Un pensiero al giorno

E io alle falde della montagna mi raggomitolo come Adamo nel cespuglio, con un libro in mano apro gli occhi su un mondo diverso da quello dove appunto stavo, perché io quando incomincio a leggere sto proprio altrove, sto nel testo, io mi meraviglio e devo colpevolmente ammettere di essere davvero stato in un sogno, in un mondo più bello, di essere stato nel cuore stesso della verità (Bohumil Hrabal)

martedì 17 dicembre 2013

Il sosia


Ogni volta che leggo, o rileggo, Dostoevskij prende maggiormente corpo la convinzione che sia stato il più grande scrittore di tutti i tempi da qualsiasi angolazione lo si voglia guardare.
“Il sosia – poema pietroburghese” fu accolto con freddezza dalla critica letteraria di allora che lo considerò una prova minore del grande talento dello scrittore. Chissà cosa volevano di più da questo che è, a tutti gli effetti, la migliore descrizione della schizofrenia che abbiamo. Il romanzo dovrebbe essere inserito tra i testi da leggere per l’esame di psichiatria perché avrebbe il duplice scopo di aumentare la cultura del futuro medico e porre lo stesso dalla parte del malato dandogli l’opportunità di vedere la realtà con un’altra ottica. La compassione, cum patior – soffro con, che è ormai così lontana dall’odierna ars medica e che guarda la malattia e non il malato.
Le prime novanta pagine descrivono la vita di Goljàdkin o, come lo chiama Dostoevskij, il nostro eroe, appellativo altisonante e forse leggermente ironico per un uomo semplice, alquanto servile che svolge il lavoro di impiegato, un Monsù Travet russo.
L’arrivo del suo doppio confonde anche il lettore che si chiede se si tratti di una semplice somiglianza. Con il progredire della storia diventa più chiara la follia ed è proprio qui che sta la grandezza di Dostoevskij, nei dialoghi e nei pensieri di Goljàdkin, in quel suo passare dalla determinazione alla remissione, al cambio di movenze, di gestualità che sono tutti enfatizzati dallo sguardo degli altri. Sono proprio i personaggi di contorno che sottolineano la follia e la mettono in luce anche allo stesso protagonista.
Il romanzo si chiude con il dottor Rutenspitz così come si era aperto quando il “nostro eroe” sente l’impellente bisogno di parlargli. Il dottore è come il confessore e tenergli nascosta qualcosa sarebbe stato sciocco, dato che era proprio il suo mestiere conoscere i suoi pazienti. Che dottore è? Nelle ultime battute della storia lo scopriamo perché per la prima volta parla con accento tedesco. È la brillante trovata per far capire che si tratta di uno psichiatra e non di un semplice medico. Il 1845 è l’anno di pubblicazione di questo racconto ed anche del testo più importante nel campo della psichiatria: “Patologia e terapia nelle malattie psichiche” di Wilhelm Griesinger in cui per la prima volta viene riconosciuta l’importanza delle cause psicologiche nell’insorgenza della malattia mentale.
La sua formazione indiretta in campo medico è quel quid che rende Dostoevskij inimitabile, come quando scrive Lo tormentava un’angoscia terribile…si sentiva così esulcerato che gli sembrava che qualcuno gli rodesse il cuore in petto
Che dire? Lo adoro!