Un pensiero al giorno

La gente di ogni parte del mondo oggi cerca la soluzione del problema umano nel progresso scientifico, nel successo politico, professionale e nell'immediata soddisfazione dei bisogni e delle passioni. Accade perciò che, mentre ciascuno invano cerca di difendersi egoisticamente dal sacrificio e dal dolore, in realtà provoca situazioni di inaudita sofferenza a se stesso e agli altri. E' un assurdità, ma costituisce la logica comune. (Anna Maria Cànopi)

venerdì 22 gennaio 2016

La ragazza di nome Giulio

“La ragazza di nome Giulio” è un romanzo del 1964, io avevo cinque anni ma ricordo come se fosse ora quando mia madre lo comprò per leggerlo, incuriosita dal clamore che aveva suscitato. Ricordo anche che venne messo sui ripiani più alti della libreria, nascosto da altri volumi.
Era un libro che aveva fatto tanto discutere in famiglia. L’aveva letto anche mio padre bollandolo come pornografico. La fantasia di una bambina non poteva che esserne colpita. Quel libro, messo in alto insieme alle riviste Cosmopolitan dei primi anni 70 - che affrontavano argomenti considerati sconvenienti – e al disco “Je t’aime moi non plus”, mi aveva sempre stuzzicato ma poi i giochi con le amiche erano stati un richiamo maggiore. Non era ancora arrivato il tempo dei pruriti, delle domande rimaste sempre senza risposta.
Qualche giorno fa il libro mi è tornato tra le mani, un po’ impolverato, con le pagine ingiallite, la copertina dura delle edizioni di un certo pregio, il modico prezzo di 1600 lire. Confesso di averne intrapreso la lettura con un pizzico di eccitazione trasgredendo, a distanza di più di 50 anni, il divieto di mio padre.
È un romanzo di formazione sentimentale di una adolescente già segnata da un nome maschile – Jules – che tutto sommato non sarebbe poi così male, se non fosse per l’ovvia traduzione a volerne forzare la mano, condizionando un’esistenza controcorrente.
Le domande, la curiosità, i dubbi che l’assalgono riguardo l’amore e l’eros sono perfettamente in linea con l’età biologica, certo non con l’epoca storica, tant’è che la scrittrice venne condannata a sei mesi di reclusione per offesa al comune senso del pudore, il libro censurato e sequestrato. Nella sentenza il giudice dichiarò pienamente fondata l’accusa, proclamando il libro osceno in senso tecnico-giuridico e a dichiarare assolutamente inapplicabile allo stesso la discriminante dell’opera d’arte. Riguardo la protagonista, affermò: Niente giustifica il farneticare sconnesso o l’automatismo delirante di questo manichino che alla cattiveria inconscia dell’infante, accoppia l’egocentrismo pericoloso del rimbambito, edulcorato solo da una lascivia animalesca quanto sfrenata e orripilante. Ma che libro ha letto? viene da chiedersi. E anche: non è più oscena la sua analisi in questo italiano ridondante e senza senso?
Le esperienze sentimentali narrate sono state vissute più o meno direttamente da ognuno di noi. Negarlo è antieducativo e alimenta tutto un sotterraneo di perversione. Un mondo di divieti ha partorito persone insicure, che hanno fatto della violenza fisica e psicologica il loro passaporto per essere qualcuno.
Amore ed eros possono convivere come aspetti dell’esistenza. Sono un bagaglio esperienziale importante per il raggiungimento dell’equilibrio. L’uno che nega l’altro ha sempre prodotto disastri.
Il fascino del libro risiede anche nell’ambientazione, nel racconto di una parte della popolazione priva di ogni preoccupazione economica nonostante ci si trovasse in pieno periodo bellico. La monotonia era interrotta da vacanze, trasferimenti in altra città, giornate intere spese a sciare d’inverno e a fare il bagno d’estate. La noia sembra scolorire ogni cosa.
Il finale, anch’esso criticato e giudicato fantasioso, è perfettamente coerente con il contenuto, con la personalità della protagonista.
Ancora oggi, nel ventunesimo secolo, esistono adolescenti come lei, abbandonate da genitori immaturi.
Niente cambia e la frase ai nostri tempi era diverso, che ho sentito centinaia di volte durante la mia giovinezza, non può che farmi sorridere.


