Un pensiero al giorno

La gente di ogni parte del mondo oggi cerca la soluzione del problema umano nel progresso scientifico, nel successo politico, professionale e nell'immediata soddisfazione dei bisogni e delle passioni. Accade perciò che, mentre ciascuno invano cerca di difendersi egoisticamente dal sacrificio e dal dolore, in realtà provoca situazioni di inaudita sofferenza a se stesso e agli altri. E' un assurdità, ma costituisce la logica comune. (Anna Maria Cànopi)

giovedì 25 febbraio 2021

Il fiore rosso

Scritto nel 1882 e pubblicato un anno dopo, Il fiore rosso è il racconto più importante di Vsevolod Michajlovič Garšin (1855 – 1888). L’immagine di apertura è l’ingresso di un malato nell’ospedale psichiatrico «In nome di Sua Maestà Imperiale, l’Imperatore Pietro I, dichiaro aperta l’ispezione di questo manicomio!» La sua voce è forte, chiara, penetrante e chi legge non può fare a meno di sorridere. D’altronde, nell’immaginario collettivo, l’azione del folle è spesso motivo di ilarità perché diretta, senza l’intermediazione delle norme condivise di comportamento. E quanti di noi, in particolari circostanze, non ha pensato per un momento di “dare di matto” come unico modo per affermare i propri diritti.

«Portatelo in reparto, a destra»

«Lo so, lo so. Sono già stato qui con voi l’anno scorso. Stavamo ispezionando l’ospedale. So tutto e mi sarà difficile imbrogliare» disse il malato

Queste prime battute lasciano poi il posto ad un senso di angoscia crescente che deflagra nel finale. Chi accompagna il malato è stremato, a malapena si regge in piedi. Notti insonni e giorni altrettanto faticosi per controllare l’estrema agitazione, finché il malato viene costretto nella camicia di forza.

Il manicomio ha un reparto maschile e uno femminile, ci sono due stanze riservate agli agitati: una con i materassi al muro, l’altra con le pareti di legno. La struttura pensata per ottanta persone, alla fine arriva ad ospitarne trecento. Nelle minuscole stanzucce, si trovavano quattro o cinque letti e, d’inverno, quando ai malati non era consentito uscire in giardino e le finestre, dietro le inferriate, erano sprangate, l’aria diventava tremendamente viziata. Il malato viene portato nel bagno. La stanza è anche peggio delle altre per la sporcizia sul pavimento, la scarsa luce e la presenza di due buche ovali per il lavaggio dei ricoverati. Garšin sa perfettamente cosa raccontare perché Il fiore rosso trae spunto dalla sua esperienza. Di animo sensibile, lo scrittore venne turbato da due eventi: la separazione dei suoi genitori e la guerra contro i Turchi nei Balcani alla quale partecipò come volontario. Al ritorno da questa esperienza venne ricoverato in un ospedale psichiatrico. Garšin aveva paura che la malattia mentale lo privasse della sua capacità di scrivere, così importante per lui. In una lettera alla madre del 9 ottobre 1881 scrisse: Non posso fare affidamento sulla mia forza; non credo che sarò in grado di lavorare continuamente e con successo.

Quattro anni più tardi ammise in una lettera all’amico A. J. Gerd: Le mie ambizioni letterarie sono molto grandi. Quello che ho scritto ha avuto successo secondo me […] Sento che solo in questo campo lavorerò con tutte le mie forze; inoltre, la questione della mia abilità letteraria è per me una questione di vita o di morte. Non posso tornare indietro. Proprio come una voce dice ad Assuero “Va! Va!” così qualcosa mi mette una penna nelle mani e mi dice “Scrivi! Scrivi!”. Purtroppo, le frequenti crisi nervose lo privarono della capacità di scrivere per lunghi periodi di tempo, aggravando la depressione che lo spinse a buttarsi nella tromba delle scale della propria abitazione a San Pietroburgo.

