Un pensiero al giorno

La gente di ogni parte del mondo oggi cerca la soluzione del problema umano nel progresso scientifico, nel successo politico, professionale e nell'immediata soddisfazione dei bisogni e delle passioni. Accade perciò che, mentre ciascuno invano cerca di difendersi egoisticamente dal sacrificio e dal dolore, in realtà provoca situazioni di inaudita sofferenza a se stesso e agli altri. E' un assurdità, ma costituisce la logica comune. (Anna Maria Cànopi)

domenica 19 maggio 2013

Il bambino invisibile

Ero piccolo, d’accordo. E sporco. Ma vivo, in carne e ossa. E sorridente. Eppure era come se non esistessi.
Dopo poche pagine non si può non restare attaccati alla storia di Manuel, bambino di appena 5 anni che ha vissuto esperienze che vanno oltre la fantasia e che sono tremendamente vere, purtroppo.
Tutto si svolge in un villaggio cileno a 200 km dalla capitale. Una vita misera, nel senso più profondo del termine, emarginato da tutti, bambini compresi, sottoposto a continue violenze fisiche da parte di un anziano che l’ha accolto nella sua altrettanto disgraziata famiglia, e che Manuel chiama nonno, alla ricerca di un affetto che nessuno riesce a dargli. Più volte, nel corso della lettura, viene il sospetto che la storia sia frutto di fantasia, proprio per le brutalità subite da questo bambino e che risultano inconcepibili per noi che viviamo in un’altra realtà; perciò la domanda che viene spontanea porsi è: possibile che nel 1981, quando già erano successe diverse cose in vari campi e lo stesso Cile si stava avviando a destituire il proprio dittatore, capitassero sistematici episodi di violenza su un bambino, uno dei tanti, da indurlo a vivere nella natura, come un animale selvatico?
E la successiva domanda è: possibile che il mondo occidentale non risponda alle richieste di aiuto che tutt’ora arrivano da paesi colpiti dalla carestia, dalle guerre, dalle persecuzioni etniche? Ancora non c’è una risposta. Tutto tace.
Il libro è scritto molto bene e si apprezza che la storia è entrata nelle viscere del narratore, semplice penna, anche se qualificata, al servizio della conoscenza e della catarsi del protagonista.
Mentre da bambini Kipling ci ha permesso di volare con la fantasia nella giungla indiana, desiderando di vivere una vita primitiva così come Mowgli, con Itard e Viktor, il ragazzo selvaggio, icona dell’autismo, divenuto oggetto di numerosi studi ed esperimenti, siamo precipitati nella realtà. E non è necessario essere in mezzo alla foresta.
Il bambino invisibile non è solo Manuel, ma sono tutti quelli che non rientrano in una delle numerose categorie del mondo occidentale e che, sistematicamente, releghiamo ai margini. La nostra violenza si esprime con l’indifferenza. Solo la natura è in grado di accogliere ogni diversità, senza averne paura perché ognuno ha il suo posto in un equilibrio che ha del Soprannaturale