venerdì 8 gennaio 2016

Il mestiere di uomo

“Il mestiere di uomo” è uno di quei libri che mi capita di leggere e per i quali una sola volta non è sufficiente. Nonostante le sottolineature e le note a margine stiano a dimostrare il contrario, sfogliarlo nuovamente apre la porta ad altre considerazioni, neanche lontanamente ipotizzate prima. È forse per questo che, inconsciamente, molti libri rimangono sul comodino per mesi, anni, non raggiungono la destinazione definitiva della libreria prima di essere stati sufficientemente masticati, digeriti e assimilati.
Alexandre Jollien è padre di famiglia, filosofo e handicappato. Nato in Svizzera nel 1975, a causa di un parziale strangolamento causatogli dal cordone ombelicale, trascorre 17 anni in un centro specializzato per disabili cerebro-motori. Ha pesanti difficoltà a camminare, leggere e parlare. La scoperta della filosofia, parlata, insegnatagli da un vecchio prete, gli cambia la vita. Con pazienza e tanto impegno si diploma in un istituto commerciale, studia poi filosofia e greco prima all’Università di Friburgo e, in seguito, a Dublino.
La mia vocazione tripartita poteva essere un problema invece ho imparato a non vedere la vita come un combattimento, ma come libertà di essere ciò che sono.
Il primo spunto di riflessione è accogliere la vita così come viene e agire come progredientes, capaci di muovere un passo dopo l’altro verso la saggezza, le cui basi poggiano proprio sull’accettazione di sé stessi. Non viene mostrata una vita fittizia, la disabilità c’è, si vede e si percepisce. Deve essere perciò bandito l’uso ipocrita delle perifrasi per paura di offendere. La realtà è obiettiva e non umilia. Per questo ci pensa la società con l’elemento di maggior spicco: il cretino di turno. Ognuno di noi ha avuto la fortuna di averlo incontrato e l’esperienza aiuta a identificarlo e evitarlo.
Il potere di ognuno risiede quindi nel riconoscimento di sé e il fallimento può essere l’occasione per ricordarsi della distinzione di Epitteto tra le cose che dipendono da noi e quelle che non dipendono da noi
Tra le cose che esistono, le une dipendono da noi, le altre non dipendono da noi. Dipendono da noi: il giudizio di valore, impulso ad agire, desiderio, avversione, e in una parola, tutti quelli che sono propriamente fatti nostri. Non dipendono da noi: il corpo, i nostri possedimenti, le opinioni che gli altri hanno di noi, le cariche pubbliche e, in una parola, tutti quelli che non sono propriamente fatti nostri.
Questo aiuta a non affondare nella disperazione.
Altro elemento di riflessione è la brutta abitudine che abbiamo di catalogare persone e situazioni. L’etichetta distrugge l’esistenza, imprigiona la straordinarietà dell’essere nella gabbia della diagnosi, senza possibilità di miglioramento.
È sempre più frequente da parte degli insegnanti, quasi una conditio sine qua non, di voler avere una diagnosi prima di avviare qualsiasi percorso educativo e di formazione dell’alunno disabile. La rete, grazie alla possibilità di accedere alle informazioni, consente di poter essere medici, di capire ogni meccanismo patologico. La fissità stessa del giudizio sminuisce la ricchezza del reale, dell’essere umano di fronte al quale dovremmo almeno stupirci, se non osiamo meravigliarci. L’esperienza quotidiana, infatti, arriva a volte a smantellare deliziosamente queste verità stabilite.
Quando una persona ammalata o disabile diventa una diagnosi, un caso clinico, il dispositivo dell’assistenza rischia di perdere l’elemento fondamentale che è la persona e la sua relazione con gli altri.
La frase di Paul Valery “Sono qui a ignorare davanti a voi” è un ottimo spunto per riflettere sull’altro e la sua sofferenza. Porsi in ascolto liberi da pregiudizi è il modo migliore per avviare una relazione, per penetrare il mistero dell’altro.
La sofferenza di cui si parla non è quella fisica, né quella psicologica che, in qualche modo, è possibile superare ma è una sofferenza di fondo che appartiene alla natura umana. Il mestiere di uomo non riesce ad evitare questo tipo di sofferenza ma la sua personalità sta nel virtuosismo messo in atto per superarla.
L’ineluttabilità del tragico che attraversa la nostra esistenza deve essere il fulcro dal quale operare il ribaltamento. Il dolore insegna, consente la conoscenza di noi stessi, ci delimita e allo stesso tempo aiuta a spingerci oltre il limite.
Jollien parla di algodicea, atteggiamento che consiste nell’affrontare la prove della propria esistenza senza permettere che queste ci annientino trasformandole in occasioni di crescita. Come praticare l’algodicea? Ognuno di noi ha il suo personale metodo che porta a un unico risultato, più o meno consapevole: riuscire a cogliere e costruire elementi di bellezza dai quali scaturisce la gioia.
Mentre la felicità è simile alla ricerca di un ideale mai raggiunto, la gioia corrisponde a un'adesione semplice e sobria alla realtà. Al contrario della felicità, che sembra escludere alti e bassi, ricadute e mancanze, la gioia coabita con le ferite e gli incidenti di percorso. Questo porta a un nuovo rapporto con l'esistenza: la leggerezza. Non bisogna confonderla con l’ottimismo dello stupido. La leggerezza rende spesso fiorenti delle solitudini o delle sofferenze superate che vengono private di ogni artificio trasformandole in gioia che intuisce la precarietà di ogni cosa.
Per chi si incammina sulla via per diventare uomo, incappa sul concetto di corpo. Platone afferma essere la tomba dell’anima e l’esistenza di chi non parla, non cammina ma semplicemente giace come un vegetale sembra dargli ragione.
La visione di un corpo ferito, martoriato, inerme non può non confermare la relazione tra uomo e proprio corpo ma allo stesso tempo, per fortuna, se ne distacca.
Se da un lato la personalità affonda la sue radici nell’esperienza di un corpo, dall’altro la volontà ne fa la differenza, il pensiero corre libero, si allontana dal corpo raggiungendo traguardi impensabili.
Ultimo elemento di riflessione: l’alterità. Senza l’altro non siamo nulla, la sua sola presenza scandisce l’esistenza.
Il concetto di alterità non significa diversità, termine che indica un paragone a tutto svantaggio, tendente a sminuire. L’Altro è un valore aggiunto, un elemento che arricchisce, che accompagna l’identità.
In questo senso la persona disabile deve essere considerata un dono per la società che si educa alla varietà, all’incontro con l’alterità.
Essere uomo non è semplice né tantomeno compiuto. È un percorso che non si esaurisce mai, che ha bisogno di conferme, verifiche e nel quale la debolezza è il fulcro dal quale prendere nuovo slancio con leggerezza.
Il mestiere di uomo interessa tutti, ci chiama a raccolta in battaglie continue fregandocene di chi vincerà poi la guerra.



