Un pensiero al giorno

La gente di ogni parte del mondo oggi cerca la soluzione del problema umano nel progresso scientifico, nel successo politico, professionale e nell'immediata soddisfazione dei bisogni e delle passioni. Accade perciò che, mentre ciascuno invano cerca di difendersi egoisticamente dal sacrificio e dal dolore, in realtà provoca situazioni di inaudita sofferenza a se stesso e agli altri. E' un assurdità, ma costituisce la logica comune. (Anna Maria Cànopi)

domenica 24 febbraio 2013

Libertà nella non libertà

In Slovacchia nella notte tra 13 e 14 aprile 1950, la polizia politica e la milizia comunista fecero irruzione in 56 tra conventi, monasteri e istituti religiosi. L’azione K (da klaster, convento) proponeva la chiusura di tutti i conventi maschili e l’internamento dei religiosi. L’azione venne dapprima diretta contro sei ordini religiosi: gesuiti, salesiani, francescani, redentoristi, consolatori del Gethsemani e basiliari.
I religiosi erano accusati di attività antistatale. Vennero condotti in conventi già confiscati dal Regime e suddivisi in tre gruppi. I religiosi dai quali si era certi di ottenere un atteggiamento di favore verso il sistema furono smistati in varie parrocchie.
I militari occuparono anche gli uffici postali presenti elle vicinanze degli istituti per evitare che venissero fatti invii di lettere con richieste di aiuto. I conventi vennero saccheggiati e messi a disposizione del popolo. La liquidazione degli ordini ebbe un grande risvolto economico per il paese; quelli maschili possedevano 429 edifici e quelli femminili 670. Le autorità sequestrarono decine di milioni di corone depositati in libretti di risparmio.
I conventi che ospitavano i religiosi più reazionari erano dei veri e propri lager con sbarre alle finestre e filo spinato tutto intorno. Ogni giorno i religiosi venivano “rieducati” al nuovo regime. Durante i giorni feriali era loro permesso di celebrare una messa di mezz’ora, mentre la domenica alla messa canonica seguiva una rieducazione politica di tre ore.
Contemporaneamente all’azione K venne organizzata l’azione P (da pravoslavi, ortodossa) che prevedeva il “ritorno” dei cattolici di rito orientale all’ortodossia, come era già stato fatto in Russia nel 1946 quando la Chiesa greco-cattolica era stata dichiarata fuorilegge perché contraria all’ortodossia.
Anche gli istituti religiosi femminili subirono lo stesso trattamento di quelli maschili.
Il 14 luglio 1950 vennero ad essere definite le uniche due istituzioni aventi diritto di insegnamento teologico nel paese: la facoltà cirillometodiana di Praga e quella di Bratislava. Venne introdotto l’insegnamento di marxismo-leninismo. Gli studenti che si rifiutavano di sottostare alle nuove disposizioni ricevevano la cartolina di chiamata alle armi entro le 24 ore.
Il 27 novembre 1950 iniziò il processo-farsa contro alcuni religiosi accusati di tradimento e spionaggio. Tra questi: Stanislav Zela, vescovo ausiliario e vicario dell’arcidiocesi di Olomouc, condannato a 25 anni di carcere; Jan Anastaz Opasek, abate del convento benedettino di Brevnov, condannato all’ergastolo; Bohuslav S. Jarolimek, abate del convento di Stahov, condannato a 20 anni ma morto in carcere per maltrattamenti. 
In questo periodo storico si svolge il racconto autobiografico “Libertà nella non libertà” di Antonie Hofmanova (Ali&no editrice),terziaria francescana vissuta in un piccolo villaggio alle falde dei monti Sudeti che separano la Repubblica Ceca dalla Polonia e dalla Germania.
Antonie era entrata in contatto con i circoli giovanili cattolici diventando catechista. Nel 1950, con la repressione attuata dal Regime venne arrestata e condannata a sei anni di carcere.
Ammalatasi di tubercolosi venne rilasciata dopo tre anni con il divieto di insegnare catechismo.
Il ritorno alla vita normale fu molto difficile; nonostante fosse infermiera trovò molte porte sbarrate per il suo passato di “rivoluzionaria” contro lo Stato riuscendo a trovare lavoro solo come sguattera presso lo stesso ospedale per il quale aveva lavorato.
Benchè la situazione non fosse tra le più rosee, Antonie non perse mai la fiducia e la sua fede in Dio. La sua casa era sempre aperta anche quando lei era lontana. Lasciava la chiave sotto lo zerbino o sotto un vaso, un letto pronto, il frigorifero pieno di cibo e la teiera con il tè a disposizione di coloro che si trovavano a passare di lì e avessero bisogno.
Tonicka (diminutivo con il quale era chiamata) aveva un sogno: una dimora che accogliesse i senza tetto. Andata in pensione riuscì a comprare una vecchia casa che ristrutturò con l’aiuto di amici e che mise a disposizione dei giovani perché avessero un luogo dove incontrarsi
Penso sempre ai giovani perché so da quali pericoli sono minacciati. Chi può mantenersi nella fede, può vincere qualsiasi battaglia.
Quando scoprì di essere ammalata di cancro, preparò l’annuncio di morte per 100 persone, al quale bisognava solo aggiungere la data finale.
Durante gli ultimi giorni molte persone si avvicendarono al suo capezzale facendo turni di due ore. Morì il 14 giugno 2009. 
Il racconto autobiografico è fatto attraverso gli occhi di Jana, pseudonimo con il quale Antonie ha deciso di chiamarsi, forse per meglio raccontare i disagi e le privazioni provate. L’insegnamento che se ne ricava è contenuto in una frase, il suo testamento morale: «Apprezzate sempre ogni cosa, perché anche ciò che è ovvio può non esserci».