sabato 11 maggio 2013

Mio fratello Simple

Delizioso veramente questo romanzo di Marie-Aude Murial che tratta di un argomento che spingerebbe a usare un registro più triste e serioso: la convivenza con una persona disabile mentale o, come direbbe il personaggio del libro, I-DIO-TA.
La storia è semplice, proprio come il soprannome di Bernabè, ragazzo di 33 anni anagrafici ma 3 mentali, che gira con un coniglio di peluche, il signor Migliotiglio, sua dissociazione schizoide. Il fratello, ancora minorenne, si oppone all’intenzione del padre che vorrebbe mettere Simple in un istituto, e lo prende con sé andando a vivere in un appartamento con altri studenti.
In questo microcosmo, riproduzione in scala ridotta della società, si manifestano tutte le emozioni possibili nei riguardi di un disabile mentale: l’iniziale rifiuto, la paura di farsi “contaminare”, l’indifferenza, l’ascolto, il riconoscimento e, come tutte le belle storie a lieto fine, l’inclusione come elemento necessario alla stabilità e crescita del gruppo.
I personaggi sono tutti magistralmente descritti, anche quelli minori come l’inquilino anziano che sembra detestare e non sopportare quella combriccola di cinque ragazzi e una ragazza («Che facessero i turni?») che, a suo dire, blocca sistematicamente lo svuota rifiuti condominiale con spazzatura voluminosa.
Il signor Migliotiglio è sicuramente la caratterizzazione che provoca maggiore ilarità, soprattutto in chi, come me, convive con un disabile mentale. La dissociazione schizofrenica e il successivo transfert sono elementi presenti come metodo per superare situazioni non facilmente incasellabili e perciò ansiogene in soggetti autistici. L’autrice descrive con grande efficacia questo aspetto senza cadere nel ridicolo o nella pena, sottolineando la sua importanza. Senza di esso, Simple non riuscirebbe a decifrare la realtà e ad adattarla alle sue esigenze.
Nel corso della lettura, quando ormai la struttura e il ritmo della narrazione ha catturato chi legge, non si aspetta altro che, nel bel mezzo di un momento difficile, spuntino le orecchio del signor Migliotiglio. E’ naturale il successivo passaggio di ricerca di una signora Migliatiglia e anche qui in maniera metaforica viene inserito un altro argomento importante e spesso tabù: l’affettività e l’amore per i disabili mentali. Simple non lo chiede direttamente per sé ma per il coniglio. La signora Migliatiglia entra in scena per poco. «E’ solo un peluche» afferma Simple, spingendoci a riflettere fin a che punto possiamo dire che un disabile mentale non capisca a fondo la realtà.
Il tema della diversità è ulteriormente ampliato dal personaggio di Zhara, ragazzina musulmana innamorata del fratello di Simple, anche lei con una sorella disabile.
Libro sicuramente da leggere, da regalare e da far leggere a scuola, accanto ai classici della letteratura, sia per i temi proposti in maniera diretta e chiara, che per la struttura narrativa, utile a chi vorrà poi cimentarsi con la scrittura

domenica 10 marzo 2013

Notte inquieta

Per leggere delle vere perle di narrativa spesso capita di dover ringraziare persone che si sono imbattute, più o meno casualmente, in libri in lingua originale e ne hanno subito capito il valore.
E’ il caso di “Notte inquieta” di Albrecht Goes, edito da Marcos y Marcos. Nelle prime pagine il ringraziamento della casa editrice a Claudio Oxoli, libraio in Milano, senza il quale non avremmo potuto fruire di questo capolavoro.
La storia si svolge a Proskurov, città ucraina, affollata di militari di passaggio. Qui vi giunge un cappellano protestante; ha il compito di assistere un condannato a morte. Si tratta di un giovane accusato di tradimento e diserzione ma che, alla resa dei conti, è solo un ragazzo catapultato, come tanti altri, in uno scenario assurdo quale è la guerra.
Di questa assurdità è pieno il romanzo. Non c’è bisogno di descriverne le operazioni militari; ci hanno già pensato i documentari e i saggi storici. Qui si racconta l’uomo, la sua solitudine, la paura, la mortificazione di trovarsi in situazioni totalmente estranee al modo di sentire di ognuno. E’ il caso del tenente a comando del plotone di esecuzione che nella vita civile era un pastore protestante. Come lui anche un professore di letteratura inglese con l’incarico di contare i prosciutti alla sussistenza; un esperto conoscitore di Orazio costretto a trascorrere le giornate scrivendo ricevute di panche, tavoli e secchi per le pulizie. La guerra annulla ogni dignità, distrugge la lingua, impone nuove regole.
E’ compito di ognuno di noi, non tanto di odiare la guerra, quanto di sconsacrarla, di toglierle ogni incanto, di dire che è solo sangue, pus e urina. Nient’altro. Solo così si può sperare che, a distanza di anni quando l’idea della guerra potrà ricrescere come la gramigna in un campo, qualcuno con una falce possa estirparla.
La storia del condannato a morte è speculare a quella di un capitano in partenza per Stalingrado. Anche lui è condannato a morire. Il primo trascorre la sua ultima notte con il conforto del cappellano al quale racconta la sua storia; il secondo riesce a riabbracciare la sua fidanzata.
In una notte tremendamente buia, oltre che inquieta, è possibile che l’amore, le parole sussurrate, gli abbracci, gli sguardi, il perdono, rendano più tollerabile l’inferno.

