Un pensiero al giorno

La gente di ogni parte del mondo oggi cerca la soluzione del problema umano nel progresso scientifico, nel successo politico, professionale e nell'immediata soddisfazione dei bisogni e delle passioni. Accade perciò che, mentre ciascuno invano cerca di difendersi egoisticamente dal sacrificio e dal dolore, in realtà provoca situazioni di inaudita sofferenza a se stesso e agli altri. E' un assurdità, ma costituisce la logica comune. (Anna Maria Cànopi)

giovedì 3 settembre 2020

Liza di Lambeth

 Lavoravo tutto il giorno al St. Thomas’s Hospital e avevo tempo per scrivere soltanto alla sera. Credo che fossi iscritto allora al quarto anno. Avevo già frequentato regolarmente gli ambulatori del reparto medico e di quello chirurgico e a quel tempo seguivo il corso di ostetricia. Per completarlo lo studente doveva assistere a venti parti […] Assistei a sessantatré parti in tre settimane; e questo fu il materiale di cui mi servii per questo libro.

Liza di Lambeth è il primo romanzo pubblicato da William Somerset Maugham nel 1897, quando aveva appena 23 anni ed era studente al quarto anno di medicina. È uno spaccato della vita della classe meno abbiente inglese negli anni a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Il borgo è quello di Lambeth, di fronte a Westminster, dove realmente lo scrittore fece il tirocinio come ostetrico. Il successo di questa opera impressionò così tanto il capo del dipartimento di ostetricia che gli offrì un incarico in ospedale.

La storia ruota attorno a Liza, giovane operaia, che vive con la madre, alcolizzata, costantemente affetta da dolori che la costringono a letto. All’inizio la protagonista è descritta come una ragazza benvoluta da tutto il quartiere: i bambini la cercano per giocare, ragazzi e uomini la trovano spiritosa e affascinante, le donne ne apprezzano il senso del dovere. È corteggiata da Tom, un ragazzo semplice, premuroso, che ogni madre vorrebbe al fianco della figlia. Tutto sembrerebbe procedere verso il classico romanzo d’amore dal finale zuccheroso, se non che nella storia irrompe la figura di Jim, un quarantenne attraente e spregiudicato, con moglie e cinque figli, che riesce a strapparle un bacio. Da quel momento la vita di Liza cambia: allontana Tom, non senza vivere le contraddizioni di una giovane ragazza che non disdegna il corteggiamento, e si butta a capofitto in una storia clandestina con Jim. Tutto precipita, il quartiere la emargina come sgualdrina e, quando la moglie tradita la aggredisce per strada, Liza trova aiuto solo in Tom, disposto ancora a sposarla nonostante sia incinta. Il finale è tragico e grottesco con la morte della ragazza mentre la madre, al suo capezzale, dopo le lacrime di rito, comincia a pensare ai soldi che intascherà con l’assicurazione.

Somerset Maugham è un altro medico che ha preferito dedicare ogni energia per scrivere storie, spesso scaturite dal vissuto professionale. Come altri prima e dopo di lui, ha la capacità di descrivere l’animo umano, le emozioni che vi abitano proprio grazie agli anni formativi passati ad osservare il malato. La semeiotica medica è una disciplina che analizza i segni patognomonici che orientano verso una diagnosi. Fondamentale prima dell’avvento delle indagini strumentali, rimane sempre un valido aiuto per il clinico.

Il manoscritto, dal titolo originale “A Lambeth Idyll” venne mandato all’editore Fisher Unwin che già gli aveva rifiutato due precedenti storie. Questi inviò il lavoro a Vaughan Nash per un’opinione in merito ricevendone una risposta negativa. Fortunatamente l’editore Unwin aveva anche interpellato Edward Garnett che pensò fosse un ottimo lavoro sulla vita della classe operaia. Maugham firmò il contratto nell’aprile del 1897. Non gli venne dato alcun anticipo e non riscosse i diritti per le prime 750 copie. In agosto ebbe sei copie omaggio che spedì ai suoi amici e parenti. Le recensioni cominciarono ad apparire su molti quotidiani e riviste e Maugham venne acclamato come nuovo talento letterario. 