venerdì 22 febbraio 2013

Quando fare outing è socialmente utile

Recensire il libro di Gianluca Nicoletti non è facile. La sua scrittura ti cattura sempre, sia che parli di nuove frontiere del comunicare che di come preparare un margarita a regola d’arte. E questa sua capacità affabulatoria occhieggia nel libro rendendo l’argomento autismo di più facile comprensione, rispetto al mare magnum di romanzi autobiografici che trasudano nozioni mediche e ringraziamenti a questo o quello specialista: scritture pesantissime, il più delle volte con connotati favolistici che sanno tanto di falsità.
Tommy è scientifico nel suo fracassare le palle. Evviva Dio che qualcuno ha avuto il coraggio di scriverlo lasciandolo a futura memoria! E questo non lo rende un genitore cattivo, anzi…Vivere con un figlio/a autistico è come scalare l’Everest. E’ vero che quando hai la possibilità di fermarti lungo questa ascesa infinita, puoi ammirare uno splendido panorama e sentirti superiore a tutti gli altri, ma ci sono giorni nei quali si vive sempre in debito di ossigeno, dalla mattina alla sera e si vorrebbe tanto farsi una passeggiata in pianura.
Non conosci più una vacanza, andare al teatro o al cinema o in palestra. Si vive alla giornata, ritagliandosi degli spazi la notte quando sarebbe più giusto dormire.
La vita di coppia diventa altro, quando non viene travolta e spazzata via, aggiungendo ulteriore sofferenza al bagaglio emotivo già colmo. Così una mattina ti svegli e, guardandoti allo specchio, ti accorgi di essere più vecchio
Non è il naturale degenerare del proprio aspetto, quello ineluttabile che ognuno di noi combatte come può, argina, supporta e di cui può anche farsi una ragione. Non è questo: è uno stato d’ animo, un rovello interiore che sale in superficie a segnalare il nostro irrimediabile disfacimento, come la macchia verde putrefattiva che appare nella fossa iliaca destra dopo 18 ore che siamo morti.
L’autismo è anche un problema sociale inteso come totale disinteresse della maggioranza della popolazione nei riguardi di quello che accade al di là del proprio spazio vitale, salvo poi essere pronti alla critica, ad affermare con orgoglio l’appartenenza alla comunità civile, quando qualcosa altera uno schema prestabilito, quando i comportamenti non sono secondo prassi. Lo racconta molto bene Gianluca le volte in cui Tommy stacca dal muro ogni manifesto o pezzo di carta incollato per ridurlo in piccoli pezzi, causando l’indispettirsi del cretino di turno. Ogni genitore ha nel proprio bagaglio esperienziale incontri ravvicinati con questi individui e più di una volta ha avuto l’impulso di assestare un bel calcio al sedere. Purtroppo non l’ha mai fatto.
L’autismo, in quanto malattia mentale, fa paura, forse anche più della peste, perché non esiste nessuna pillola che lo possa curare, perché è rottura di ogni schema prestabilito per crearne uno nuovo, molto più facile.
Chi vive con un soggetto autistico impara la semplicità e forse alla fine della nostra vita dovremmo ringraziare questi nostri figli che ci hanno liberati da sovrastrutture mentali totalmente inutili.
Grazie, Gianluca per aver avuto il coraggio di scrivere questo libro. La tua storia e anche la nostra, solo che noi non saremmo stati in grado di farlo con la stessa ironia. Saremmo caduti nella trappola dell’autocommiserazione o, peggio, dell’autocelebrazione a “genitore del secolo”, non apportando alcun contributo ad una nuova cultura della disabilità.