Nel racconto, il giorno dopo il protagonista ha il colloquio con lo psichiatra e viene ufficialmente inserito nel manicomio. Durante il giorno, i malati sono impegnati in lavori di manutenzione del giardino che abbonda di fiori di ogni tipo e colore.

Qui, non lontano dalla veranda, crescevano tre piccoli papaveri di una specie particolare; erano molto più piccoli del normale e si distinguevano per il loro rosso vermiglio particolarmente intenso.

Egli ne rimane particolarmente colpito e immagina che essi siano portatori del male. Così decide di salvare l’Umanità andandoli a strappare. Concetto cardine de Il fiore rosso è la responsabilità individuale di fronte a situazioni sociali. Ognuno è custode del proprio fratello, chiamato a rispondere del disinteresse, colpevole di egoismo, malato di indolenza. Uomo è colui che persegue un obiettivo, che ha uno scopo nella vita, che comunque lascia un segno, un ricordo di sé agli altri. E così andare a prendere i tre papaveri diventa un’impresa eroica, oltre che epica.

Il primo fiore viene reciso facilmente perché nessuno si aspetta un atto del genere: i malati hanno il compito di curare le aiuole. Nessuno vide come lui scavalcò l’aiuola, strappò il fiore e come frettolosamente lo nascose sul petto sotto la camicia. Quando le foglie fresche e bagnate di rugiada toccarono il suo corpo, impallidì come un cadavere e pervaso dall’orrore spalancò gli occhi. Un sudore freddo gli bagnò la fronte. Le influenze venefiche cominciano a distruggere il suo corpo, compare la febbre, dorme pochissimo, cammina senza sosta, dimagrisce a vista d’occhio.

Dopo tre giorni, riesce a strappare il secondo fiore e a sfuggire al guardiano precipitandosi nella sua camera e nascondendo la pianta sul petto. La lotta immaginaria iniziò nuovamente. Il malato sentiva che dal fiore il male si snodava come lunghe serpi striscianti che lo avviluppavano, lo stringevano, gli schiacciavano le membra, gli impregnavano tutto il corpo col loro terribile contenuto.

Manca l’ultimo papavero, fiore del male, portatore di morte a causa del l’oppio. Il protagonista è debole, imbottito di farmaci e legato al letto. Raggiunge l’obiettivo superando enormi difficoltà come un supereroe. Guarda le stelle in cielo e ad esse dice di avere pazienza perché presto sarà con loro. Come arriva alla pianta, la strappa con le poche forze rimaste, la riduce in pezzetti, la calpesta e se la mette sul petto, là dove c’è il cuore. Torna in camera e, ormai privo di sensi, si butta sul letto.

Il mattino dopo lo trovarono morto. Il suo viso era tranquillo e felice; i lineamenti emaciati dalle labbra sottili e dagli occhi chiusi e infossati esprimevano come una gioia orgogliosa. Quando lo adagiarono sulla barella, tentarono di disserrare la mano per estrarre il fiore. Ma la mano si era irrigidita: si era portato il suo trofeo nella tomba.

Questo racconto pone due domande: i matti sono in grado di fare gesti eroici? La percezione del male può essere considerata un’allucinazione? È solo considerando l’uomo e non la malattia che siamo in grado di rispondere con verità.


 

sabato 13 febbraio 2021

Il prete bello

Già dalle prime pagine mi sono chiesta: “Come ho fatto a non leggerlo prima?” Mi sono sentita l’ultima tra i lettori per essermi lasciata sfuggire questo capolavoro.

Ho sempre letto tanto, fin da bambina, poi ho avuto un periodo buio durante l’università e i primi anni di professione, nei quali altri problemi hanno riempito le mie giornate. Sto recuperando il tempo perduto e questo romanzo mi ha conquistata per la scrittura apparentemente facile, leggera, ma non c’è niente di più complicato che scrivere così. Non è da tutti, solo da grandi scrittori.