venerdì 1 marzo 2013

Gli idioti

Questa volta non voglio parlare di un romanzo, ma di un racconto: “Gli idioti” di Joseph Conrad, scritto nel 1896.
La trama, molto semplice, unisce due stili diametralmente opposti: il gotico con il quale l’autore descrive e caratterizza i personaggi, le emozioni profonde e uno stile di più ampio respiro usato per le ambientazioni.
Gli idioti sono quattro, molto probabilmente affetti da una rara malattia genetica che ne spiegherebbe l’esistenza.
“Altri idioti? Ma quanti ce ne sono?” chiesi
“Sono quattro – tutti figli di un agricoltore di Ploumar qui vicino…ma i genitori sono morti adesso”
Il racconto è totalmente intriso delle teorie eugenetiche sulle quali l’autore sembra essere d’accordo. Gli idioti, tra l’altro privi di nome, sono descritti come esseri deformi, dal comportamento animale, che vagano senza meta durante il giorno per poi ritornare a casa con il buio, così come fanno le bestie.
Li vidi molte volte nei miei viaggi per il paese. Erano sempre per strada, spinti qua e là dagli impulsi incomprensibili delle loro tenebre spaventose. Erano un oltraggio al sole, un rimprovero al cielo vuoto, una carie nel vigore denso e tenace del paesaggio selvatico.
Dopo un po’ di tempo dalla nascita dei due gemelli, nel padre si insinua il dubbio che qualcosa non vada, istigato dalle chiacchiere che sente in paese, frasi smozzicate dette a bassa voce. Più che confidarsi con la moglie, lo afferma come un automa davanti alla culla mentre i piccoli dormono, unico stato in cui non c’è differenza tra normalità e disabilità.
La nascita del terzo figlio sembra riaccendere la speranza nell’uomo. Solo lei è convinta, forse per un sesto senso tipicamente femminile o per l’esperienza accumulata con i gemelli, che anche questa volta il bambino sia malato.
Quel bambino, come gli altri due, non sorrideva mai, non le tendeva mai le manine, non parlava mai; nessun barlume nei suoi occhi scuri indicava che l’aveva riconosciuta.
Il pensiero di un castigo divino, per lui miscredente convinto, lo spinge ad andare in chiesa come a chiedere un miracolo che lo induca a cambiare atteggiamento nei riguardi dei preti e lo riporti sulla retta via.
Nasce una bambina ed è una doppia sconfitta: è femmina (non potrà essere d’aiuto nel lavoro dei campi) e anche lei è disabile.
Sospetto e colpa cominciano ad aleggiare tra marito e moglie; lei è fermamente convinta che l’irreligiosità del marito sia la causa di questa disgrazia senza fine e una sera lo ammazza. Va a casa della madre per chiedere conforto, solidarietà e aiuto, ma trova un muro di incomunicabilità. Il dialogo tra queste due donne ripropone l’antico conflitto madre-figlia e allo stesso tempo racconta le emozioni di una donna che ha generato ben quattro figli malati e che è condannata ad accudirli fino alla morte.
Il racconto, come è logico, termina con il suicidio della donna tormentata dal ricordo-fantasma del marito.