domenica 9 dicembre 2012

Nessuna pietà per i puri di cuore

Susan Hill è una scrittrice britannica di successo, poco nota al grande pubblico italiano.
Il romanzo “Nessuna pietà per i puri di cuore” è il seguito di “Omicidi sulla collina” pubblicato sempre da Kowalski.
Il protagonista è Simon Serrailler, ispettore capo di una cittadina tranquilla nel sud dell’Inghilterra. E’ un uomo enigmatico, tormentato dal ricordo di una giovane poliziotta con la quale sembra aver intrecciato una relazione breve ed intensa. Sembra è la parola giusta perché verso la fine del romanzo si arriva alla conclusione che la donna fosse una delle tante con le quali Simon ha preferito allacciare storie senza importanza per non impegnarsi seriamente.
L’intreccio poliziesco principale, la scomparsa di un bambino, procede con una storia parallela che coinvolge la famiglia dell’ispettore.
La sorella Martha è disabile dalla nascita. Ricoverata in un istituto, si ammala gravemente e per questo Simon ritorna dalle sue vacanze in Italia. E’ molto legato a lei e non ha mai accettato la scelta dei suoi genitori di chiuderla in un centro di lungo degenti.
Nessuno era mai riuscito a comunicare davvero con lei. La sua coscienza di sé e la sua comprensione del mondo erano inferiori a quelli di un animaletto domestico. Eppure…c’era stato un barlume di vita dentro di lei al quale Simon si era aggrappato fin dal principio.
Martha si riprende da una delle tanti crisi respiratorie per poi morire improvvisamente, senza un reale motivo.
Per chi è gravemente disabile da sempre, la morte sembra una salvezza, la conclusione giusta di un’esistenza senza prospettive, una specie di lieto fine per il malato e per la famiglia. Da buon poliziotto Simon non trova una spiegazione plausibile alla morte della sorella e vorrebbe capire di più; si scontra però con un muro di rassegnazione e accettazione del destino da parte degli altri familiari, soprattutto della madre la cui vita è stata totalmente sconvolta dalla nascita di Martha. Non ho pianto. Per lei ho già versato tutte le mie lacrime molti anni fa – dirà al figlio.
Il romanzo procede con l’indagine principale ma anche in chi legge qualcosa non torna nella morte della donna. La scrittrice ha avuto il coraggio di inserire nel racconto non solo il problema della disabilità, ma anche la sua tragica conclusione. C’è chi inorridirà pensando ad un atto così estremo e contro natura, ma la cronaca ha spesso portato alla luce la solitudine di chi vive accanto alla disabilità ogni giorno, rinunciando ad avere una vita propria.
Situazioni così estreme non dovrebbero mai capitare in una società che si definisce sociale e che invece preferisce manifestare la propria compassione verso persone che vivono all’altro capo della Terra, piuttosto che verso appartenenti alla propria ristretta cerchia di amicizie. Si ha paura di essere risucchiati in un vortice del quale si conosce bene il dolore e la disperazione. Meglio inviare dei soldi e chiudere la porta.
Il romanzo fornisce spunti di riflessioni. La rupe Tarpea è ancora presente nella nostra società ed è l’ultima ratio quando si è persa la speranza.
Lo Stato deve farsi carico delle persone che vivono situazioni di grande disagio ma ognuno di noi ha il dovere di guardarsi attorno e offrire un aiuto a chi è in difficoltà emotiva. Tante volte non è necessario un grosso impegno, ma solo la comprensione empatica, l’abbraccio a sostenere, la spalla sulla quale piangere. Basta molto poco per riaccendere la voglia di vivere, anche meno dell’euro solidale