 

domenica 30 agosto 2020

La bella degli specchi

 È vero, Mario Tobino è il mio scrittore preferito ed ogni volta l’incanto della sua narrazione aggiunge nuove emozioni e altre sottolineature a matita di passaggi da non perdere così che, riaprendo il libro a caso, saltino subito agli occhi trascinando rinnovate sensazioni.

“La bella degli specchi” è una raccolta di racconti e memorie, vincitrice del Premio Viareggio 1976. In essa sono presenti storie che fanno parte del suo personale vissuto: la guerra in Libia, la partecipazione alla Resistenza con le formazioni di Giustizia e Libertà, il dopoguerra, il suo lavoro all’interno del manicomio e le storie, tra il vero e il fantastico, della tradizione popolare, come quella di Lucida Mansi che dà il titolo al libro.

Lucida Mansi a ventidue anni rimase vedova. Aveva gli occhi nerissimi che aggiungevano qualcosa di infrenabile al perfetto ovale del viso. Anche in un racconto, l’incipit è fondamentale e di Tobino non si può non amare l’uso di vocaboli che, sebbene siano spesso considerati desueti, hanno un loro perché e un loro fascino. Infrenabile è tra questi, parola di derivazione latina, a dimostrazione della sua passione per i classici e dell’essere stato un profondo conoscitore di tutta l’opera di Dante Alighieri. La storia-leggenda di Lucida è parte di Lucca ed è presente nel sito istituzionale.

Ne “La livornese nell’arèm” Tobino racconta la storia di Alberta, giovane livornese che la sera del 4 giugno 1800 venne rapita sulla spiaggia di Antignano e portata in Turchia alla corte di un sultano. Lo spunto gli viene da un ex-voto nel Santuario della Madonna del Montenero. Nel mezzo di una parete fui richiamato da un quadro contenente un giacchettino traforato in fili d’oro, ripiegato come giacesse in un armadio, e, sotto di questo, due babbucce orientali, ugualmente intessute. La storia vuole che la giovane venisse poi salvata dal fratello ma, tornata in patria, la vita non fu più la stessa, macchiata dal sospetto della perdita della sua verginità. I ragazzi che prima del rapimento la guardavano con la speranza di essere ricambiati, giravano il viso sorridendo con sarcasmo; le donne che la cercavano per lavori di sartoria, erano più incuriosite da cosa fosse successo nell’alcova. Alberta passò così da una forma di prigionia ad un’altra, peggiore, di allontanamento ipocrita da parte della comunità.

A seguire, la storia di Birindelli, portiere dell’Università di Lucca, ucciso da due giovani del Partito di Azione per essere stato spia dei tedeschi causando la tortura e la morte di due fratelli, figli del bidello della facoltà di Lettere. E poi i cinque capitoli sulle vicende del tenente medico Agilulfo durante la guerra in Libia.

La parte più bella è quella relativa al manicomio, argomento pieno di emozioni, già presente nei suoi due romanzi precedenti “Libere donne di Magliano” (1953) e “Per le antiche scale” (1972) con il quale vinse il Premio Campiello. Prima come psichiatra e poi come scrittore, Tobino ha avuto il pregio di parlare dell’uomo e non della malattia. Non erano tra loro fratelli, la malattia non li aveva resi pietosi l’uno dell’altro. Anche tra loro gelosia, invidia, odio, come fuori, come in ogni luogo. Sono parole rivoluzionarie anche ora perché la persona con disagio psichico, così come quelli con ritardo cognitivo, con disturbi dello spettro autistico sono esseri umani con il proprio temperamento, carattere, personalità, al di là della malattia e non necessariamente per essa.