domenica 24 febbraio 2013

Libertà nella non libertà

In Slovacchia nella notte tra 13 e 14 aprile 1950, la polizia politica e la milizia comunista fecero irruzione in 56 tra conventi, monasteri e istituti religiosi. L’azione K (da klaster, convento) proponeva la chiusura di tutti i conventi maschili e l’internamento dei religiosi. L’azione venne dapprima diretta contro sei ordini religiosi: gesuiti, salesiani, francescani, redentoristi, consolatori del Gethsemani e basiliari.
I religiosi erano accusati di attività antistatale. Vennero condotti in conventi già confiscati dal Regime e suddivisi in tre gruppi. I religiosi dai quali si era certi di ottenere un atteggiamento di favore verso il sistema furono smistati in varie parrocchie.
I militari occuparono anche gli uffici postali presenti elle vicinanze degli istituti per evitare che venissero fatti invii di lettere con richieste di aiuto. I conventi vennero saccheggiati e messi a disposizione del popolo. La liquidazione degli ordini ebbe un grande risvolto economico per il paese; quelli maschili possedevano 429 edifici e quelli femminili 670. Le autorità sequestrarono decine di milioni di corone depositati in libretti di risparmio.
I conventi che ospitavano i religiosi più reazionari erano dei veri e propri lager con sbarre alle finestre e filo spinato tutto intorno. Ogni giorno i religiosi venivano “rieducati” al nuovo regime. Durante i giorni feriali era loro permesso di celebrare una messa di mezz’ora, mentre la domenica alla messa canonica seguiva una rieducazione politica di tre ore.
Contemporaneamente all’azione K venne organizzata l’azione P (da pravoslavi, ortodossa) che prevedeva il “ritorno” dei cattolici di rito orientale all’ortodossia, come era già stato fatto in Russia nel 1946 quando la Chiesa greco-cattolica era stata dichiarata fuorilegge perché contraria all’ortodossia.
Anche gli istituti religiosi femminili subirono lo stesso trattamento di quelli maschili.
Il 14 luglio 1950 vennero ad essere definite le uniche due istituzioni aventi diritto di insegnamento teologico nel paese: la facoltà cirillometodiana di Praga e quella di Bratislava. Venne introdotto l’insegnamento di marxismo-leninismo. Gli studenti che si rifiutavano di sottostare alle nuove disposizioni ricevevano la cartolina di chiamata alle armi entro le 24 ore.
Il 27 novembre 1950 iniziò il processo-farsa contro alcuni religiosi accusati di tradimento e spionaggio. Tra questi: Stanislav Zela, vescovo ausiliario e vicario dell’arcidiocesi di Olomouc, condannato a 25 anni di carcere; Jan Anastaz Opasek, abate del convento benedettino di Brevnov, condannato all’ergastolo; Bohuslav S. Jarolimek, abate del convento di Stahov, condannato a 20 anni ma morto in carcere per maltrattamenti. 
In questo periodo storico si svolge il racconto autobiografico “Libertà nella non libertà” di Antonie Hofmanova (Ali&no editrice),terziaria francescana vissuta in un piccolo villaggio alle falde dei monti Sudeti che separano la Repubblica Ceca dalla Polonia e dalla Germania.
Antonie era entrata in contatto con i circoli giovanili cattolici diventando catechista. Nel 1950, con la repressione attuata dal Regime venne arrestata e condannata a sei anni di carcere.
Ammalatasi di tubercolosi venne rilasciata dopo tre anni con il divieto di insegnare catechismo.
Il ritorno alla vita normale fu molto difficile; nonostante fosse infermiera trovò molte porte sbarrate per il suo passato di “rivoluzionaria” contro lo Stato riuscendo a trovare lavoro solo come sguattera presso lo stesso ospedale per il quale aveva lavorato.
Benchè la situazione non fosse tra le più rosee, Antonie non perse mai la fiducia e la sua fede in Dio. La sua casa era sempre aperta anche quando lei era lontana. Lasciava la chiave sotto lo zerbino o sotto un vaso, un letto pronto, il frigorifero pieno di cibo e la teiera con il tè a disposizione di coloro che si trovavano a passare di lì e avessero bisogno.
Tonicka (diminutivo con il quale era chiamata) aveva un sogno: una dimora che accogliesse i senza tetto. Andata in pensione riuscì a comprare una vecchia casa che ristrutturò con l’aiuto di amici e che mise a disposizione dei giovani perché avessero un luogo dove incontrarsi
Penso sempre ai giovani perché so da quali pericoli sono minacciati. Chi può mantenersi nella fede, può vincere qualsiasi battaglia.
Quando scoprì di essere ammalata di cancro, preparò l’annuncio di morte per 100 persone, al quale bisognava solo aggiungere la data finale.
Durante gli ultimi giorni molte persone si avvicendarono al suo capezzale facendo turni di due ore. Morì il 14 giugno 2009. 
Il racconto autobiografico è fatto attraverso gli occhi di Jana, pseudonimo con il quale Antonie ha deciso di chiamarsi, forse per meglio raccontare i disagi e le privazioni provate. L’insegnamento che se ne ricava è contenuto in una frase, il suo testamento morale: «Apprezzate sempre ogni cosa, perché anche ciò che è ovvio può non esserci».

