggire visto l’argomento. Già dai tempi de “Lo spazio bianco”, amato visceralmente, avevo avvertito che lo stile della scrittrice affondasse le radici in altro. Non si trattava solo di dimestichezza con la parola scritta, ci doveva essere necessariamente un vissuto intenso, quelle forti emozioni che ti rimbalzano di notte, nei momenti (pochi!) di tranquillità e che portano a scavare a mani nude finché le dita non sanguinano.
Ed ecco la conferma del sospetto, questo bellissimo libro che ho sottolineato, riempito di note e rimandi personali, di punti esclamativi.
Non è il solito memoir sulla disabilità ma un racconto in cui si intrecciano squarci narrativi intrisi di elementi metaforici ed allegorici a sequenze reali, asciutte in cui il dolore esplode
Mi chiudo nel mio studio, ti lascio solo, spengo la luce e penso che in un minuto può finire tutto questo. Un minuto, abito al sesto piano, il parapetto è già studiato da anni. Basta un salto, non mi salvo, il palazzo è antico, ogni piano più di cinque metri. Non posso dire di non averci pensato anch’io tante volte.
Per certi versi lo stile di Valeria Parrella ricorda quello di un’altra scrittrice, Francoise Lefevre, anch’essa alle prese con l’autismo del figlio. Le due donne condividono un’intelligenza vivace, una sensibilità fuori dal comune e questa maledetta lettera H che si fa largo a spintoni nel loro alfabeto, le porta a usare il lirismo anche nelle situazioni più drammatiche
Sotto come me ci sono tanti altri sommozzatori rispettosi, ognuno alla ricerca della sua stella marina, ciascuno il suo forziere: c’è un padre, sempre, alla sala d’attesa del centro di riabilitazione, alle 9 di mattina con un computer portatile. Suo figlio urla molto oltre la porta. La logopedista pure. Il sommozzatore attacca la sua bombola alla presa, quella vicino alla finestra e si tuffa. Suo figlio urla di rabbia, ma lui è dentro lo schermo ora.
Non è un libro facile anche per chi condivide con la scrittrice il numero 104/92 tatuato sull’avambraccio. Sarebbe un libro per tutti se ci fosse comprensione, ascolto, solidarietà, condivisione empatica e se non ci fosse il solito furbo che parcheggia nel posto riservato ai disabili.

lunedì 13 gennaio 2014

Day Hospital

L’uscita di un libro particolare che possa far parte di questo blog mi spinge a comprarlo. Subito. Anche di domenica.
La lettura di “Day Hospital” è scorrevole e rapida, in un’ora si legge tutto ma…la sospensione è doverosa. Avrei preferito che tutto ricalcasse lo stile e le emozioni della parte scritta in corsivo. Il resto è sì un diario, ma più nelle corde di uno studente di medicina o di quei tanti internauti alla ricerca in rete della soluzione ai loro disturbi.
Ho trovato inutile specificare il tipo di protocollo seguito per trattare il linfoma non Hodgkin o le varie associazioni di farmaci mentre invece arrivano dirette le frustrazioni per gli effetti collaterali, più o meno permanenti, degli antitumorali. Qui chi legge si immedesima, comprende, rivive, partecipa.
Il breve spazio dedicato ai genitori è delicato, intenso ma inserito a casaccio come se si fosse reso necessario allungare lo scritto. È un peccato perché viene ad essere persa anche la magia dell’episodio con il padre, quando l’autore trova e sperimenta un modo per comunicare con lui.
Alla chiusura del libro la prima impressione è stata di una scelta affrettata per tenere il passo con uscite editoriali particolari che da un po’ di tempo caratterizzano il mercato. Ben venga che si parli di disabilità e di malattia ma, come per ogni altro libro di narrativa, occorre che l’opera sia particolare, che racconti l’esperienza in maniera nuova, con altra ottica ed emozione. Si può essere dei grandi scrittori ma non riuscire a comunicare con la stessa originalità il proprio vissuto, soprattutto quando si tratta di malattia. È necessario che l’esperienza si sia sedimentata sul fondo e l’autore si trovi a guardarla dall’alto. Può passare un giorno, un anno o più. La visione generale consente di descriverla e di raccontarla usando tutti gli strumenti della narrazione con sguardo lucido, riuscendo a dosare le emozioni e inserendo un pizzico di ironia. D’altronde si sta scrivendo un libro e questo non è diverso da tanti altri.
 