Meravigliose le ultime pagine che raccontano la svolta Basaglia. La prima operazione importante fu quella delle “riunioni”, parlare con gli ammalati, gli infermieri, un reciproco confidarsi, consigliarsi. Si trattò prima di tutto di “sensibilizzare” gli ammalati, dar loro fiducia, convincerli che non erano anime perse, che potevano essere utili, guadagnare la stima. Di continuo era sottinteso che il manicomio del passato doveva essere dimenticato. Intenso è il passaggio in cui vengono affidate le chiavi delle porte tra i reparti ad alcuni “ospiti”: è questa la nuova terminologia che va a cancellare quel “malati” stigmatizzante. L’arrivo dei nuovi farmaci antipsicotici ha permesso la domiciliarità e la possibilità di inserimento lavorativo e sociale, condizioni che se prima della pandemia erano difficili da realizzare, adesso sembrano impossibili perché le priorità di una comunità sono sempre quelle delle classi più abbienti e meno fragili. Sopraggiunse “l’Articolo Quattro”, la nuova benefica legge, per la quale certi malati non pericolosi venivano dichiarati liberi cittadini, a loro decisione l’entrata e l’uscita dall’ospedale, persone abbisognevoli di cure non di vincoli. La rivoluzione travolse le famiglie, non fu facile accettare l’idea che il loro congiunto non fosse più quell’elemento pericoloso “fuori di testa” e Tobino, con grande dolcezza, racconta dell’espediente usato dagli infermieri per permettere ad una ospite di ritornare a casa, da suo marito che l’aspettava con immutato amore e da una figlia che invece era contraria. “Siamo qui di passaggio. Ora i malati sono liberi, siamo in gita. Per caso siamo passati di qui. Come riconosceva questi posti! Ci ha indicato la casa”. Non è facile convivere con la malattia mentale che, nella fase di acuzie, non ha regole, né confini. È un inferno nel quale viene trascinato l’intero nucleo familiare, è una sanguisuga vorace che prosciuga gli animi, è una stanza senza più luce. In psichiatria non si può e non si deve considerare solo il malato, ma l’intero gruppo famiglia deve essere preso in carico, attivando percorsi di sostegno e di formazione per superare le difficoltà che sono presenti e fanno parte di ogni piccola comunità, ma che nel disagio mentale trovano espressività più intense, gravate da una fatica fisica ed emotiva che fa di ogni caregiver una sorta di sopravvissuto alla catastrofe.


 

sabato 15 agosto 2020

L'incanto del pesce luna

Per la prima volta nella mia vita sono andata subito a comprare un libro dopo aver letto poche righe di recensione. E per subito intendo un calcio alle pantofole e scarpe da ginnastica infilate maldestramente sotto una mise da casalinga afflitta. Il mio amico Luciano Sartirana aveva scritto su facebook poche illuminanti parole: da ben 35 squisiti minuti ho iniziato a leggere “L’incanto del pesce luna” di Ade Zeno. Quel squisiti mi aveva folgorato, non era sicuramente la prima parola che gli era balzata in mente, c’era tanto di più. Non aveva parlato di 35 bei minuti, o di 35 piacevoli minuti, o di 35 stupendi minuti. Squisiti. Un aggettivo così carico di eleganza, raffinatezza, delicatezza, niente da divorare ma da centellinare, assaporare un po’ alla volta.

Ho evitato di leggere la trama, le recensioni in rete, i commenti dei lettori. Non sapevo niente, un pavimento tirato a lucido pronto ad accogliere i passi di qualcuno.  L’incipit mi ha disorientata costringendomi a procedere con calma, ritornando indietro, rileggendo brevi frasi. C’erano alcuni indizi rivelatori che istintivamente ho preferito ignorare, perché troppo intensi nel significato e apparentemente distanti dal titolo con il suo mix di stupore, magia e sogno.

Di colpo ho attraversato la distanza che separa gli occhi dal libro per essere risucchiata nella storia, inseguendo il protagonista Gonzalo, dal lavoro così particolare: cerimoniere in una società per cremazione. Ecco il primo incanto, descrivere con eleganza una professione per la quale sono state spesso coniate parole denigratorie nei vari dialetti: schiattamuorto, becamort, mvussamùrt, interramortos. Gonzalo ha bisogno di guadagnare di più per pagare le cure alla figlia Ines, affetta da una malattia che, dall’età di otto anni, la costringe a letto in uno stato vegetativo. Gli extra fanno parte di un lavoro che va oltre la comune immaginazione riportando alla mente le atmosfere di Edgar Allan Poe.

Il secondo incanto è il tenero e delicato cerimoniale che Gonzalo riserva alla figlia, ormai grande, quando è il suo turno di visita. Le soffia delicatamente sul viso, controlla l’ago-cannula, le sistema le lenzuola; a quel punto entra di scena un registratore portatile che riproduce un vecchio film di Gene Kelly. Ecco il terzo incanto che coinvolge il lettore. Quel film in bianco e nero che la Rai mandava in onda ogni estate, al termine della scuola, insieme ad altri musical hollywoodiani, in una no-stop mattutina. Ne vengono descritti i passi di danza, le espressioni del volto, con il sottofondo della pioggia ed è sorprendente come si crei una magia che ti porta dentro al film alla maniera di Mary Poppins al parco con Bert.