venerdì 22 febbraio 2013

Quando fare outing è socialmente utile

Recensire il libro di Gianluca Nicoletti non è facile. La sua scrittura ti cattura sempre, sia che parli di nuove frontiere del comunicare che di come preparare un margarita a regola d’arte. E questa sua capacità affabulatoria occhieggia nel libro rendendo l’argomento autismo di più facile comprensione, rispetto al mare magnum di romanzi autobiografici che trasudano nozioni mediche e ringraziamenti a questo o quello specialista: scritture pesantissime, il più delle volte con connotati favolistici che sanno tanto di falsità.
Tommy è scientifico nel suo fracassare le palle. Evviva Dio che qualcuno ha avuto il coraggio di scriverlo lasciandolo a futura memoria! E questo non lo rende un genitore cattivo, anzi…Vivere con un figlio/a autistico è come scalare l’Everest. E’ vero che quando hai la possibilità di fermarti lungo questa ascesa infinita, puoi ammirare uno splendido panorama e sentirti superiore a tutti gli altri, ma ci sono giorni nei quali si vive sempre in debito di ossigeno, dalla mattina alla sera e si vorrebbe tanto farsi una passeggiata in pianura.
Non conosci più una vacanza, andare al teatro o al cinema o in palestra. Si vive alla giornata, ritagliandosi degli spazi la notte quando sarebbe più giusto dormire.
La vita di coppia diventa altro, quando non viene travolta e spazzata via, aggiungendo ulteriore sofferenza al bagaglio emotivo già colmo. Così una mattina ti svegli e, guardandoti allo specchio, ti accorgi di essere più vecchio
Non è il naturale degenerare del proprio aspetto, quello ineluttabile che ognuno di noi combatte come può, argina, supporta e di cui può anche farsi una ragione. Non è questo: è uno stato d’ animo, un rovello interiore che sale in superficie a segnalare il nostro irrimediabile disfacimento, come la macchia verde putrefattiva che appare nella fossa iliaca destra dopo 18 ore che siamo morti.
L’autismo è anche un problema sociale inteso come totale disinteresse della maggioranza della popolazione nei riguardi di quello che accade al di là del proprio spazio vitale, salvo poi essere pronti alla critica, ad affermare con orgoglio l’appartenenza alla comunità civile, quando qualcosa altera uno schema prestabilito, quando i comportamenti non sono secondo prassi. Lo racconta molto bene Gianluca le volte in cui Tommy stacca dal muro ogni manifesto o pezzo di carta incollato per ridurlo in piccoli pezzi, causando l’indispettirsi del cretino di turno. Ogni genitore ha nel proprio bagaglio esperienziale incontri ravvicinati con questi individui e più di una volta ha avuto l’impulso di assestare un bel calcio al sedere. Purtroppo non l’ha mai fatto.
L’autismo, in quanto malattia mentale, fa paura, forse anche più della peste, perché non esiste nessuna pillola che lo possa curare, perché è rottura di ogni schema prestabilito per crearne uno nuovo, molto più facile.
Chi vive con un soggetto autistico impara la semplicità e forse alla fine della nostra vita dovremmo ringraziare questi nostri figli che ci hanno liberati da sovrastrutture mentali totalmente inutili.
Grazie, Gianluca per aver avuto il coraggio di scrivere questo libro. La tua storia e anche la nostra, solo che noi non saremmo stati in grado di farlo con la stessa ironia. Saremmo caduti nella trappola dell’autocommiserazione o, peggio, dell’autocelebrazione a “genitore del secolo”, non apportando alcun contributo ad una nuova cultura della disabilità.

