Un pensiero al giorno

La gente di ogni parte del mondo oggi cerca la soluzione del problema umano nel progresso scientifico, nel successo politico, professionale e nell'immediata soddisfazione dei bisogni e delle passioni. Accade perciò che, mentre ciascuno invano cerca di difendersi egoisticamente dal sacrificio e dal dolore, in realtà provoca situazioni di inaudita sofferenza a se stesso e agli altri. E' un assurdità, ma costituisce la logica comune. (Anna Maria Cànopi)

domenica 17 aprile 2016

La vita a rovescio



Mi piace leggere quello che scrive Simona Baldelli. Il suo primo libro mi colpì così tanto che ogni nuovo romanzo viene letto voracemente, spesso alla ricerca della magia che aveva accompagnato Evelina. Molte volte questo è un limite perché è difficile, oltre che improbabile, che due libri siano identici.
Il suo secondo romanzo non mi appassionò così tanto, un po’ ero rimasta delusa, imbrigliata nel ricordo della Nera e della Scèpa e certe descrizioni mi erano sembrate eccessivamente ossessive. Non avevo voluto scrivere niente al riguardo: non sono un critico, né una letterata ma solo un’appassionata di libri.
Le storie mi hanno fatto compagnia per tutta l’infanzia e la giovinezza. Ero una ragazzina alta, magra, piuttosto taciturna. Non risultavo la più carina della classe, né la più corteggiata e i libri mi permettevano di superare la solitudine, di viaggiare con la fantasia vivendo la vita degli altri. In qualche modo sono stata discriminata e il termine secchiona mi ha perseguitata fino all’Università.
“La vita a rovescio” è il racconto di una vita a latere. Con coraggio – lo stesso de “Il tempo bambino” – Simona Baldelli racconta una storia di quelle che si sussurrano appena, mentre ci si guarda attorno per paura di essere ascoltati e giudicati. È la storia di Caterina Vizzani, personaggio realmente esistito, che scelse di essere se stessa fino alla fine, e cioè Giovanni Bordoni. Siamo nella Roma del 1700, affollata come ora di persone di ogni ceto, etnia, credo religioso, un calderone di esperienze tra le quali non è contemplata l’omoaffettività. Giovanni è un uomo fantastico proprio perché, al di là dell’aspetto fisico, conserva le caratteristiche femminili di rispetto, tolleranza, lungimiranza. È un uomo che sa amare le donne, non è mai volgare, non è egoista. Tutte queste caratteristiche vengono perse nel momento in cui Giovanni indossa il “feticcio”, un momento del libro che non ho particolarmente apprezzato forse perché riesuma l’atavica invidia del pene, che fa pari e patta con la mamma-frigorifero. E di tutto ciò ne ho le palle (ops!) piene. La presenza di Bradamante come idea, soffio di vento, nuvola dai riflessi rosa dorati, rimanda alla Scèpa di Evelina e così mi rassicura.
La Simona Baldelli che ho tanto apprezzato e della quale potrei leggere anche la lista della spesa, è viva e vitale, fuoriesce dalle 406 pagine riuscendo sempre a stupirmi per lo stile e il coraggio delle storie.