Il quarto incanto è la storia del pesce luna, così delicata in un’atmosfera malinconica, una favola tra le tante che Gonzalo aveva inventato per la figlia quando ancora la malattia non era presente in tutta la sua progressiva drammaticità. Il quinto incanto è lo stile del racconto, mai banale, e poi l’assenza delle virgolette del discorso diretto a confermarne l’originale magia. Effettivamente è un libro squisito in una pletora di romanzi spesso grossolani, all’inseguimento dei trend del momento, all’interno di un ingranaggio perverso che li consuma senza che ne rimanga traccia. 

 

sabato 8 agosto 2020

Nemesi

Scritto dieci anni fa, Nemesi di Philip Roth ci fa rivivere le emozioni della prima ondata di infezioni da Covid-19. È l’estate del 1944 e una terribile epidemia di poliomielite fa numerose vittime tra i giovanissimi della città di Newark. Arnold Mesnikoff è tra i ragazzi che seguono con ammirazione Bucky Cantor, giovane allenatore di softball, fortemente motivato a rendersi utile per coloro che non possono andare in vacanza fuori città. È solo alla fine del romanzo che si comprende che la voce narrante è proprio quella di Arnold, ormai grande che, come il coach Bucky, è stato gravemente colpito dalla polio durante quella maledetta estate.

La poliomielite è una malattia da enterovirus il cui principale serbatoio di infezione si trova nel tratto gastrointestinale umano. Esistono tre sottotipi e, prima della vaccinazione, il tipo 1 era responsabile dell’85% dei casi di malattie paralitiche. La via di trasmissione è orale e oro-fecale. I virus si moltiplicano nella faringe e nell’intestino durante il periodo di incubazione, per poi passare nel sangue e diffondere in tutto l’organismo. Il virus continua ad essere escreto nella saliva per due o tre giorni e nelle feci per altre due o tre settimane. Prima della vaccinazione, la malattia aveva una distribuzione mondiale. Le epidemie comparivano durante l’estate ed erano più frequenti nei climi temperati dell’emisfero settentrionale, con una maggiore incidenza nelle aree con scarsa igiene. La fase iniziale poteva essere scambiata per una banale influenza con febbre, faringite, mialgie, nausea, vomito; dopo si sviluppava la paralisi muscolare che, nei casi più gravi, era totale. L’infezione colpiva soprattutto i bambini sotto i cinque anni di età. Solo l’1% dei malati di polio sviluppava la forma più grave; tra gli elementi favorenti: l’esercizio fisico vigoroso ed esagerato, la presenza di ferite o lesioni, le iniezioni intramuscolari. E questi tre fattori si ritrovano nella narrazione di Roth.

Se non avessimo sperimentato la paura e la preoccupazione costante dei due mesi di lockdown, la lettura di Nemesi ci avrebbe affascinato, ma niente di più. Invece, ogni emozione viene assorbita con intensità e ci si accorge che, qualunque sia la causa dell’infezione, le reazioni sono le stesse in qualsiasi epoca storica. La nonna stava raccontando di quando le vittime della pertosse dovevano portare dei bracciali, e di come, prima che si trovasse un vaccino, la malattia più temuta in città fosse la difterite. Nei giorni in cui la televisione ha riportato il bollettino dei contagiati e dei decessi, i più anziani hanno ricordato l’infezione asiatica che nel 1968 mise a letto milioni di italiani e causò la morte di circa 20.000 persone. Per la pandemia spagnola sono stati rispolverati articoli di giornali, foto d’epoca, diari di famiglia, racconti passati di bocca in bocca e perciò arricchiti di particolari da renderli epici.