 

martedì 29 dicembre 2015

Il Serpente

Il Serpente è la seconda opera di Luigi Malerba pubblicata nel 1966. Il libro racconta di un uomo anonimo , quello che in certe regioni viene definito “un poveretto”, cioè un essere insignificante che attraversa la vita senza essere ricordato da nessuno, tanto meno dagli amici, ammesso che ne abbia.
Ha un negozio di francobolli, ma non è il lavoro che vorrebbe fare, ha una moglie e poi un’amante. Ma sarà tutto vero? Chissà. In realtà il protagonista del romanzo non è neanche lui ma il delirio nel quale si ficca come modo per dare senso a tutta la sua esistenza.
Conosce Miriam – colei che lui definisce come amante – in una filarmonica. A lui piace cantare ma non come gli altri e sicuramente non confuso con essi.

Tutti quelli che cantano in un coro sognano di portare la voce molto più in là di tutti gli altri

Per un uomo ridicolo il canto non può che essere mentale, a bocca chiusa. Solo così può uscire dall’anonimato, essere ripreso dal maestro che non comprende la sua invenzione.
La storia con Miriam è forse un’allucinazione e la stessa struttura del discorso ne conferma il sospetto.

Domandai a Miriam come si chiamasse, Miriam è un nome che mi sono inventato io. Che importanza ha? disse la ragazza. Certo che non ha importanza, ma dovrò chiamarti in qualche modo, dicevo. Puoi scegliere tu un nome. Miriam, dico io.

Di Miriam il protagonista inventa un passato, costruisce un presente e rimane imprigionato nel futuro, in quello che lui teme maggiormente: l’abbandono, naturale conseguenza del suo essere insignificante.