lunedì 12 novembre 2012

Quando impari a allacciarti le scarpe

Il cromosoma 2 è, per convenzione, il più grande cromosoma umano. Uno studio di qualche anno fa aveva rivelato la presenza di enormi deserti genetici, cioè di parti del genoma prive delle sequenze che codificano per le proteine, e di resti derivanti dalla fusione di due cromosomi delle scimmie.
La microdelezione del cromosoma 2 rappresenta una rarissima malattia genetica. In tutto il mondo sono stati diagnosticati due soli casi: una ragazza americana e Marco, di 13 anni.
La sua storia e quella della sua famiglia, in un percorso di dolore, accettazione, comprensione e speranza, sono magistralmente raccontati nel libro “Quando impari ad allacciarti le scarpe” di Michela Capone.
Il prologo della nuova vita è una bella favola: lei magistrato, lui medico, due splendide bambine. Una vita serena, senza grossi problemi. A distanza di tempo arriva Marco: parto prematuro e tutta la routine correlata alla permanenza in neonatologia. Niente di nuovo o di diverso da altre storie ma, chissà perché, il cuore di Michela sa che qualcosa non quadra. È il famoso e, purtroppo, infallibile sesto senso di ogni madre, che troppo spesso viene sottovalutato e catalogato come semplice apprensione.
La diagnosi definitiva arriva solo due anni fa grazie ai progressi della diagnostica genetica.
Marco è un ragazzo fortunato non solo perché circondato dall’amore della sua famiglia, ma perché ha accanto genitori i quali, ognuno nel proprio ambito, si impegnano a combattere per lui la battaglia dell’integrazione sociale.
Nel libro Michela racconta di quella volta che, tra le numerose cause da discutere, c’era la richiesta di interdizione di un minore disabile. Anche lui di nome Marco. La storia si colora di tenerezza, di compassione e di solidarietà perché è dal confronto con la sofferenza di altri che si trae maggiore forza per andare avanti.
I problemi con la scuola sono sempre gli stessi, nonostante l’Italia possa vantare una legislazione veramente all’avanguardia per quanto riguarda l’integrazione. Ma alle parole non corrispondono i fatti e spesso i dirigenti scolastici alzano le braccia in segno di resa per la mancanza di fondi e risorse per accontentare tutti.
Michela inizia così una battaglia per il riconoscimento di quelli che sono i diritti di Marco ed allo stesso tempo si rende conto come gli insegnanti siano poco preparati a ricevere in classe un alunno con disabilità.
Ci vorrebbe una preparazione universitaria per chi si occupa di soggetti disabili. Non possono più essere insegnanti di risulta – è il pensiero di Michela
L’integrazione scolastica è molto lontana anche nelle cose più ovvie ed elementari quali gli ausili per letto scrittura, banchi adatti agli alunni in carrozzella, computer, stampanti.
Nella nostra società manca ancora l’educazione all’accoglienza e all’ascolto.
Il libro si chiude con alcune importanti considerazioni. L’amore è accettazione. Non si può normalizzare il proprio figlio, aggiustare un giocattolo rotto, ma bisogna godere del suo essere e gioire di ogni piccolo successo. Come dice Michela, “Marco, quando impari ad allacciarti le scarpe, morirò di gioia!”