È strano come nel romanzo il focolaio dell’infezione colpisca dapprima la comunità italiana di Newark. Il ruolo di untori ci appartiene dalla prima ondata di peste nera che si scatenò in Europa tra il 1347 e il 1348 causando circa 30 milioni di morti. L’infezione, partita dalla Mongolia, arrivò a Caffa in Crimea, colonia della Repubblica di Genova e da qui, per mezzo delle navi, a tutta l’Europa. In Nemesi, due auto piene di ragazzi dai quindici ai diciotto anni si fermano al campo giochi del quartiere ebraico. Quello che ha tutta l’aria di esserne il capobanda si avvicina tronfio al gruppo di giovani fermi accanto a Bucky. – Che volete? – disse Mr. Cantor. Veniamo ad attaccare la polio – rispose uno degli italiani. E come sfida sputa sul marciapiede, a pochi centimetri dalla punta delle scarpe da ginnastica di Mr. Cantor. Dopo qualche giorno due fra i ragazzi presenti non si presentano al campo per giocare: hanno la febbre e il torcicollo. Sono i primi contagiati del gruppo. Parte la caccia agli infetti che si trasforma in isteria collettiva. Cartelli con scritto “quarantena” vengono messi davanti alle case dei malati e questo scatena le peggiori azioni dei vicini per la paura di morire, a sua volta causata da tanta disinformazione. Dovrebbero controllare il latte che bevono quei ragazzini…la polio viene dalle vacche sporche e dal loro latte infetto. No – disse qualcun altro – non sono le vacche…sono le bottiglie. […] Perché non fanno come quando ero piccolo io? Ci legavano al collo delle palline di canfora. C’era una roba che puzzava, la chiamano assafetida…magari funzionerebbe. Basta tornare indietro con la mente di pochi mesi per ritrovare frasi simili e consigli assolutamente pericolosi tipo fare gargarismi con acqua e candeggina che ha causato centinaia di accessi al pronto soccorso per intossicazione acuta. Per non parlare dei rimedi miracolosi, l’ultimo dei quali usato dall’arcivescovo di Douala, in Camerun, con il quale sembra abbia salvato oltre 6000 malati.

In Nemesi si hanno poche informazioni sulla poliomielite ed i medici cercano di agire sulla base delle poche informazioni presenti. La polio viene da un virus. Forse della polio non sappiamo molto, però questo lo sappiamo. Ovunque i ragazzini d’estate fanno giochi agitati all’aperto e, anche nel corso di un’epidemia, solo una percentuale molto piccola muore…la morte deriva dalla paralisi respiratoria, che è relativamente rara. Mica tutti i bambini a cui viene mal di testa si prendono una polio paralizzante. Per questo è importante non esagerare il pericolo e comportarsi normalmente […] Non sappiamo cosa uccide i germi della polio, - disse il dottor Steinberg. Non sappiamo chi o cosa porti la polio, e si discute ancora di come faccia a entrare nel corpo.

Il passare dei giorni porta ad un vero bollettino di guerra con tutte le conseguenze ad essa legate: l’annientamento, la distruzione, il massacro, la dannazione. È una terribile guerra contro i bambini. Alle indicazioni sanitarie da seguire per contenere la diffusione dell’infezione, si accende il dibattito generale. Il sindaco di Newark chiede la quarantena di tutta la zona di Weequahic. Non possono mica chiudere la gente in gabbia in questo modo, dice la nonna di Bucky.  Spinto dalle insistenze della sua fidanzata, che lavora come educatrice in un campo estivo, ben lontano dal focolaio, per ragazzi di famiglie abbiente, Bucky lascia il suo incarico per raggiungerla. Ma il senso di colpa comincia a tormentarlo, si sente un traditore per aver abbandonato i suoi allievi nel momento del bisogno. È solo verso la fine della storia che la parola nemesi acquista il più atroce significato cambiando per sempre la sua vita. Ci si può sentire vittima e carnefice, un personaggio carico di tutti i mali, in un’altalena di disperazione e vergogna. 