È terribile quando non succede niente per una giornata intera e il giorno dopo è lo stesso e anche il giorno prima non è successo niente

Come ha costruito artificiosamente la sua storia d’amore, così imbastisce anche l’idea del tradimento facendo sprofondare il lettore in un vortice di paradossi, di frasi ripetute ossessivamente fino allo sfinimento. Ogni suo gesto è preceduto dal rimuginìo che alimenta la confusione mentale. È un paradosso anche vivere in un negozio piccolo, polveroso e avere la necessità di liberare la fantasia, di fare uscire le idee come lo sciamare delle api.
Il Serpente è un romanzo che ha lasciato un segno. La sua avanguardia non è solo per la struttura narrativa ma anche per il topos.
Non potendo progettare un futuro con Miriam al protagonista non rimane altra scelta che cannibalizzare la propria storia d’amore ma neanche un crimine così orrendo è in grado di illuminare l’esistenza di un uomo insignificante. La sua assurda perfezione non consente di accusarlo nonostante la confessione.
E tutto termina come era iniziato. Il delirio, àncora di salvezza alla solitudine, lascia il posto alla stanchezza.

Vorrei restare fermo, immobile, in posizione orizzontale, con gli occhi chiusi, senza tirare il fiato, senza sentire voci e campanelli, senza parlare. Al buio

Questo sicuramente prima di un’altra, inevitabile, allucinazione.
 
 

giovedì 3 dicembre 2015

La quinta felicità

“La quinta felicità” è un libro del 2009 edito da Stampa Alternativa che ha da sempre il pregio di pubblicare lavori molto interessanti. Questo libro di Eugenio Azzola è il racconto del suo anno di servizio civile in una struttura che accoglie cinque adulti – almeno anagraficamente - con disturbi mentali. Sono passati attraverso istituti, ospedali, manicomi, non hanno conosciuto nient’altro di diverso. Il loro sviluppo mentale è rimasto fermo al palo perché nessuno ha speso il proprio tempo per aiutarli a crescere. Vite che la società allontana e segrega in posti che vengono definiti protetti ma altro non sono che i vecchi istituti travestiti da altro.
Il racconto è infarcito di deiezioni: saliva, urine, feci, vomito. Sono descritte croste, profonde screpolature, bocche sporche e piene di cibo ruminato per ore. L’autore ci porta dentro una storia vera, priva di filtri perché, come operatore sociale, non ha gli strumenti per classificare la malattia mentale e perciò la descrive per quello che vede. Non c’è alcun giudizio, solo lo sguardo acritico che mostra comportamenti in risposta a situazioni o sentimenti. Alla luce di questo si può pensare che la follia, tutto sommato, non esiste se con questo termine intendiamo una risposta incongrua a vari stimoli. C’è invece sempre un motivo.
Gli abitanti della casetta sono quasi tutti in sovrappeso, se non obesi. Il cibo rappresenta una pulsione primaria che va a soddisfare tutte le altre pulsioni, è l’elemento tranquillizzante nello scorrere del tempo, è esso stesso il tempo percepito.
Non hanno cura di sé e parte della giornata di un operatore è impiegata a lavarli, fare la barba, vestirli.
La bocca è devastata, quasi tutti senza denti per paradentosi da mancata igiene alla quale si aggiungono gli effetti dei farmaci neurolettici e anti-epilettici. C’è chi ha avuto l’estrazione di parte della dentatura per evitare che mordesse se stesso e gli altri.
Questa descrizione con quella dei segni visibili sulla testa di uno di loro, retaggio di intervento chirurgico facente parte degli orrori della vecchia psichiatria, colpiscono come un pugno allo stomaco.
La vita nella casetta scorre monotona perché l’obiettivo di chi lavora in queste strutture è farli vivere meglio possibile in attesa della morte. L’abitudine a convivere con la malattia mentale, con le sue apparenti incongruenze, porta a trovare una soluzione di comodo per sopravvivere, per arrivare a fine turno.
L’anno di Eugenio, ma anche di tanti altri prima e dopo di lui, è la ventata di novità, la voglia di cambiare, il coraggio di provare nuovi modi di comunicare, la certezza che niente è mai perduto e ci sia sempre un margine di miglioramento.
Merito dell’autore è anche il coraggio di raccontare sic et simpliciter l’atteggiamento di alcuni medici ospedalieri coinvolti in urgenze di vario tipo. C’è il minimo della professionalità, sufficienti a non essere denunciati per omissione di cura, a fronte dell’assoluta convinzione che la loro vita non sia degna di essere vissuta. Tanto è chiaro che non guarisce!
Il libro è una testimonianza intensa di una realtà che spesso facciamo finta di non vedere restituendo dignità a Laslo, Andò, Esa, Flì, Gä, i cinque abitanti della casetta.