La storia si svolge in un rione vicentino dove vivono diverse famiglie e che fa parte della parrocchia di Don Gastone, avvenente e atletico uomo di chiesa, cappellano militare nell’esercito fascista, mandato a combattere in Spagna a sostegno della falange franchista; di questa esperienza scrive un libro che viene venduto nella parrocchia, comprato e diffuso capillarmente tra le donne, tutte innamorate e gelose di lui. Don Gastone è consapevole del suo fascino e lo utilizza per proprio tornaconto, ma anche per alleviare le gravi condizioni economiche di alcune famiglie del rione.

Riesce ad aiutare Sergio, un bambino di nove anni, figlio di nn, che vive con il nonno in estrema povertà. Accanto a lui, c’è l’amico Cena, compagno e complice di mille scorribande. La sua famiglia è composta dalla madre alcolizzata, da due fratelli dediti al furto e al piccolo crimine, e da uno zio – detto il Ragioniere – che entra ed esce di galera. Personaggio divertente è il cav. Esposito, vedovo con due figlie in età da marito, che tiene segregate in casa, proprietario di un bagno personale che offre solo agli ospiti importanti.

La bellezza del romanzo è nella caratterizzazione dei personaggi, espressione dell’Italia del dopoguerra e che, tutto sommato, non è poi così diversa da quella attuale; nella scrittura che scorre leggera e che tiene incollato il lettore fino all’ultima pagina.

Non è mai troppo tardi, c’è sempre tempo per godere della buona letteratura. I libri chiamano dagli scaffali dei negozi, dalle pagine dei social, dalle recensioni in rete; alcuni piombano improvvisamente nella nostra vita, quasi caduti dal Cielo. È inutile capire il perché. Si apre si inizia a leggere.


 


 

lunedì 8 febbraio 2021

Morire

La trama si può riassumere in poche stringate parole: un uomo muore. Felix, il protagonista del romanzo breve, viene a sapere da un professore da lui contattato per una second opinion, che morirà entro un anno. La sua malattia non viene mai nominata ma si presume che si tratti di tubercolosi, che all’epoca era incurabile.

A dividerne il dolore è la fidanzata Maria, una ragazza molto più giovane di lui, che inizialmente ne rimane sconvolta, allontanando tale triste eventualità con la passione tipica della giovinezza. Sarebbe morta con lui, incapace di una vita senza amore. Terzo protagonista è Alfred, l’amico medico che gli ha nascosto la verità circa la malattia. Felix e Maria viaggiano per pochi mesi allo scopo di allontanare il pensiero della morte, andando alla casa sul lago, e poi a Salisburgo mentre sono di ritorno a Vienna.

Il motivo per il quale una storia così semplice risulti tanto avvincente è dato dalla descrizione degli stati d’animo dei due amanti. Felix gioca molto sulla sua maggiore esperienza per legare indissolubilmente a sé la giovane Maria, per la quale la tragedia è perdere ciò che considera il vero ed unico amore. Con il passare del tempo, ed anche per il pedante vittimismo di Felix, la ragazza comincia a ricercare momenti di solitudine nei quali riprendere contatto con se stessa e la vita che la circonda. Bellissimo è il flusso di coscienza che Schnitzler descrive associandolo alle immagini della natura: albe intervallate da tramonti, chiarore ed oscurità, distese di acqua e fitta vegetazione.

L’autocommiserazione di Felix si trasforma in invidia per la salute e la giovinezza di Maria, e in gelosia per chi avrà il suo amore alla sua morte. Sogna di ucciderla e in un’occasione tenta di farlo. Per un breve periodo i due amanti sembrano ritrovare la vecchia passione, ma è di breve durata. Maria, dall’inizio crocerossina devota, decide di approfittare del sonno di Felix per andare a fare una lunga passeggiata, spingendosi lontana da lui. È l’inizio della sua progressiva emancipazione emotiva. La malattia ha una brusca accelerazione, l’emottisi ne è il segno evidente. Il melodramma si conclude nell’unico modo possibile per il protagonista.

