Luce dei miei occhi
di Zita Dazzi è un libro per ragazzi, almeno questa è l’indicazione
dell’editore. In realtà è un libro che ogni genitore con figlio disabile
dovrebbe leggere perché la storia narrata è vista attraverso gli occhi di un
fratello.
Quando la disabilità irrompe improvvisamente nella vita di
una famiglia, i genitori si trovano catapultati in un vortice di situazioni:
incertezza, attesa, diagnosi, disperazione, azioni successive spesso caotiche
per riportare tutto alla normalità. In questo bailamme ci si scorda dell’altro
figlio, che è presente e vive impotente quello che succede attorno a lui. Anche
la sua vita cambia, purtroppo. Di questo i genitori non sono sempre consapevoli,
attenti a portare avanti una crociata che non ha mai fine.
Il figlio sano soffre anche più di quello disabile; vorrebbe
vivere come i suoi coetanei ma non sempre ci riesce. La sua vita cambia e ben
presto si trova a fronteggiare periodi bui legati alla malattia del fratello
che sconvolgono l’iter giornaliero, se non quello settimanale o mensile. Mutano
tante abitudini e si trova a sentire il peso di una responsabilità.
Nello storia Arturo ha di fronte due problemi: il nervosismo,
le liti dei genitori, che vivono momentaneamente una specie di separazione in
casa, e la malattia di Giovanni caratterizzata da una improvvisa cecità. Arturo
è un adolescente che attraversa un periodo delicato della vita, quello dei
primi amori, della costruzione del sé, dell’indipendenza affettiva e la
disabilità del fratello lo rende vulnerabile, in bilico dall’esigere
egoisticamente ogni attenzione al senso di responsabilità.
Il romanzo non ci dice cosa capiterà a Giovanni, se la sua
malattia sarà curabile e meno; abbiamo solo la certezza che la famiglia riesce
a trovare un’unione e che è sostenuta dalla vicinanza degli amici. E’ bello
poterlo pensare come una favola e avere
sempre l’illusione del lieto fine. Forse è per questo che il libro è rivolto ai
giovani: per non uccidere la speranza.
Un pensiero al giorno
La gente di ogni parte del mondo oggi cerca la soluzione del problema umano nel progresso scientifico, nel successo politico, professionale e nell'immediata soddisfazione dei bisogni e delle passioni. Accade perciò che, mentre ciascuno invano cerca di difendersi egoisticamente dal sacrificio e dal dolore, in realtà provoca situazioni di inaudita sofferenza a se stesso e agli altri. E' un assurdità, ma costituisce la logica comune. (Anna Maria Cànopi)
domenica 10 novembre 2013
sabato 9 novembre 2013
Evelina e le fate
Ho letto questo libro a tratti, la sera prima di
addormentarmi, in macchina in attesa di mia figlia, in cucina a guardia di
pentoloni con le verdure da cuocere, e tutte le volte la magia del libro è
riuscita a catturarmi e a trascinarmi dentro la storia, in questo microcosmo,
in una terra di confine tra le Marche e la Romagna.
Evelina è la traghettatrice, la guida nelle vicende che interessano una piccola comunità contadina che accoglie un gruppo di sfollati. Siamo nella Seconda Guerra Mondiale, poco prima dell’arrivo degli alleati.
La Nera e la Scépa sono due fate, le amiche immaginarie di Evelina, il filtro attraverso il quale lei riesce a guardare la realtà senza averne paura, trovando spiegazioni possibili agli orrori di cui è spettatrice. Bastano poche pagine e diventano compagne di viaggio del lettore stesso; la loro presenza è sempre correlata con situazioni critiche, la Nera addirittura con la morte incombente. Trovarle nella narrazione aiuta il lettore ad affrontare le pagine successive in un crescendo di emozioni.
La struttura e la costruzione della storia sono i punti di forza di questo libro. Un altro grande merito dell’autrice è quello di avere usato il dialetto rendendolo comprensibile anche a chi non è del posto.
Le ultime pagine scorrono a ritmo serrato, si trova difficoltà a staccarsene, le parole volano, le fate sono intorno a noi, c’è l’orrore, il dolore, la disperazione, tutto il quotidiano viene spazzato via. Mia figlia chiama a gran voce, l’acqua di bollitura fuoriesce dai pentoloni allagando il piano di cottura, il telefono suona…ma la Scépa è lì, muove la mano come per prendere qualcosa e se la porta alla bocca. Poi fugge via verso il cancello dove c’è la Nera. Io le guardo allontanarsi, poi chiudo la porta e le seguo.
Evelina è la traghettatrice, la guida nelle vicende che interessano una piccola comunità contadina che accoglie un gruppo di sfollati. Siamo nella Seconda Guerra Mondiale, poco prima dell’arrivo degli alleati.
La Nera e la Scépa sono due fate, le amiche immaginarie di Evelina, il filtro attraverso il quale lei riesce a guardare la realtà senza averne paura, trovando spiegazioni possibili agli orrori di cui è spettatrice. Bastano poche pagine e diventano compagne di viaggio del lettore stesso; la loro presenza è sempre correlata con situazioni critiche, la Nera addirittura con la morte incombente. Trovarle nella narrazione aiuta il lettore ad affrontare le pagine successive in un crescendo di emozioni.
La struttura e la costruzione della storia sono i punti di forza di questo libro. Un altro grande merito dell’autrice è quello di avere usato il dialetto rendendolo comprensibile anche a chi non è del posto.
Le ultime pagine scorrono a ritmo serrato, si trova difficoltà a staccarsene, le parole volano, le fate sono intorno a noi, c’è l’orrore, il dolore, la disperazione, tutto il quotidiano viene spazzato via. Mia figlia chiama a gran voce, l’acqua di bollitura fuoriesce dai pentoloni allagando il piano di cottura, il telefono suona…ma la Scépa è lì, muove la mano come per prendere qualcosa e se la porta alla bocca. Poi fugge via verso il cancello dove c’è la Nera. Io le guardo allontanarsi, poi chiudo la porta e le seguo.
Etichette:
fate,
Giunti,
guerra,
narrativa,
Simona Baldelli
Iscriviti a:
Post (Atom)