domenica 12 gennaio 2014

Tonio Kroger


Tonio Kröger è il racconto di un diverso sentire che ho apprezzato parola per parola trovandoci molto della mia vita.
Sono stata una ragazzina piuttosto solitaria dal racconto di una mia compagna di classe che non vedevo da diversi anni. Mi piaceva stare in mezzo agli altri ma spesso non trovavo argomenti comuni. Mentre tutte avevano letto, o si apprestavano a farlo, “Piccole donne”, io ero attratta dal teatro. Nell’epoca del a nanna dopo Carosello, mi era consentito vedere la prosa che veniva trasmessa in presa diretta il venerdì sera. Mi affascinava e da lì il passo fu breve: lessi tutto Pirandello.
A dieci anni avevo già letto “Centomila gavette di ghiaccio” che ancora oggi rimane uno dei libri più belli sulla Seconda Guerra Mondiale. Che cosa potevo avere in comune con il resto dei miei coetanei? La gioia di vivere, che è uno stato naturale in ogni adolescente, era in me sempre adombrata dal senso di fugacità delle cose. Il chiedermi il significato dell’esistenza ha accompagnato il mio vivere fino ad oggi.
Nel romanzo manniano Tonio è diverso già nel nome che suona così poco tedesco. I suoi tratti somatici sono tipicamente meridionali, forse un po’ rozzi, rispetto alla bellezza ariana dell’amico Hans.
Tonio nasconde un segreto che è il poetare in versi e la cosa non stupisce perché spontaneo, connaturato in chi rimane meravigliato da ciò che lo circonda: lo zampillo della fontana posta sotto i rami del vecchio noce, il mar Baltico in lontananza, le diverse sfumature armoniche del violino.
Melanconica ed elegante la descrizione del padre con sempre un fiore di campo all’occhiello, frase che ritorna più volte nella narrazione. Viene da pensare che la sua diversità non sia solo frutto della bellezza e passionalità della madre, proveniente da un paese tanto giù sulla carta geografica.
Molto bello il lungo monologo con il quale Mann, per mezzo di Tonio, spiega il suo concetto di arte. L’artista non sente, è un qualcosa di extraumano, di non umano che si pone in una situazione lontana e distaccata rispetto all’umanità. Solo così è in grado di rappresentare ciò che vede, non cadendo nel patetico. Qualcosa di pesante, di goffamente serio, di non dominato, non ironico, scipito, noioso, banale uscirà dalle vostre mani.
L’artista è anche uno snob. Noi artisti non disprezziamo nessuno più profondamente del dilettante, dell’uomo vivo che all’occasione crede di poter essere, per giunta, anche un artista.
Lo stile di Mann è fatto di pennellature con l’uso mirato e preciso degli aggettivi; di descrizioni vivide dove ogni parola ha un determinato posto e perché.
Nella seconda parte il suo viaggio di ritorno a Lubecca dove era nato, il ripercorrere con occhi e sentire diversi i luoghi della fanciullezza, ripetere persino gli stessi gesti.
Vide un treno passargli davanti sbuffando con goffa precipitazione, contò per passatempo i vagoni; ed anche si sorprese a far dondolare il cancello avanti e indietro sui cardini finché cigolasse.
Lasciata la città natale si dirige verso Aalsgard dove reincontra, non visto, gli amici d’infanzia e li guarda ballare il valzer, nascosto nella veranda.  Saudade è l’emozione che pervade questa ultima parte assieme alla consapevolezza che non è mai possibile un destino diverso per ognuno di noi, perché ognuno ha la sua strada e il suo posto nella storia.