sabato 6 febbraio 2016

La mammana

Il libro di Antonella Ossorio non poteva non essere tra quelli di questo blog sia per l’argomento che per il tipo di narrazione. L’aver insegnato e scritto libri per l’infanzia sono stati quel quid che ha reso la storia così bene articolata da incollare il lettore fino all’ultima pagina. Personalmente ho ripetuto un gesto di molti anni fa: sono andata a leggere il finale quando mancavano una decina di pagine. Ero impaziente, volevo essere rassicurata che la conclusione della storia fosse come l’avevo immaginata (non è mai così quando lo scrittore è bravo!). Sono ritornata bambina e questo è uno dei motivi di ringraziamento all’autrice.
Il libro del 2014 anticipa un dibattito, ormai stantio e grottesco, sul concetto di famiglia. Immersa nella lettura sorridevo al pensiero che il libro potesse essere messo al rogo da quelle centinaia di integralisti cattolici che qualche giorno fa hanno manifestato in piazza, alcuni non sapendo bene perché erano lì e per cosa si battevano.
La storia di Lucina e Stella, due nomi per così dire brillanti a loro modo, si inserisce nell’arco di tempo tra il passaggio di due stelle comete. L’associazione con la luce non si esaurisce qui ma viene ulteriormente rafforzata dal legame amicale con Laura, moglie di un astronomo e perciò abituata a vedere e sentir parlare di stelle.
La luce è la protagonista principale della storia nelle sue mille riflessioni.
Viene messo in luce l’albinismo, una anomalia genetica dovuta a mancanza totale o parziale della melanina. Fino a poco tempo fa le persone albine erano evitate, né più né meno come quelle con sindrome di Down o gravi disabilità mentali.
Animali albini venivano sacrificati alla nascita perché imperfetti, non adatti né all’uso alimentare, né al lavoro. Alcuni sono stati usati per lungo tempo nei laboratori di ricerca scientifica.
In un primo momento Stella, bambina, si riflette nei giudizi degli altri che la considerano portatrice di sventura e cerca di usare a suo vantaggio i poteri che le vengono attribuiti. È stato inevitabile pensare a Massimo Troisi in “Ricomincio da tre” impegnato in un esperimento di telecinesi. Stella dimentica il significato di sé, di essere essa stessa – in quanto persona – portatrice di luce, della sua verità.
L’anima della narratrice per l’infanzia si esplicita anche nell’intessere, con estrema delicatezza, una possibile comunanza di vita tra un trans gender e un’albina, tra una madre e una figlia, al di là delle barriere mentali perché l’accudimento e l’amore sono caratteristiche di ogni essere, umano e animale.
Il nucleo centrale della storia si svolge a Napoli, città che ha fatto parte di un periodo felice della mia giovinezza. Viene riportata alla luce nelle sue tante incongruenze che, allora come ora, sono alla base della sua eterna fascinazione.
Vivono di luce riflessa tutte le persone che entrano in contatto con Lucina, la cui forza risiede proprio nella consapevolezza della diversità e nella lotta quotidiana per l’affermazione di sé prima ancora che il suo segreto possa venire alla luce. Essa stessa è la luce degli occhi, dell’intera vita di Bartolomeo. La sacralità dell’amore è un altro tema affrontato con la semplicità di chi è abituato a raccontare ai bambini senza banalizzare.
Stamani, alle prime luci dell’alba, ho chiuso il libro a malincuore…aspetto di ascoltare (sì, è il termine giusto!) un’altra bella storia.


venerdì 22 gennaio 2016

La ragazza di nome Giulio