venerdì 12 ottobre 2012

La stanza di mio fratello

Posso comprendere e anche rappresentare quel dolore che si espande con forza dentro il petto quando ti viene detto che tuo figlio/a è malato e non guarirà mai, quando, nel pieno della tua vitalità, ti si prospetta una vita che non sarà per niente facile.
Spesso ci si scorda che accanto ad una persona con disabilità ci può essere un fratello o una sorella.
Da poco tempo tutta la comunità di educatori, medici e psicologi volge il proprio sguardo verso di loro sostenendoli in un percorso tutt'altro che semplice e che spesso ne segna irrimediabilmente il futuro come adulti.
Il libro di Anne Icart racconta con estrema delicatezza il rapporto con il fratello maggiore, disabile mentale, che lei ha sempre considerato il suo eroe, il punto di riferimento negli anni dell'infanzia
Non ho fatto caso alle parole che ti incespicavano contro le labbra, all'andatura scoordinata, ai ritardi accumulati. Non ho visto niente di tutto questo, mai, accecata da un'immensa ammirazione. Il mio fratello adorato.
Il giorno della verità le sconvolge la vita. La madre decide che è grande abbastanza per sapere e, conseguentemente, prendersi cura di lui. E' proprio da qui che la vita di un fratello o di una sorella cambia. A loro non è più concesso sbagliare, perchè sono normali. Devono essere brillanti negli studi, perchè normali. Emotivamente forti, determinati, coraggiosi, tutte qualità scontate in una persona normale.
La normalità diventa una maledizione peggiore della disabilità in un'adolescente che si affaccia alla vita.
Avrò un sacco di innamorati, a valanghe. Non si possono solo avere fratelli nella vita. Non ne terrò mai uno per più di tre mesi. Il mio scudo è super efficace e non esito a brandirlo. Che almeno tu mi serva a qualcosa.
Un fratello disabile ipoteca il futuro e selezione le persone che gravitano intorno a lui.
Alla morte dei genitori, si può rimanere soli e gestire un problema che aumenta di pari passo con l'età biologica, oppure essere fortunati e trovare qualcuno che, amandoti, si carica tutto l'onere. Ma è una rarità, come trovare un quadrifoglio.
Per l'autrice questo non è accaduto e forse è ancora lungo il cammino di elaborazione del lutto. Non è facile privarsi della voglia di sognare, di progettare il futuro. Tutto è ribaltato e si impara a vivere il "qui e ora" traendone il massimo godimento.
Ogni genitore, ogni fratello arriva ad interrogarsi su cosa sarebbe stata la sua vita se...Lo si urla nei momenti di crisi, non volendo neanche avere una risposta che, comunque, non c'è.
Da molto tempo ti accetto come sei. Anche se non è sempre facile. Non ce l'ho mai avuta con te per questo. Oppure solo un po'. Non è con te che me la prendo, so bene che non è colpa tua se hai le ali spezzate. (...) Sei mio fratello. Non esiste nessun altro uguale a te. Sei unico. E io ho smesso di cercarmene altri.