domenica 9 dicembre 2012

Nessuna pietà per i puri di cuore

Susan Hill è una scrittrice britannica di successo, poco nota al grande pubblico italiano.
Il romanzo “Nessuna pietà per i puri di cuore” è il seguito di “Omicidi sulla collina” pubblicato sempre da Kowalski.
Il protagonista è Simon Serrailler, ispettore capo di una cittadina tranquilla nel sud dell’Inghilterra. E’ un uomo enigmatico, tormentato dal ricordo di una giovane poliziotta con la quale sembra aver intrecciato una relazione breve ed intensa. Sembra è la parola giusta perché verso la fine del romanzo si arriva alla conclusione che la donna fosse una delle tante con le quali Simon ha preferito allacciare storie senza importanza per non impegnarsi seriamente.
L’intreccio poliziesco principale, la scomparsa di un bambino, procede con una storia parallela che coinvolge la famiglia dell’ispettore.
La sorella Martha è disabile dalla nascita. Ricoverata in un istituto, si ammala gravemente e per questo Simon ritorna dalle sue vacanze in Italia. E’ molto legato a lei e non ha mai accettato la scelta dei suoi genitori di chiuderla in un centro di lungo degenti.
Nessuno era mai riuscito a comunicare davvero con lei. La sua coscienza di sé e la sua comprensione del mondo erano inferiori a quelli di un animaletto domestico. Eppure…c’era stato un barlume di vita dentro di lei al quale Simon si era aggrappato fin dal principio.
Martha si riprende da una delle tanti crisi respiratorie per poi morire improvvisamente, senza un reale motivo.
Per chi è gravemente disabile da sempre, la morte sembra una salvezza, la conclusione giusta di un’esistenza senza prospettive, una specie di lieto fine per il malato e per la famiglia. Da buon poliziotto Simon non trova una spiegazione plausibile alla morte della sorella e vorrebbe capire di più; si scontra però con un muro di rassegnazione e accettazione del destino da parte degli altri familiari, soprattutto della madre la cui vita è stata totalmente sconvolta dalla nascita di Martha. Non ho pianto. Per lei ho già versato tutte le mie lacrime molti anni fa – dirà al figlio.
Il romanzo procede con l’indagine principale ma anche in chi legge qualcosa non torna nella morte della donna. La scrittrice ha avuto il coraggio di inserire nel racconto non solo il problema della disabilità, ma anche la sua tragica conclusione. C’è chi inorridirà pensando ad un atto così estremo e contro natura, ma la cronaca ha spesso portato alla luce la solitudine di chi vive accanto alla disabilità ogni giorno, rinunciando ad avere una vita propria.
Situazioni così estreme non dovrebbero mai capitare in una società che si definisce sociale e che invece preferisce manifestare la propria compassione verso persone che vivono all’altro capo della Terra, piuttosto che verso appartenenti alla propria ristretta cerchia di amicizie. Si ha paura di essere risucchiati in un vortice del quale si conosce bene il dolore e la disperazione. Meglio inviare dei soldi e chiudere la porta.
Il romanzo fornisce spunti di riflessioni. La rupe Tarpea è ancora presente nella nostra società ed è l’ultima ratio quando si è persa la speranza.
Lo Stato deve farsi carico delle persone che vivono situazioni di grande disagio ma ognuno di noi ha il dovere di guardarsi attorno e offrire un aiuto a chi è in difficoltà emotiva. Tante volte non è necessario un grosso impegno, ma solo la comprensione empatica, l’abbraccio a sostenere, la spalla sulla quale piangere. Basta molto poco per riaccendere la voglia di vivere, anche meno dell’euro solidale