“Morire” fu pubblicato nel 1895, quando Schnitzler aveva 33 anni e da dieci anni era laureato in medicina. È un libro che dovrebbe essere letto da ogni medico, soprattutto da quelli che trattano le malattie terminali perché racconta di più e meglio di quanto facciano i trattati di clinica.


 

sabato 23 gennaio 2021

Primo amore

 Il mio primo ricordo di Samuel Beckett risale al liceo. All’epoca ero appassionata di George Bernard Shaw, tanto da portarlo all’esame di maturità, rigorosamente in inglese. Come in ogni classe che si rispetti, c’era una sfida tra una mia compagna, affascinata da Samuel Beckett, e me. La competizione fra noi mi aveva fatto scartare Beckett a priori.

Un paio di anni fa questo autore – straordinario, lo confesso – è piombato nella mia esistenza e da allora esce sempre vincente ad ogni confronto letterario. I suoi libri sono sottolineati, con note a margine, con rimandi alla mia esperienza clinica e personale. Su di lui sono stati scritti centinaia di saggi, ogni frase è stata vivisezionata e sono scesi in campo esperti in varie discipline umanistiche. Tutto assolutamente giusto, manca però un aspetto importantissimo, che non può essere tralasciato e che presenta analogie con altri scrittori, ad esempio Borges: la sua neurodiversità. Se la sua vita offre spunti interessanti in questo senso (consiglio di leggere le uniche due biografie in italiano), i suoi prodotti letterari sono una palestra in chi ha interesse a comprendere lo schema mentale in una persona con autismo ad alto funzionamento. Quello che si evidenzia è ciò che io chiamo verismo senza empatia, ossia la capacità di descrivere l’esterno e l’interno senza emozione, senza il minimo coinvolgimento; pura descrizione che segue quello che i suoi sensi registrano in maniera asciutta. Beckett non aggiunge niente di suo alla narrazione e i suoi personaggi sono autentici, in pensieri e azioni.

“Primo amore” è una novella che apre la raccolta di altre tre e dei tredici “Testi per nulla”, che Einaudi ha unito in un unico volume. Il denominatore comune delle opere è l’allontanamento, lo sfratto, sia forzato che volontario. Il protagonista di “Primo amore” viene messo alla porta dai fratelli alla morte del padre. La cosa lo stupisce ma non provoca alcuna reazione emotiva, tanto che l’assurdità della situazione fornisce considerazioni ironiche

Un giorno, ritornando dal W. C., trovai la porta della mia camera chiusa a chiave, e le mie cose ammucchiate davanti alla porta. Questo vi dice quanto ero stitico all’epoca.

Parlare di fenomeni fisiologici (defecazione, minzione, masturbazione), così come di sesso, non ha lo scopo di stupire il lettore, di stimolarne il prurito. Essi succedono, fanno parte della vita degli esseri umani, sono fenomeni naturali, privi di malizia ed erotismo

Io le presi il braccio, per curiosità, per vedere se questo mi avrebbe fatto piacere, ma non mi fece alcun piacere, allora lo mollai

Per una persona con neurodiversità, ad ogni azione deve corrispondere qualcosa di verificabile con i sensi, altrimenti risulta inutile e priva di significato.

Quando non sanno più che fare, si spogliano e senza dubbio è quanto di meglio hanno da fare. Si tolse tutto con una lentezza da stuzzicare un elefante, salvo le calze, destinate senza dubbio a portare al colmo la mia eccitazione. Fu allora che mi accorsi del suo strabismo. Fortunatamente non era la prima volta che vedevo una donna nuda, potei dunque restare, sapevo che non sarebbe esplosa.