Il libro, pubblicato in Italia nel 2010, è passato inosservato nonostante sia scritto bene, oltre all'intenso contenuto. Non mi meraviglio più di tanto tenendo conto delle classifiche di vendita e di quelli che sono tra i più venduti e che è difficile chiamarli libri

giovedì 26 aprile 2012

Se ti abbraccio non aver paura

Easy. E’ questa la parola che mi risuona nella testa già a metà del libro di Ervas. Un libro che, a pochi giorni dalla sua uscita, è già esaurito ed introvabile. Il motivo risiede in un’ottima strategia di marketing che ha creato l’attesa e nel suo essere easy, per l’appunto.
Scrivere di disabilità non è facile e non sempre paga. La gente vuole leggere le disgrazie altrui senza esserne coinvolta più di tanto.
L’autismo è una brutta gatta da pelare perché la cosa peggiore che può capitarti è non riuscire a comunicare con qualcuno. Ti senti sempre uno straniero in terra straniera, al quale è preclusa ogni possibilità di conoscere e capire. Se l’alieno è sangue del tuo sangue, il figlio che avevi tanto atteso e per il quale avevi già ipotizzato un futuro di un certo tipo, ecco che la tragedia non ha mai fine. E’ un colpo dal quale riesci comunque a riprenderti e, volente o nolente, impari a trovare nuovi sistemi di comunicazione. Per sopravvivere, è chiaro!
Nel tempo si instaura un rapporto di auto-mutuo-aiuto. Non si può essere mai certi di chi sostenga l’altro psicologicamente, di chi faccia il paguro e chi l’attinia. Dopo anni di urla apparentemente prive di senso, stereotipie forsennate, corse frenetiche verso l’ignoto, incuranti di ogni ostacolo e possibile pericolo, si arriva al porto della compenetrazione. A quel punto la vita sembra prendere una strada più tranquilla e finalmente si può tentare di riassaporare cose che pensavi non avresti più fatto, come il viaggiare.
Se ti abbraccio non aver paura è un diario di viaggio di Franco insieme ad Andrea. Non viceversa. E’ Franco che ha voglia di evadere. Come non capirlo, d’altronde. Ed infatti tutto scorre easy fino a pagina 260. Si è quasi alla fine del libro. Chi conosce bene l’autismo credo che abbia aspettato l’arrivo di questa pagina. Non poteva non esserci. Sono i punti di rottura prima di un nuovo equilibrio, i momenti di rabbia nei quali si vuole nuovamente imporre il proprio sistema di comunicazione, si vuole normalizzare la situazione. In un batter d’occhio si è presi in un vortice emotivo, si odia tutto, ancor di più la vita che ti ha incatenato a terra, togliendoti la possibilità di fare chissà cosa.
Ma anche qui, a pagina 260, è easy. Sono le emozioni riflesse, che avrebbero avuto un altro impatto sul lettore se le avesse scritte Franco. A pensarci bene, forse è meglio così.
La gente vuole avere l’illusione di essere solidale per 319 pagine ma chiudendo il libro inconsciamente è sicuro di esserne fuori.
La storia di Franco e Andrea appassiona. Sono belli entrambi, dannatamente belli!
Il libro è un messaggio positivo per tutti quelli che la mattina si alzano già lamentandosi del niente; è la conferma del vecchio detto popolare che ti invita a guardare chi sta peggio di te. E lo fa easy. Che vuoi di più?
(foto di Franco Firpo)

