“Il mestiere di uomo” è uno di quei libri che mi capita
di leggere e per i quali una sola volta non è sufficiente. Nonostante le
sottolineature e le note a margine stiano a dimostrare il contrario, sfogliarlo
nuovamente apre la porta ad altre considerazioni, neanche lontanamente
ipotizzate prima. È forse per questo che, inconsciamente, molti libri rimangono
sul comodino per mesi, anni, non raggiungono la destinazione definitiva della
libreria prima di essere stati sufficientemente masticati, digeriti e
assimilati.
Alexandre Jollien è padre di famiglia, filosofo e
handicappato. Nato in Svizzera nel 1975, a causa di un parziale strangolamento
causatogli dal cordone ombelicale, trascorre 17 anni in un centro specializzato
per disabili cerebro-motori. Ha pesanti difficoltà a camminare, leggere e
parlare. La scoperta della filosofia, parlata, insegnatagli da un vecchio
prete, gli cambia la vita. Con pazienza e tanto impegno si diploma in un
istituto commerciale, studia poi filosofia e greco prima all’Università di
Friburgo e, in seguito, a Dublino.
La mia vocazione
tripartita poteva essere un problema invece ho imparato a non vedere la vita
come un combattimento, ma come libertà di essere ciò che sono.
Il primo spunto di riflessione è accogliere la vita così
come viene e agire come
progredientes,
capaci di muovere un passo dopo l’altro verso la saggezza, le cui basi poggiano
proprio sull’accettazione di sé stessi. Non viene mostrata una vita fittizia,
la disabilità c’è, si vede e si percepisce. Deve essere perciò bandito l’uso
ipocrita delle perifrasi per paura di offendere. La realtà è obiettiva e non umilia.
Per questo ci pensa la società con l’elemento di maggior spicco: il cretino di
turno. Ognuno di noi ha avuto la fortuna di averlo incontrato e l’esperienza
aiuta a identificarlo e evitarlo.
Il potere di ognuno risiede quindi nel riconoscimento di
sé e il fallimento può essere l’occasione per ricordarsi della distinzione di
Epitteto tra le cose che dipendono da noi e quelle che non dipendono da noi
Tra le cose che
esistono, le une dipendono da noi, le altre non dipendono da noi. Dipendono da
noi: il giudizio di valore, impulso ad agire, desiderio, avversione, e in una
parola, tutti quelli che sono propriamente fatti nostri. Non dipendono da noi:
il corpo, i nostri possedimenti, le opinioni che gli altri hanno di noi, le
cariche pubbliche e, in una parola, tutti quelli che non sono propriamente
fatti nostri.
Questo aiuta a non affondare nella disperazione.
Altro elemento di riflessione è la brutta abitudine che
abbiamo di catalogare persone e situazioni. L’etichetta distrugge l’esistenza,
imprigiona la straordinarietà dell’essere nella gabbia della diagnosi, senza
possibilità di miglioramento.
È sempre più frequente da parte degli insegnanti, quasi
una conditio sine qua non, di voler avere una diagnosi prima di avviare
qualsiasi percorso educativo e di formazione dell’alunno disabile. La rete,
grazie alla possibilità di accedere alle informazioni, consente di poter essere
medici, di capire ogni meccanismo patologico.
La fissità stessa del giudizio sminuisce la ricchezza del reale,
dell’essere umano di fronte al quale dovremmo almeno stupirci, se non osiamo
meravigliarci. L’esperienza quotidiana, infatti, arriva a volte a smantellare
deliziosamente queste verità stabilite.
Quando una persona ammalata o disabile diventa una
diagnosi, un caso clinico, il dispositivo dell’assistenza rischia di perdere
l’elemento fondamentale che è la persona e la sua relazione con gli altri.
La frase di Paul Valery “Sono qui a ignorare davanti a
voi” è un ottimo spunto per riflettere sull’altro e la sua sofferenza. Porsi in
ascolto liberi da pregiudizi è il modo migliore per avviare una relazione, per
penetrare il mistero dell’altro.
La sofferenza di cui si parla non è quella fisica, né
quella psicologica che, in qualche modo, è possibile superare ma è una
sofferenza di fondo che appartiene alla natura umana. Il mestiere di uomo non
riesce ad evitare questo tipo di sofferenza ma la sua personalità sta nel
virtuosismo messo in atto per superarla.
L’ineluttabilità del tragico che attraversa la nostra
esistenza deve essere il fulcro dal quale operare il ribaltamento. Il dolore
insegna, consente la conoscenza di noi stessi, ci delimita e allo stesso tempo
aiuta a spingerci oltre il limite.
Jollien parla di
algodicea,
atteggiamento che consiste nell’affrontare la prove della propria esistenza
senza permettere che queste ci annientino trasformandole in occasioni di
crescita. Come praticare l’algodicea? Ognuno di noi ha il suo personale metodo
che porta a un unico risultato, più o meno consapevole: riuscire a cogliere e
costruire elementi di bellezza dai quali scaturisce la gioia.
Mentre la felicità è simile alla ricerca di un ideale mai
raggiunto, la gioia corrisponde a un'adesione semplice e sobria alla realtà. Al
contrario della felicità, che sembra escludere alti e bassi, ricadute e
mancanze, la gioia coabita con le ferite e gli incidenti di percorso. Questo
porta a un nuovo rapporto con l'esistenza: la leggerezza. Non bisogna
confonderla con l’ottimismo dello stupido. La leggerezza
rende spesso fiorenti delle solitudini o delle sofferenze superate
che vengono private di ogni artificio trasformandole in gioia che intuisce la
precarietà di ogni cosa.
Per chi si incammina sulla via per diventare uomo,
incappa sul concetto di corpo. Platone afferma essere la tomba dell’anima e
l’esistenza di chi non parla, non cammina ma semplicemente giace come un
vegetale sembra dargli ragione.
La visione di un corpo ferito, martoriato, inerme non può
non confermare la relazione tra uomo e proprio corpo ma allo stesso tempo, per
fortuna, se ne distacca.
Se da un lato la personalità affonda la sue radici
nell’esperienza di un corpo, dall’altro la volontà ne fa la differenza, il
pensiero corre libero, si allontana dal corpo raggiungendo traguardi
impensabili.
Ultimo elemento di riflessione: l’alterità. Senza l’altro
non siamo nulla, la sua sola presenza scandisce l’esistenza.
Il concetto di alterità non significa diversità, termine
che indica un paragone a tutto svantaggio, tendente a sminuire. L’Altro è un
valore aggiunto, un elemento che arricchisce, che accompagna l’identità.
In questo senso la persona disabile deve essere
considerata un dono per la società che si educa alla varietà, all’incontro con
l’alterità.
Essere uomo non è semplice né tantomeno compiuto. È un
percorso che non si esaurisce mai, che ha bisogno di conferme, verifiche e nel
quale la debolezza è il fulcro dal quale prendere nuovo slancio con leggerezza.
Il mestiere di uomo interessa tutti, ci chiama a raccolta
in battaglie continue fregandocene di chi vincerà poi la guerra.