La prima frase potrebbe far insorgere le femministe. Niente di più sbagliato in quanto il protagonista racconta ciò che ha sperimentato, i tentativi erotici della donna che non provocano in lui alcuna eccitazione. Lo strabismo spezza l’improbabile incantamento, quale elemento che emerge dalla normalità, da una consuetudine. Non si hanno le manifestazioni ansiose che rappresentano la conseguenza dell’interruzione improvvisa di una routine, in quanto il protagonista (tra le altre cose, privo di nome!) è un autistico ad alto funzionamento che introduce meccanismi adattativi diversi

Ho visto visi in fotografia che avrei forse potuto chiamare belli, se avessi avuto qualche dato sulla bellezza

L’astrazione non fa parte dello schema mentale dell’autismo. Non viene in aiuto nemmeno la sezione aurea, una proporzione matematica che viene apprezzata inconsciamente e che consente di affermare che una cosa è bella in quanto armonica. Nella neurodiversità tutto deve essere vero, concreto, definito, apprezzato con i sensi.

“Primo amore” è il racconto di un amore che potremo definire sui generis, se non coinvolgesse un autistico. La donna cambia addirittura nome nel corso della narrazione e rimane il dubbio se sia una prostituta o meno. Il protagonista viene accolto nella casa di Lulu, poi Anne, e invece di dividere il letto con lei, preferisce andare nel salotto che immediatamente stravolge nell’arredamento, rendendolo funzionale al suo schema mentale: lascia solo il divano con le sedute rivolte verso il muro, così da costringerlo a scavalcare lo schienale per sdraiarsi. Questo particolare fa venire in mente la macchina degli abbracci di Temple Grandin, ossia uno spazio ristretto, ben definito, nel quale è possibile un contatto altrettanto vero. La restante mobilia è messa sul corridoio perché inutile, non funzionale: il protagonista deve dormire, non fare attività sociale e ricevere ospiti.

Tutto crolla quando Anne gli dice di essere incinta, che il bambino è suo e giornalmente gli mostra i cambiamenti del suo corpo. La pressione emotiva lo destabilizza e raggiunge il massimo con il travaglio di parto. A quel punto non gli resta altro da fare che allontanarsi.

Mi faceva male, lasciare una casa senza che mi sbattessero fuori. Mi lasciai scivolare dal disopra dello schienale del sofà, mi misi la giacca, il cappotto e il cappello, non dimenticai niente, allacciai le stringhe e aprii la porta che dava sul corridoio.

Un finale che per certi versi ricorda “Murphy” , nel quale l’allontanamento è definitivo, e che ritroviamo anche nelle altre novelle della raccolta.


 

sabato 9 gennaio 2021

La suora giovane

Il romanzo “La suora giovane” è stato pubblicato nel 1959, anno della mia nascita. Ammetto che nella scelta di cosa leggere ci sono particolari che mi incuriosiscono e questo era uno, subito dopo il titolo che racchiude in sé quel tanto di mistero, di sottintesi che mi spingono ad approfondire. La curiosità, quella intimamente collegata con il sapere, è il mio carburante. Potrei passare un giorno intero seduta alla scrivania a scavare nella profondità delle cose, piacevolmente persa nel labirinto della mia mente, in quelle porte che si aprono svelando stanze sempre diverse, una dopo l’altra.

L’atmosfera di attese, sguardi e il palpabile desiderio dei due protagonisti si dipanano tra il 10 dicembre e il 2 gennaio in una Torino deserta, poco illuminata, percorsa da venti gelidi. Antonio è un 40enne celibe, impiegato; ha una donna con la quale si incontra, ma che non ha nessuna intenzione di sposare, e una collega di lavoro che suscita in lui desideri erotici, mai consumati. Serena è una novizia, molto giovane, di appena 19 anni, che presta assistenza notturna ad un notaio moribondo.

