Un pensiero al giorno

E io alle falde della montagna mi raggomitolo come Adamo nel cespuglio, con un libro in mano apro gli occhi su un mondo diverso da quello dove appunto stavo, perché io quando incomincio a leggere sto proprio altrove, sto nel testo, io mi meraviglio e devo colpevolmente ammettere di essere davvero stato in un sogno, in un mondo più bello, di essere stato nel cuore stesso della verità (Bohumil Hrabal)

lunedì 26 settembre 2016

Come il vento tra i mandorli



È piuttosto raro trovare un libro che abbia la capacità di tenere il lettore incollato alla storia. L’ultima volta per me è stata con Elena Ferrante.
“Come il vento tra i mandorli” è un romanzo molto ben strutturato, ti cattura pagina dopo pagina per il sapiente uso dei colpi di scena e non sarebbe una sorpresa vederne a breve il film, così come è stato con “Il cacciatore di aquiloni”.
La storia di Ichmad e la sua famiglia si svolge tra il 1955 e i giorni nostri. Il libro si apre tragicamente con la morte della sorella, sparpagliata in mille pezzi per la deflagrazione di una mina. È l’inizio di una serie di disgrazie che mettono alla prova l’animo del protagonista Ichmad, giustamente combattuto tra emozioni diverse. Da un lato ci sono la madre e il fratello che lo incitano all’odio e alla vendetta, dall’altra il padre che con la sua saggezza, anche dopo ingiustizie che lo colpiscono in prima persona, lo spingono verso la strada della tolleranza e della pace. È possibile la convivenza civile se ogni differenza viene considerata un valore. Ognuno è necessario allo svolgimento del grande progetto di vita universale.
Il libro ha il pregio di farci rivivere pezzi di storia contemporanea che hanno riguardato l’eterna guerra tra israeliani e palestinesi. Nel libro lo scontro religioso e ideologico è trasferito nel conflitto tra i due fratelli, Ichmad e Abbas. La scelta non è tra le più brillanti, ci sono centinaia, migliaia di romanzi incentrati sulla divergenza tra fratelli ma è sicuramente il modo più immediato per far comprendere le motivazioni che sottendono da decenni allo scontro tra questi due popoli.
La drammatizzazione è quel quid che rende la storia una materia più digeribile rispetto al classico libro di testo.
Colpisce che l’autrice sia israeliana e abbia scritto una storia attraverso gli occhi di un palestinese. La sua esperienza di vita in Israele le ha permesso di vedere con i propri occhi gli effetti del conflitto, le occupazioni armate da parte dell’esercito israeliano dei territori assegnati alle popolazioni arabe. Questo l’ha spinta ad abbracciare la causa della pace tra le due popolazioni attraverso l’arte.
È forse questo aspetto che mi piace dell’autrice, la convinzione che l’arte, in ogni sua manifestazione, sia un sistema comunicativo universale, che non sottende a ideologie politiche o religiose.