“La ragazza di nome Giulio” è un romanzo del 1964, io avevo cinque anni ma ricordo come se fosse ora quando mia madre lo comprò per leggerlo, incuriosita dal clamore che aveva suscitato. Ricordo anche che venne messo sui ripiani più alti della libreria, nascosto da altri volumi.
Era un libro che aveva fatto tanto discutere in famiglia. L’aveva letto anche mio padre bollandolo come pornografico. La fantasia di una bambina non poteva che esserne colpita. Quel libro, messo in alto insieme alle riviste Cosmopolitan dei primi anni 70 - che affrontavano argomenti considerati sconvenienti – e al disco “Je t’aime moi non plus”, mi aveva sempre stuzzicato ma poi i giochi con le amiche erano stati un richiamo maggiore. Non era ancora arrivato il tempo dei pruriti, delle domande rimaste sempre senza risposta.
Qualche giorno fa il libro mi è tornato tra le mani, un po’ impolverato, con le pagine ingiallite, la copertina dura delle edizioni di un certo pregio, il modico prezzo di 1600 lire. Confesso di averne intrapreso la lettura con un pizzico di eccitazione trasgredendo, a distanza di più di 50 anni, il divieto di mio padre.
È un romanzo di formazione sentimentale di una adolescente già segnata da un nome maschile – Jules – che tutto sommato non sarebbe poi così male, se non fosse per l’ovvia traduzione a volerne forzare la mano, condizionando un’esistenza controcorrente.
Le domande, la curiosità, i dubbi che l’assalgono riguardo l’amore e l’eros sono perfettamente in linea con l’età biologica, certo non con l’epoca storica, tant’è che la scrittrice venne condannata a sei mesi di reclusione per offesa al comune senso del pudore, il libro censurato e sequestrato. Nella sentenza il giudice dichiarò pienamente fondata l’accusa, proclamando il libro osceno in senso tecnico-giuridico e a dichiarare assolutamente inapplicabile allo stesso la discriminante dell’opera d’arte. Riguardo la protagonista, affermò: Niente giustifica il farneticare sconnesso o l’automatismo delirante di questo manichino che alla cattiveria inconscia dell’infante, accoppia l’egocentrismo pericoloso del rimbambito, edulcorato solo da una lascivia animalesca quanto sfrenata e orripilante. Ma che libro ha letto? viene da chiedersi. E anche: non è più oscena la sua analisi in questo italiano ridondante e senza senso?
Le esperienze sentimentali narrate sono state vissute più o meno direttamente da ognuno di noi. Negarlo è antieducativo e alimenta tutto un sotterraneo di perversione. Un mondo di divieti ha partorito persone insicure, che hanno fatto della violenza fisica e psicologica il loro passaporto per essere qualcuno.
Amore ed eros possono convivere come aspetti dell’esistenza. Sono un bagaglio esperienziale importante per il raggiungimento dell’equilibrio. L’uno che nega l’altro ha sempre prodotto disastri.
Il fascino del libro risiede anche nell’ambientazione, nel racconto di una parte della popolazione priva di ogni preoccupazione economica nonostante ci si trovasse in pieno periodo bellico. La monotonia era interrotta da vacanze, trasferimenti in altra città, giornate intere spese a sciare d’inverno e a fare il bagno d’estate. La noia sembra scolorire ogni cosa.
Il finale, anch’esso criticato e giudicato fantasioso, è perfettamente coerente con il contenuto, con la personalità della protagonista.
Ancora oggi, nel ventunesimo secolo, esistono adolescenti come lei, abbandonate da genitori immaturi.
Niente cambia e la frase ai nostri tempi era diverso, che ho sentito centinaia di volte durante la mia giovinezza, non può che farmi sorridere.