mercoledì 18 aprile 2012

Come pietre nel fiume

Trudi Montag pregava ogni notte affinchè il suo corpo crescesse fino a diventare delle dimensioni di quello delle altre ragazze.
Il romanzo “Come pietre al fiume”si apre con questa immagine, con la sua disperata lotta di essere come gli altri, di non essere una Zwerg, una nana.
Già da piccola Trudi si trova a convivere con il senso di colpa: la diversità come causa di male; se non fosse stata nana, forse sua madre non avrebbe perso la ragione e non sarebbe morta. Un tormento che l’accompagnerà per molto tempo.
Nelle 550 pagine di questa lunga epopea che attraversa le due guerre mondiali e che racconta la vita degli abitanti di Burgdorf, cittadina sulle rive del Reno, condividiamo con la protagonista tutte le contraddizioni del suo essere diversa: l’odio verso la vita che l’ha imprigionata in un corpo piccolo, sgraziato, e il desiderio di essere accettata da tutti, al di là dell’aspetto fisico, cercando di trovare in sé quella peculiarità che la rendesse speciale, quale la sua capacità di raccontare storie. Lei capì di aver trovato quello che cercava da tempo: qualcuno che volesse le sue storie, qualcuno a cui raccontare tutto...
Le emozioni di Trudi non possono non essere condivise proprio perchè ognuno di noi ha attraversato momenti analoghi. Fanno parte del cammino di crescita dall’adolescenza all’età adulta, sono le gioie e dolori del nostro essere all’interno di una comunità e la spinta a ritagliarci un ruolo ben definito, un compito, che non renda la nostra vita totalmente inutile, un passaggio che non abbia lasciato alcuna traccia di sè.
L’incontro della protagonista con Pia, una donna che lavora in un circo, anche lei affetta da nanismo, finalmente da un senso alla sua esistenza. Trudi non è sola: ci sono altre persone come lei, che vivono, amano, si sposano e fanno dei figli con gambe e braccia lunghe. E’ la svolta. Da quel momento in poi cambia il suo sentire: inizia a curare l’aspetto fisico, il modo di vestire, non usando più abiti da bambina, ma creando veri modelli, adatti alla sua età, anche se in scala ridotta.
Il suo nanismo, se da un lato la preserva dalle persecuzioni naziste, dall’altro non le risparmia la violenza del branco che nasce soprattutto dalla curiosità, dal vedere questa sua diversità, quel suo collo tozzo che si stacca dal corpo e quello spazio esiguo tra le gambe che invano i ragazzi del branco cercano di allargare. Oltre a superare lo choc di essere stata toccata, profanata nella sua intimità, osservata come uno strano essere, Trudi dovrà accettare il fatto di aver suscitato in loro solo curiosità e non desiderio, come una qualsiasi altra donna.
La vendetta è un piatto da gustare freddo e nel corso degli anni Trudi metterà la parola fine su ogni capitolo incompiuto del suo incontro con i ragazzi.
La sua storia si intreccia con quella degli altri abitanti di Burgdorf, molti dei quali ebrei, perseguitati e sterminati dalla follia nazista. Anche qui il motivo è la diversità. Gli ebrei venivano accusati di uccidere i cristiani, così come avevano fatto con Gesù, e di berne il sangue. Idea folle che nascondeva il motivo maggiore e cioè il potere economico.
Leggendo le pagine del romanzo non si può non rimanere impressionati di come sia vero il concetto dei corsi e ricorsi storici. Il nazismo si insinuò nella storia come un ladro nella notte, mascherato da buone iniziative quali mettere fine alla disoccupazione e risollevare l’economia. La gente venne sedotta lentamente grazie alle nuove opportunità di lavoro, ai piatti pieni sulla tavola e altrettanto sottilmente venne introdotta l’idea che, se non fosse stato per gli ebrei e per la loro inarrestabile avidità, la situazione del popolo tedesco sarebbe stata migliore e più stabile. Gli ebrei divennero quindi un problema politico da risolvere e Hitler aveva bisogno dell’adesione incondizionata del popolo, della paura della povertà e della fame, della sua delazione, per far sì che gli altri facessero il lavoro sporco per lui e la sua folle causa. Così come il popolo abbracciò la politica della purezza della razza,macchiandosi delle più ignobili azioni, altrettanto rapidamente rinnegò ogni atto al cambio della guardia e all’arrivo degli alleati.
“Come pietre al fiume” è un libro bellissimo sulla diversità in ogni suo aspetto: fisico, psicologico, ideologico, culturale, sociale.
Attraverso la storia di Burgdorf viene riproposta l’epopea di ogni piccola comunità. E’ uno specchio che riflette fedelmente la realtà dal quale trarre spunti di riflessione sul nostro essere per non ripercorrere le stesse strade sbagliate.