Siamo responsabili di ciò che non abbiamo cercato di impedire (J. P. Sartre)
 

mercoledì 11 novembre 2015

Il valzer di un giorno


È difficile fare la recensione al libro di un amico, si corre sempre il rischio di appesantire ogni parola con litri di melassa.
Ne ho aspettato l’uscita memore del successo della sua opera prima che l’aveva catapultato da una piccola casa editrice nel mondo delle grandi major editoriali.
“Il valzer di un giorno” è un romanzo corale, storico, sociale, familiare caratterizzato da diversi piani narrativi che danno movimento alla trama e che predispongono ad un eventuale sviluppo cinematografico.
Il gusto per il colpo di scena è presente anche in questa opera caratterizzandone, a questo punto, lo stile che si colora di tutte le sfumature della terra dove si svolge la storia: le bellissime Langhe che vediamo avvolte da una nebbia lattiginosa o martellate da pioggia battente. Vedere è la parola giusta perché la storia sembra dispiegarsi davanti al lettore, proiettata sui muri della propria camera.
Si parla di lotta partigiana, di uomini semplici, determinati che hanno avuto un ruolo importante nella costruzione della odierna democrazia, al pari di nomi a noi più familiari perché presenti da anni nei libri di storia.
Restituire dignità a chi ha offerto la propria giovinezza per ideali che sembrano démodé, dare lustro a coloro che hanno rischiato la propria vita per proteggere chi era destinato – per nascita e stirpe – ai campi di concentramento, sono gli obiettivi principali della storia narrata.
Delicato, amorevole il racconto del medico e della sua giovane moglie, giusto tributo alla vita di coppia dei genitori dell’autore che passarono parte della loro esistenza in terre di missione.
“Il valzer di un giorno” è un romanzo che ci riporta alle atmosfere di Pavese e Fenoglio dimostrando quanto profondamente l’humus naturale incida sullo stile di uno scrittore.
Un ultimo pensiero all’amico Alberto, al suo coraggio, alla determinazione, alla passione per lo scrivere, doti che mi sento di condividere e che alimento avendolo come esempio.
 
 

venerdì 2 ottobre 2015

Tre matti


Tre racconti sulla follia, tre modi di descrivere pensieri, emozioni e che ci permettono di guardarla da diverse angolazioni.

In “Memorie di un pazzo” di Gogol, la prima domanda che sorge spontanea è: quali possono essere le memorie di un folle? Sono tali o frutto del delirio? Anche i pazzi fanno parte della categoria dei diversi, di chi è altro rispetto allo standard. Ogni loro gesto, pensiero, viene interpretato alla luce della malattia, svilendo la loro essenza: quella di essere umano

Aksentij Ivanovic è un modesto impiegato addetto a fare la punta alle matite del mega-direttore-burocrate. Il servilismo che induce e consacra l’arroganza del potente non può non riportare alla mente la figura di Fantozzi, anche lui invisibile, ignorato, deriso dai colleghi e invaghito, senza speranza, della signorina Silvani che forse sa e fa finta di non capire, così come la figlia del burocrate russo.

Nel racconto di Gogol il delirio viene innescato proprio dall’amore non corrisposto. Il protagonista pensa di poter ottenere tutte le informazioni sulla giovane donna, su quello che fa ma soprattutto su quello che pensa, dalla conversazione tra due cani, uno dei quali è Maggie, la cagnetta di lei.

Era un po’ di tempo che sospettavo che il cane fosse molto più intelligente dell’uomo (…) Il cane è un politico straordinario: nota tutto, vede tutti i passi dell’uomo

Riesce così ad intercettare le lettere che i due animali si scambiano scoprendo la scarsa considerazione che tutti hanno di lui, a partire proprio dal cane (!) e le imminenti nozze della ragazza con un gentiluomo di camera, l’anonimo kamer-junker del racconto.

Le emozioni suscitate da queste informazioni deliranti lo fanno sprofondare in un paradosso schizofrenico dal quale emerge come re di Spagna.

In Spagna c’è un re. È stato trovato. Questo re sono io. (…) Non capisco come è stato possibile che io pensassi e mi immaginassi di essere un consigliere titolare. Come è potuto entrare nella mia testa un pensiero così strampalato? È una fortuna che nessuno abbia pensato di mettermi in manicomio

A questo punto comincia a firmarsi come “Ferdinando VIII” e trasforma la sua divisa da impiegato in un manto regale. Così vestito viene accompagnato nell’unico luogo possibile: il manicomio, appunto.