venerdì 8 gennaio 2016

Il mestiere di uomo

“Il mestiere di uomo” è uno di quei libri che mi capita di leggere e per i quali una sola volta non è sufficiente. Nonostante le sottolineature e le note a margine stiano a dimostrare il contrario, sfogliarlo nuovamente apre la porta ad altre considerazioni, neanche lontanamente ipotizzate prima. È forse per questo che, inconsciamente, molti libri rimangono sul comodino per mesi, anni, non raggiungono la destinazione definitiva della libreria prima di essere stati sufficientemente masticati, digeriti e assimilati.
Alexandre Jollien è padre di famiglia, filosofo e handicappato. Nato in Svizzera nel 1975, a causa di un parziale strangolamento causatogli dal cordone ombelicale, trascorre 17 anni in un centro specializzato per disabili cerebro-motori. Ha pesanti difficoltà a camminare, leggere e parlare. La scoperta della filosofia, parlata, insegnatagli da un vecchio prete, gli cambia la vita. Con pazienza e tanto impegno si diploma in un istituto commerciale, studia poi filosofia e greco prima all’Università di Friburgo e, in seguito, a Dublino.
La mia vocazione tripartita poteva essere un problema invece ho imparato a non vedere la vita come un combattimento, ma come libertà di essere ciò che sono.
Il primo spunto di riflessione è accogliere la vita così come viene e agire come progredientes, capaci di muovere un passo dopo l’altro verso la saggezza, le cui basi poggiano proprio sull’accettazione di sé stessi. Non viene mostrata una vita fittizia, la disabilità c’è, si vede e si percepisce. Deve essere perciò bandito l’uso ipocrita delle perifrasi per paura di offendere. La realtà è obiettiva e non umilia. Per questo ci pensa la società con l’elemento di maggior spicco: il cretino di turno. Ognuno di noi ha avuto la fortuna di averlo incontrato e l’esperienza aiuta a identificarlo e evitarlo.
Il potere di ognuno risiede quindi nel riconoscimento di sé e il fallimento può essere l’occasione per ricordarsi della distinzione di Epitteto tra le cose che dipendono da noi e quelle che non dipendono da noi
Tra le cose che esistono, le une dipendono da noi, le altre non dipendono da noi. Dipendono da noi: il giudizio di valore, impulso ad agire, desiderio, avversione, e in una parola, tutti quelli che sono propriamente fatti nostri. Non dipendono da noi: il corpo, i nostri possedimenti, le opinioni che gli altri hanno di noi, le cariche pubbliche e, in una parola, tutti quelli che non sono propriamente fatti nostri.
Questo aiuta a non affondare nella disperazione.
Altro elemento di riflessione è la brutta abitudine che abbiamo di catalogare persone e situazioni. L’etichetta distrugge l’esistenza, imprigiona la straordinarietà dell’essere nella gabbia della diagnosi, senza possibilità di miglioramento.
È sempre più frequente da parte degli insegnanti, quasi una conditio sine qua non, di voler avere una diagnosi prima di avviare qualsiasi percorso educativo e di formazione dell’alunno disabile. La rete, grazie alla possibilità di accedere alle informazioni, consente di poter essere medici, di capire ogni meccanismo patologico. La fissità stessa del giudizio sminuisce la ricchezza del reale, dell’essere umano di fronte al quale dovremmo almeno stupirci, se non osiamo meravigliarci. L’esperienza quotidiana, infatti, arriva a volte a smantellare deliziosamente queste verità stabilite.
Quando una persona ammalata o disabile diventa una diagnosi, un caso clinico, il dispositivo dell’assistenza rischia di perdere l’elemento fondamentale che è la persona e la sua relazione con gli altri.
La frase di Paul Valery “Sono qui a ignorare davanti a voi” è un ottimo spunto per riflettere sull’altro e la sua sofferenza. Porsi in ascolto liberi da pregiudizi è il modo migliore per avviare una relazione, per penetrare il mistero dell’altro.
La sofferenza di cui si parla non è quella fisica, né quella psicologica che, in qualche modo, è possibile superare ma è una sofferenza di fondo che appartiene alla natura umana. Il mestiere di uomo non riesce ad evitare questo tipo di sofferenza ma la sua personalità sta nel virtuosismo messo in atto per superarla.
L’ineluttabilità del tragico che attraversa la nostra esistenza deve essere il fulcro dal quale operare il ribaltamento. Il dolore insegna, consente la conoscenza di noi stessi, ci delimita e allo stesso tempo aiuta a spingerci oltre il limite.
Jollien parla di algodicea, atteggiamento che consiste nell’affrontare la prove della propria esistenza senza permettere che queste ci annientino trasformandole in occasioni di crescita. Come praticare l’algodicea? Ognuno di noi ha il suo personale metodo che porta a un unico risultato, più o meno consapevole: riuscire a cogliere e costruire elementi di bellezza dai quali scaturisce la gioia.
Mentre la felicità è simile alla ricerca di un ideale mai raggiunto, la gioia corrisponde a un'adesione semplice e sobria alla realtà. Al contrario della felicità, che sembra escludere alti e bassi, ricadute e mancanze, la gioia coabita con le ferite e gli incidenti di percorso. Questo porta a un nuovo rapporto con l'esistenza: la leggerezza. Non bisogna confonderla con l’ottimismo dello stupido. La leggerezza rende spesso fiorenti delle solitudini o delle sofferenze superate che vengono private di ogni artificio trasformandole in gioia che intuisce la precarietà di ogni cosa.
Per chi si incammina sulla via per diventare uomo, incappa sul concetto di corpo. Platone afferma essere la tomba dell’anima e l’esistenza di chi non parla, non cammina ma semplicemente giace come un vegetale sembra dargli ragione.
La visione di un corpo ferito, martoriato, inerme non può non confermare la relazione tra uomo e proprio corpo ma allo stesso tempo, per fortuna, se ne distacca.
Se da un lato la personalità affonda la sue radici nell’esperienza di un corpo, dall’altro la volontà ne fa la differenza, il pensiero corre libero, si allontana dal corpo raggiungendo traguardi impensabili.
Ultimo elemento di riflessione: l’alterità. Senza l’altro non siamo nulla, la sua sola presenza scandisce l’esistenza.
Il concetto di alterità non significa diversità, termine che indica un paragone a tutto svantaggio, tendente a sminuire. L’Altro è un valore aggiunto, un elemento che arricchisce, che accompagna l’identità.
In questo senso la persona disabile deve essere considerata un dono per la società che si educa alla varietà, all’incontro con l’alterità.
Essere uomo non è semplice né tantomeno compiuto. È un percorso che non si esaurisce mai, che ha bisogno di conferme, verifiche e nel quale la debolezza è il fulcro dal quale prendere nuovo slancio con leggerezza.
Il mestiere di uomo interessa tutti, ci chiama a raccolta in battaglie continue fregandocene di chi vincerà poi la guerra.



