Meglio di qui il senatore dove
vivrebbe? Alloggiato, nutrito, tutte le ore libere ad ascoltare e poi
riflettere sulle notizie del mondo? In quale altro luogo potrebbe manifestare
così francamente tutto se stesso, quale la natura lo ha creato? Fuori dal manicomio
sarebbe certamente beffato, in continua ira, ribellione e la conclusione
sarebbe una condanna, il carcere.
Voglio iniziare dal fondo di
questo splendido libro. Senatore è il soprannome dato ad un ricoverato
che, all’età di diciotto anni, aveva cominciato a sentirsi tale, un
atteggiamento che metteva fortemente a disagio il padre. Furono provate diverse
medicine senza alcun risultato, finché venne rinchiuso nel manicomio. Qui aveva
trovato la sua dimensione; passava le giornate ad ascoltare le notizie alla
radio, nessuno che lo contraddiceva, anzi i suoi deliri venivano accolti con
interesse, la comunicazione viaggiava attraverso quell’importantissimo canale. Dopo
tanti anni, consapevolmente, il Senatore rifiutò di uscire perché là dentro si
sentiva compreso, libero di trascorrere le ore ad inseguire elucubrazioni
mentali di politica nazionale ed internazionale.
Non posso non pensare al futuro
più o meno prossimo dei nostri figli con ritardo cognitivo, spesso ad aggravare
un quadro di neurodiversità. Se il nostro fosse un paese veramente inclusivo,
non vivremmo l’angoscia che ci assale non appena si valica il traguardo dei
sessanta anni, perché ci sarebbero tante opportunità, pubbliche e private, che
consentirebbero la loro e la nostra indipendenza. In realtà, nel Terzo
Millennio, è cambiato molto poco e le esigue occasioni non riescono a
soddisfare la domanda. Quello sul quale bisogna riflettere è la felicità di
nostro figlio, in presenza di dignità. Felicità che si esprime nel cantare, nel
parlare diverse lingue straniere, nel dipingere, nel tagliare la carta, nel
fare sport, momenti sereni che possono essere intervallati con le quotidiane
incombenze (spazzare la camera, rifare il letto, apparecchiare, sparecchiare,
mettere i panni sporchi in lavatrice e poi in asciugatrice) che, disabilità o
meno, sono noiose per tutti.
Alla voce “dignità” il
vocabolario Treccani cita: condizione di nobiltà morale in cui l’uomo è
posto dal suo grado, dalle sue intrinseche qualità, dalla sua stessa natura
di uomo, e insieme il rispetto che per tale condizione gli è dovuto e
ch’egli deve a sé stesso. Dignità legata alla condizione di uomo e che,
secondo Eugenio Borgna, viene ferita dal dolore, dalla sofferenza, dalla
indifferenza, dalla noncuranza, dal male. Il paradiso terrestre per i nostri
figli dovrebbe proteggerli da tutto questo. Essere ancora costretti ad usare il
condizionale è un dolore che divora ogni genitore e che ha armato la mano di
chi non se l’è sentita di lasciare il proprio figlio, così amorevolmente cresciuto
a discapito di ogni aspirazione personale, alla mercé del Fato.
Le cosiddette strutture protette
possono andare bene se gestite da persone intelligenti, di profonda moralità,
illuminate, quali furono Basaglia e lo stesso Tobino, ma siamo circondati da un
deserto emotivo oltre che culturale. I nuovi medici sono figli del tempo in cui
vivono, infarciti di tecnologia, di valutazioni strumentali, della molecola
perfettamente incastrata al recettore per l’effetto voluto, di frasi brevi ed
essenziali, della mancanza della pietas che fa di un medico un buon medico. È
inutile nasconderlo: non c’è scampo.
Lo ripeto, questo è il
manicomio di Pechino. Ogni tanto Tobino inserisce questa affermazione
perché ciò che racconta è pesante. Il libro, pubblicato nel 1990, descrive
situazioni che ormai si possono definire incancrenite, irrimediabilmente
radicate nel tessuto sociale, tipo la nomina a direttore del manicomio di
persone inadatte a ricoprire quel ruolo, sia per curricula che per predisposizione
personale. Si tratta di scelte volute e imposte dal prelato o dal politico
potente e chissenefrega del benessere dei pazienti. Infatti in Italia
diventano direttori di manicomio coloro che non ci sono mai stati, che
nell’ospedale non hanno abitato, non sono stati a tu per tu con i malati di
mente per anni e anni.
Con queste premesse, alcune
notizie che, a intervalli di tempo, rimbalzano sulle prime pagine dei giornali,
indignando l’uomo medio, sono conseguenza di questo andazzo, di una qualità del
lavoro sempre più scadente, di burnout che non è l’eccezione ma la regola. Ho
dato chiari ordini, gli ammalati che solitamente sporcano il letto debbono
essere svegliati e condotti al gabinetto, quelli che per malattia non possono
alzarsi debbono essere periodicamente svegliati ed invitati a orinare nel
pappagallo o facilitati con la padella. Se un ammalato sarà trovato con
lenzuola imbrattate, l’infermiere sarà comunque punito. L’ammalato deve dormire
nel pulito. Tutto questo è possibile se chi è responsabile di strutture
psichiatriche, è attento alle esigenze del malato, come dell’operatore
professionale. Occorre trattare ogni infermiere secondo il suo bisogno, in
modo che almeno di un poco diventi migliore.
In questo diario, scritto tra il
1955 e il 1956, Tobino ha affidato anche la sua apprensione all’uso del
Largactil nella cosiddetta “cura del sonno”, un approccio rivoluzionario per il
periodo storico. Si legge la paura, ma anche la sicurezza derivante da studi
approfonditi secondo i quali era impossibile sbagliare. La grandezza di un uomo
è valutata dalla percezione della propria inadeguatezza che lo spinge ad andare
al fondo delle cose. In questo modo l’umanità dello scienziato diventa bellezza
narrativa che arricchisce tutte le opere di Tobino.