I due protagonisti si incontrano ogni sera alla fermata del tram 21. Dapprima Antonio non fa caso alla suora, ma la sua presenza costante e il suo aspettare nel caso faccia ritardo, fanno scattare l’interesse e il desiderio, quest’ultimo alimentato da un comportamento vezzoso che ha ben poco di spirituale. All’inizio non si parlano, Antonio non ne ha il coraggio, intimorito dalla situazione. Come spesso accade, è la donna che crea le condizioni adatte affinché l’uomo possa recitare la propria parte, come da copione universale.

Non voglio proseguire con la trama perché il libro merita di essere letto, esercitando il proprio fascino. Voglio fare una riflessione sul coraggio dell’autore di trattare un argomento che 62 anni fa era sicuramente spinoso, e di essere riuscito a trasformare il personaggio angelicato di Serena in una dark lady consapevole del proprio charme sull’anonimo travet. Dal libro è stato tratto un film del 1964 dove la scelta dell’attore che interpreta Antonio non è delle più azzeccate perché non incarna quanto trasmesso da Arpino, ma che rappresenta un valido esempio della cinematografia di quegli anni.


 

giovedì 7 gennaio 2021

Donne dell'anima mia

L’ultimo libro di Isabel Allende è una chiacchierata piacevole che scorre via fino all’ultima pagina, senza un rallentamento e con spunti di riflessione condivisibili da ogni età. È un libro che ogni madre dovrebbe regalare alla propria figlia come memoria testamentaria di generazioni di donne che hanno cercato di scardinare un modo di pensare e agire, riuscendoci in parte, anche a prezzo della vita.

A cosa fa riferimento il femminismo? Non certo a ciò che abbiamo in mezzo alle gambe, bensì tra le orecchie. È un atteggiamento filosofico di ribellione.

Essere donna è un pensare diverso, meno rigido, più fluido, in grado di adattarsi alla contingenza, mantenendo la propria autenticità, come l’acqua contenuta in un vaso. La donna non impone, media; ha una volontà eroica, retaggio di secoli di oppressione e violenza legalizzati dalla comunità sessista. Se il mondo esiste è grazie a lei, l’unica biologicamente destinata, la sola che nel proprio ambiente porta avanti una filosofia di vita e di crescita evolutiva.

Il mondo femminile è a colori, in continua trasformazione di forma e sostanza. Non è facile essere donna in un mondo machista. Ricordo ancora le parole di un primario che, in riunione con assistenti e tirocinanti del suo reparto disse: «La Rovere (non si parla mai di dottoressa quando ci si riferisce ad una donna) è molto brava, più di tutti voi messi insieme, ma è una donna e non la posso assumere perché farà un figlio e ogni mese ha le mestruazioni», avvalorando, senza averne alcuna vergogna, come i concorsi fossero pilotati, soprattutto a favore dei maschi. Voglio pensare che le nuove generazioni di dottoresse abbiano una vita più semplice di chi le ha precedute e ha combattuto contro un muro granitico di preconcetti.

Da buona lettrice quale ero, avevo imparato dai libri che il mondo è in continuo cambiamento e l’umanità si evolve.

È una frase che ho sottolineato perché la donna che sono è il risultato della possibilità di leggere, del valore che la mia famiglia ha sempre dato alla cultura, strumento di scelta e libertà, di una famiglia che, nonostante i maschi fossero quasi tutti militari di carriera, si è trasformata nel tempo grazie all’azione mediatrice di donne intelligenti. Come si dice, Richelieu ci spiccia casa!

La felicità non è esuberante, né chiassosa, come l’allegria e il piacere; è silenziosa, tranquilla, morbida

Mi ritrovo in queste parole. Dopo anni di lotte, sofferenze, esperienze forti che hanno lasciato il loro segno senza piegarmi, godo dei momenti di felicità senza l’avidità della giovinezza, grata di quanto ho vissuto e per quello che resta. 