 

martedì 29 dicembre 2015

Il Serpente

Il Serpente è la seconda opera di Luigi Malerba pubblicata nel 1966. Il libro racconta di un uomo anonimo , quello che in certe regioni viene definito “un poveretto”, cioè un essere insignificante che attraversa la vita senza essere ricordato da nessuno, tanto meno dagli amici, ammesso che ne abbia.
Ha un negozio di francobolli, ma non è il lavoro che vorrebbe fare, ha una moglie e poi un’amante. Ma sarà tutto vero? Chissà. In realtà il protagonista del romanzo non è neanche lui ma il delirio nel quale si ficca come modo per dare senso a tutta la sua esistenza.
Conosce Miriam – colei che lui definisce come amante – in una filarmonica. A lui piace cantare ma non come gli altri e sicuramente non confuso con essi.

Tutti quelli che cantano in un coro sognano di portare la voce molto più in là di tutti gli altri

Per un uomo ridicolo il canto non può che essere mentale, a bocca chiusa. Solo così può uscire dall’anonimato, essere ripreso dal maestro che non comprende la sua invenzione.
La storia con Miriam è forse un’allucinazione e la stessa struttura del discorso ne conferma il sospetto.

Domandai a Miriam come si chiamasse, Miriam è un nome che mi sono inventato io. Che importanza ha? disse la ragazza. Certo che non ha importanza, ma dovrò chiamarti in qualche modo, dicevo. Puoi scegliere tu un nome. Miriam, dico io.

Di Miriam il protagonista inventa un passato, costruisce un presente e rimane imprigionato nel futuro, in quello che lui teme maggiormente: l’abbandono, naturale conseguenza del suo essere insignificante.

È terribile quando non succede niente per una giornata intera e il giorno dopo è lo stesso e anche il giorno prima non è successo niente

Come ha costruito artificiosamente la sua storia d’amore, così imbastisce anche l’idea del tradimento facendo sprofondare il lettore in un vortice di paradossi, di frasi ripetute ossessivamente fino allo sfinimento. Ogni suo gesto è preceduto dal rimuginìo che alimenta la confusione mentale. È un paradosso anche vivere in un negozio piccolo, polveroso e avere la necessità di liberare la fantasia, di fare uscire le idee come lo sciamare delle api.
Il Serpente è un romanzo che ha lasciato un segno. La sua avanguardia non è solo per la struttura narrativa ma anche per il topos.
Non potendo progettare un futuro con Miriam al protagonista non rimane altra scelta che cannibalizzare la propria storia d’amore ma neanche un crimine così orrendo è in grado di illuminare l’esistenza di un uomo insignificante. La sua assurda perfezione non consente di accusarlo nonostante la confessione.
E tutto termina come era iniziato. Il delirio, àncora di salvezza alla solitudine, lascia il posto alla stanchezza.

Vorrei restare fermo, immobile, in posizione orizzontale, con gli occhi chiusi, senza tirare il fiato, senza sentire voci e campanelli, senza parlare. Al buio

Questo sicuramente prima di un’altra, inevitabile, allucinazione.
 
 