 

Sono un uomo ridicolo. Adesso dicono che sono matto. Inizia così il racconto di Dostoevskij “Il sogno di un uomo ridicolo”, una narrazione in prima persona di un uomo che, giunto alla totale indifferenza per ciò che lo circonda, decide di suicidarsi.

D’un tratto ho sentito che per me sarebbe stata assolutamente la stessa cosa, che il mondo esistesse oppure non ci fosse niente.

Il giorno scelto per farla finita è anche quello in cui viene a conoscenza della Verità. Mentre rientra in casa, una bambina gli corre incontro chiedendogli aiuto per la madre ma lui, preso dal fatale proposito, la scaccia via. Sente però dentro di sé vergogna per il cattivo comportamento adottato, che sembra non far parte di lui, e pietà per la piccola. Sono sentimenti che contrastano con l’indifferenza che pensava di possedere. Si addormenta e sogna di uccidersi, sparandosi al cuore. Un angelo lo prende dalla tomba nella quale viene deposto e lo porta in un altro pianeta, esatta copia della Terra

Il pianeta che si trova a esplorare è un vero e proprio Eden dove esiste la felicità, frutto dell’incoscienza. Sui volti degli uomini che vi abitano brilla infatti un’allegria infantile, priva di sovrastrutture, una gioia che non chiede perché, che non vuole indagare oltre.

L’arrivo dell’uomo, così come l’ingresso di un corpo estraneo in un organismo ben funzionante, provoca delle modificazioni tali da stravolgere le caratteristiche di quel pianeta che diventa proprio come la Terra.

In quella società felice comincia ad insinuarsi la menzogna e successivamente la lussuria, la gelosia, la crudeltà. La vergogna viene innalzata a virtù, nasce il concetto di onore e con lui il formarsi delle associazioni, cioè gruppi di persone sotto una stessa bandiera.

La degenerazione ad ogni livello, con un meccanismo folle e perverso, porta alla conoscenza, cioè al desiderio di capire e interpretare il male, così che dalla cattiveria nasce l’idea di umanità e fratellanza, dalla crudeltà la giustizia.

In questo pianeta, prima felice e fantastico, scoppiano le guerre e non rimane nulla della bellezza primigenia, diventando una stupida copia della Terra, dove il sapere è più forte del sentimento.

Al risveglio il protagonista decide di andare per il mondo a predicare la Verità, sottendendo con questo la convinzione che lo scrittore abbia il compito di aiutare l’Umanità a comprendere, perseverando in questo suo anelito anche quando viene considerato pazzo, se non ridicolo.

 

Oggi mi hanno portato a visitare alla direzione di governatorato. Han litigato e alla fine hanno deciso che non sono pazzo.

È questo l’incipit di “Le memorie di un pazzo” di Tolstoj. Il protagonista è convinto di esserlo nonostante i pareri contrari e racconta episodi dell’infanzia che considera campanelli d’allarme della sua insanità mentale, come lo spavento provato quando la bambinaia, che lui amava tanto, fu accusata di furto, o la volta che aveva visto picchiare un bambino, o il racconto della passione di Cristo fattogli da una zia.

La pubertà con i primi turbamenti aveva allontanato il ricordo di questi episodi finché verso i 35 anni, in occasione di un viaggio, ha un nuovo attacco di panico. È questa la definizione possibile dello stato d’animo, magistralmente descritto da Tolstoj, alla luce di quanto oggigiorno conosciamo sulle fobie e le psicosi.

La paura della morte e di un incognito che ci attende è spesso il leit motiv di un attacco di panico, quando tutto acquista un aspetto nuovo, particolarmente brillante oppure più oscuro, il cuore batte all’impazzata e il proprio corpo perde consistenza. In quel momento preghi Iddio di perdonare i tuoi peccati purché ti lasci vivere ancora. L’astenia reattiva non ferma la volontà di cambiare vita, ultima possibilità per averla integra. Spesso chi soffre di attacchi di panico diventa in breve tempo un cristiano fervente, un attento lettore delle Sacre Scritture, un seguace dell’esempio di Gesù. E infatti il racconto di Tolstoj termina con il protagonista che, all’uscita della chiesa, regala tutto quello che possiede ad una mendicante e va via parlando al popolo.
 