 

lunedì 14 dicembre 2020

Due racconti di Arthur Schnitzler

Una persona muore quando sono morti quelli che l’hanno conosciuta (Arthur Schnitzler)

Due racconti uniti in un libro, edito da Libreria dell’Orso, sufficientemente piccolo da essere messo nella tasca di un cappotto o in borsetta. Sono quei libri che porto con me perché le attese prima di un appuntamento non siano vuote, prive di significato.

Fiori è un racconto ambientato a Vienna. Il protagonista è un uomo borghese, fidanzato con Gretel, una giovane piena di vita e di amore, l’unica ad avere un nome che la identifica. “Oggi sei finalmente di nuovo mio” – esclama con rinnovata gioia e tutto intorno, sebbene coperto di neve, sembra riprendere vita. L’uomo è reduce da una delusione d’amore, da un tradimento che l’ha così colpito nel suo orgoglio di maschio da allontanare la donna che amava, senza possibilità di perdono. Nonostante tutto, lei si fa trovare per strada, vicino a dove lui abita, ad attenderlo, solo per vederlo, senza dire una parola. Parlano per lei i fiori che ogni mese gli invia: un mazzo di violette e garofani.

Un giorno incontra per caso il nonno della donna che gli dice che è morta. Di cosa soffriva?...«Depressione…anemia…i dottori non sanno nulla di certo» La notizia lo colpisce ma sembra anche risollevarlo. Il mondo oggi mi appariva più quieto. La morte pone fine allo stillicidio emotivo degli incontri silenziosi, ma carichi di significato, all’angolo della strada. Il momento è di breve durata e tutto precipita quando, dopo alcuni giorni, gli vengono recapitati i fiori dentro una scatola bianca, così simile ad una bara. È indubbio che lei ne aveva programmato l’invio. Li mette in un vaso sul suo tavolo e rimangono là a rinnovare il rimorso e il senso di colpa. Tutto intorno sembra scomparire travolto dal profumo che emanano anche quando iniziano a sfiorire e a diventare l’ombra di loro stessi.

È un circolo vizioso nel quale è facile restare intrappolati se non ci fosse il gesto salvifico di Gretel che apre la finestra e butta fuori gli steli rinsecchiti e maleodoranti. L’uomo si sente libero, vivo, vitale; tutto intorno risplende e profuma dei lillà del parco vicino. Gretel si avvicina, prende il suo piccolo mazzo di fiori e me lo tiene davanti al viso. La vita continua.

I morti tacciono è un racconto scritto nel 1897 e l’ambientazione è assolutamente attinente con le carrozze e i primi treni. Si parla di una relazione clandestina tra Emma, una donna sposata con figlio, e Franz. I due si incontrano dopo qualche giorno, l’ultima volta è stata a casa di lei durante una festa, costretti ad un comportamento borghese ed impersonale. Il cocchiere che è alla guida della carrozza di Franz è ubriaco; la donna era in ritardo e lui, nell’attesa, era entrato in un’osteria. La carrozza ha un incidente, ne escono illesi Emma e il cocchiere. Franz è morto ma il primo impulso della donna è di salvarlo, nonostante l’evidenza. Chiede al cocchiere di andare a cercare aiuto mentre lei sarebbe rimasta ad attenderlo, con il capo dell’uomo sul suo grembo. Rimasta da sola, al buio, sul ciglio della strada, comincia a pensare a quello che sarebbe successo all’arrivo dei soccorsi. Chi muore giace, chi vive si dà pace. L’amore viene spazzato via dalla morte e le convenzioni sociali riprendono il sopravvento. Emma abbandona il corpo dell’amante e ritorna a casa prima dell’arrivo del marito ricoprendo nuovamente il ruolo di moglie e madre esemplare. La notte riporta a galla il subconscio e lei sarà costretta ad affrontare la realtà e prendersi carico delle responsabilità, non solo nei riguardi del marito, ma anche dell’amore.