giovedì 3 dicembre 2015

La quinta felicità

“La quinta felicità” è un libro del 2009 edito da Stampa Alternativa che ha da sempre il pregio di pubblicare lavori molto interessanti. Questo libro di Eugenio Azzola è il racconto del suo anno di servizio civile in una struttura che accoglie cinque adulti – almeno anagraficamente - con disturbi mentali. Sono passati attraverso istituti, ospedali, manicomi, non hanno conosciuto nient’altro di diverso. Il loro sviluppo mentale è rimasto fermo al palo perché nessuno ha speso il proprio tempo per aiutarli a crescere. Vite che la società allontana e segrega in posti che vengono definiti protetti ma altro non sono che i vecchi istituti travestiti da altro.
Il racconto è infarcito di deiezioni: saliva, urine, feci, vomito. Sono descritte croste, profonde screpolature, bocche sporche e piene di cibo ruminato per ore. L’autore ci porta dentro una storia vera, priva di filtri perché, come operatore sociale, non ha gli strumenti per classificare la malattia mentale e perciò la descrive per quello che vede. Non c’è alcun giudizio, solo lo sguardo acritico che mostra comportamenti in risposta a situazioni o sentimenti. Alla luce di questo si può pensare che la follia, tutto sommato, non esiste se con questo termine intendiamo una risposta incongrua a vari stimoli. C’è invece sempre un motivo.
Gli abitanti della casetta sono quasi tutti in sovrappeso, se non obesi. Il cibo rappresenta una pulsione primaria che va a soddisfare tutte le altre pulsioni, è l’elemento tranquillizzante nello scorrere del tempo, è esso stesso il tempo percepito.
Non hanno cura di sé e parte della giornata di un operatore è impiegata a lavarli, fare la barba, vestirli.
La bocca è devastata, quasi tutti senza denti per paradentosi da mancata igiene alla quale si aggiungono gli effetti dei farmaci neurolettici e anti-epilettici. C’è chi ha avuto l’estrazione di parte della dentatura per evitare che mordesse se stesso e gli altri.
Questa descrizione con quella dei segni visibili sulla testa di uno di loro, retaggio di intervento chirurgico facente parte degli orrori della vecchia psichiatria, colpiscono come un pugno allo stomaco.
La vita nella casetta scorre monotona perché l’obiettivo di chi lavora in queste strutture è farli vivere meglio possibile in attesa della morte. L’abitudine a convivere con la malattia mentale, con le sue apparenti incongruenze, porta a trovare una soluzione di comodo per sopravvivere, per arrivare a fine turno.
L’anno di Eugenio, ma anche di tanti altri prima e dopo di lui, è la ventata di novità, la voglia di cambiare, il coraggio di provare nuovi modi di comunicare, la certezza che niente è mai perduto e ci sia sempre un margine di miglioramento.
Merito dell’autore è anche il coraggio di raccontare sic et simpliciter l’atteggiamento di alcuni medici ospedalieri coinvolti in urgenze di vario tipo. C’è il minimo della professionalità, sufficienti a non essere denunciati per omissione di cura, a fronte dell’assoluta convinzione che la loro vita non sia degna di essere vissuta. Tanto è chiaro che non guarisce!
Il libro è una testimonianza intensa di una realtà che spesso facciamo finta di non vedere restituendo dignità a Laslo, Andò, Esa, Flì, Gä, i cinque abitanti della casetta.

Siamo responsabili di ciò che non abbiamo cercato di impedire (J. P. Sartre)
 

mercoledì 11 novembre 2015

Il valzer di un giorno


È difficile fare la recensione al libro di un amico, si corre sempre il rischio di appesantire ogni parola con litri di melassa.
Ne ho aspettato l’uscita memore del successo della sua opera prima che l’aveva catapultato da una piccola casa editrice nel mondo delle grandi major editoriali.
“Il valzer di un giorno” è un romanzo corale, storico, sociale, familiare caratterizzato da diversi piani narrativi che danno movimento alla trama e che predispongono ad un eventuale sviluppo cinematografico.
Il gusto per il colpo di scena è presente anche in questa opera caratterizzandone, a questo punto, lo stile che si colora di tutte le sfumature della terra dove si svolge la storia: le bellissime Langhe che vediamo avvolte da una nebbia lattiginosa o martellate da pioggia battente. Vedere è la parola giusta perché la storia sembra dispiegarsi davanti al lettore, proiettata sui muri della propria camera.
Si parla di lotta partigiana, di uomini semplici, determinati che hanno avuto un ruolo importante nella costruzione della odierna democrazia, al pari di nomi a noi più familiari perché presenti da anni nei libri di storia.
Restituire dignità a chi ha offerto la propria giovinezza per ideali che sembrano démodé, dare lustro a coloro che hanno rischiato la propria vita per proteggere chi era destinato – per nascita e stirpe – ai campi di concentramento, sono gli obiettivi principali della storia narrata.
Delicato, amorevole il racconto del medico e della sua giovane moglie, giusto tributo alla vita di coppia dei genitori dell’autore che passarono parte della loro esistenza in terre di missione.
“Il valzer di un giorno” è un romanzo che ci riporta alle atmosfere di Pavese e Fenoglio dimostrando quanto profondamente l’humus naturale incida sullo stile di uno scrittore.
Un ultimo pensiero all’amico Alberto, al suo coraggio, alla determinazione, alla passione per lo scrivere, doti che mi sento di condividere e che alimento avendolo come esempio.