 


 

 

domenica 19 luglio 2015

Storia del mio bambino perfetto

Una delle frasi che viene ripetuta sui social network è che la disabilità, in quanto possibile aspetto della condizione umana, non guarda in faccia a nessuno e colpisce il ricco e il povero. Certo è che il primo ha maggiori opportunità ma la sua visibilità nazionale, se non mondiale, garantisce al secondo di beneficiare dell’onda lunga delle varie battaglie mediatiche e sociali per rivendicare i diritti di cittadino, oltre che di essere umano.
Dal 2012, anno in cui è uscito il primo libro sull’autismo, diventato in breve un best seller, si può affermare che è aumentata l’attenzione al problema così come la pubblicazione di libri che trattano dell’argomento da parte di tutte le maggiori case editrici italiane.
Questo di Marina Viola è l’ennesimo, un racconto che è vero, emozionante senza essere sdolcinato. Come in pochi altri casi, viene narrato il quotidiano fatto di incertezze, malinconia, rabbia, frustrazione, angoscia, allegria, amore, serenità. È normale che sia così perché una madre è prima di tutto un essere umano che deve superare un doppio ostacolo psicologico. La nascita di un figlio disabile e il senso di colpa per averlo generato. Può essere perché quel giorno sono andata in ospedale e sono passata per la radiologia? Può essere perché quella volta mi sono così tanto arrabbiata? Queste e altre domande frullano nella testa ma un figlio disabile è un figlio, è lo stesso che abbiamo amato dal primo momento, prima di sapere tutto questo. Lui non è cambiato: siamo noi che abbiamo cambiato il nostro modo di vederlo.
Una riflessione, in apparenza scontata, ma che si scontra con una realtà - spesso familiare – in cui il figlio mantiene tutte le connotazioni patologiche diventando solo una malattia con le gambe. Andare oltre tutto questo e adoperarsi per progettare un percorso che corrisponda alle caratteristiche e predisposizioni del proprio figlio significa gratificarlo e renderlo felice. Non deve sembrare strano, né tantomeno straordinario perché non è quello che ogni genitore fa per il proprio figlio?
L’autrice affronta nel libro un aspetto importante: la vulnerabilità. È l’aspetto più spaventoso della vita delle persone autistiche in quanto, visto che non sono in grado di parlare, di scappare o di denunciare, sono alla mercé delle buone o cattive intenzioni di chi si occupa di loro. A questo aggiungerei anche l’assurdità di non essere ascoltate e capite. Nel momento in cui è attestata la loro invalidità, scompaiono agli occhi della giustizia e qualsiasi fatto increscioso che venga raccontato alla loro maniera (abusi, maltrattamenti, violenza fisica) è sottovalutato, come se la cronaca non avesse mai riportato casi di violenza domestica o scolastica.
Sarà veramente accaduto? Non sarà frutto di allucinazione? Si dà per scontato che non dicano la verità perché malati. Invece quelli che si trovano dall’altra parte della barricata, cioè i sani, sono per definizione veritieri, cristallini, al di sopra di ogni sospetto. Per loro forse non basterà appendere al collo una macina girata da un mulo e essere gettati negli abissi del mare.
Nel libro si parla di scuola, di quella scuola che io auspico possa esserci anche in Italia, ossia attenta ai bisogni reali, che progetti un percorso sensato che renda l’alunno disabile più autonomo e sicuro di sé, che abbia tanti laboratori propedeutici al possibile inserimento lavorativo, così come pensato da Maria Montessori.
Sogno una scuola che consideri l’alunno disabile e non faccia dell’inclusione solo una parola da aggiungere al vocabolario. E dopo la scuola sogno dei centri diurni che non siano un parcheggio in cui la giornata è scandita da merenda, pranzo e qualche altra cosa perché la vita di ogni essere umano non può essere ridotta a questo.
Sogno che, come è stato possibile vedere un uomo di colore diventare presidente degli Stati Uniti, sarà possibile per i nostri figli vivere una vita dignitosa, felice e appagante.
Quante belle riflessioni alla lettura di questo romanzo, come se avessi di fronte a me l’autrice e potessimo chiacchierare di tante cose sorseggiando un caffè. Ho ritrovato pensieri che sono stati i miei e la determinazione di andare avanti sempre e comunque. È un libro vero, senza le inutili mielosità delle mamme votate al sacrificio proprio perché quel figlio è un figlio. E basta.