 

 

domenica 17 dicembre 2017

Dove porta la neve



Il libro “Dove porta la neve” è una bella storia che si dipana, tra passato e presente, alla vigilia di Natale, in uno scenario monocolore per la tanta neve caduta. Si tratta di una bella fiaba, di quelle che vengono raccontate nei bar o nei piccoli circoli di paese tutte le volte che una nevicata abbondante consente di fare dei paragoni. E, come ogni fiaba, c’è il lieto fine quando mancano poche frasi al punto conclusivo e ormai hai perso la speranza e sei triste perché la storia di Carlo e Nicola ti ha coinvolto più del dovuto.
D’altronde, non poteva essere diversamente perché già il racconto della quotidianità di Carlo è un deja-vu, a tratti malinconico proprio nella consapevolezza che ciò che viene narrato è l’anticipazione di un futuro prossimo quando colui che, per legge, è incapace di svolgere i normali atti della vita, si troverà ad affrontarli senza quell’impegno amorevole che solo un genitore è in grado dare fino all’ultimo.
Carlo è un uomo affetto dalla sindrome di Down e vive da solo. Ha delle abitudini che lo tranquillizzano, quelle che il linguaggio medico definisce stereotipie e che spesso vengono erroneamente combattute. C’è sempre un limite che limita il normale dal patologico ma spesso la medicina, e conseguentemente la pedagogia, tendono a demonizzare certi atteggiamenti che, in un particolare contesto, sono utili a superare le difficoltà. Carlo recita una serie di preghiere, in successione definita, prima di chiudere gli occhi e di addormentarsi e tende a ripetere due volte una frase, come ad affermare quello appena detto.
Anche Nicola ha delle fissazioni che lo rassicurano nell’angoscia della solitudine e della vecchiaia: le ciabatte devono essere perfettamente appaiate, poste alla sinistra del letto per poterle trovare facilmente e, infilandole senza impicci, cominciare bene la giornata. A brand new day, come dice mia figlia Benedetta, anche lei con le sue sicurezze ancorate all’allineamento di scarpe e ciabatte lungo una parete della sua camera.
Carlo mangia la stessa cosa a pranzo e subito dopo va a fare un pisolino. Anche Nicola ha un’alimentazione monotona perché il cibo ha perso la connotazione sociale di condivisione. Alla fine, se non fosse per la sindrome di Down, la vita dei due protagonisti non è così diversa. Questo è sicuramente un messaggio importante: Carlo e Nicola sono uguali nella solitudine che induce come risposta una ritualità per farsi compagnia.
Sono sempre convinta che la scelta di leggere un libro in un determinato momento sia frutto di un sesto senso, di una specie di premonizione perché dentro vi ho sempre trovato spunti utili alla riflessione. In questo caso il breve, ma intenso passaggio sull’abbraccio, ha reso più significante un episodio che un bambino con disturbi dell’attenzione ha voluto raccontarmi. Per la prima volta, alla sua richiesta ai compagni di classe di essere abbracciato, dopo anni nei quali assisteva addirittura alla fuga a gambe levate, è stato esaudito, ha finalmente avuto l’abbraccio tanto cercato e desiderato. È stato toccante sentire questa storia e vedere lo stupore e poi la gioia di un contatto, dell’inizio di una relazione, finalmente dell’appartenenza a un gruppo.
Il libro “Dove porta la neve”, consapevolmente o meno, aggiunge un nuovo tassello alla conoscenza delle persone con disabilità come persone nella loro normale quotidianità. Sono testimonianze di questo tipo che consentono alla cultura sulla disabilità di spandersi a macchia d’olio.


domenica 19 febbraio 2017

D'amore, d'eroina e di galera



D’amore, d’eroina e di galera è un libro che suscita emozioni. Le più immediate sono quelle di incredulità e sconcerto. Per quanto si possa leggere dai giornali e farsene un’idea, la realtà del carcere supera ogni immaginazione più sfrenata.
La storia dell’autrice, condannata negli anni 80 per uso e spaccio di droga, si interseca con quelle di altre compagne, con le guardie carcerarie, i medici e i direttori dei penitenziari nei quali viene trasferita.
Ciò che sorprende è scoprire che il carcere è solo un luogo dove le alienazioni peggiorano, dove la follia entra silenziosamente fino alla deflagrazione totale e alla morte e dove è possibile continuare a farsi di eroina. Un controsenso che forse ha la spiegazione nel cercare di tenere tutti sotto controllo, nel rendere questa esperienza il meno devastante sia per chi è al di qua che al di là delle sbarre. Niente cambia e tutte le belle parole su rieducazione e inserimento lasciano il tempo che trovano.
Un’affermazione all’inizio di questo viaggio nell’abisso induce a riflettere. L’eroina non rende peggiori o migliori di quello che in realtà si è. Fa solo in modo che la natura vera di una persona venga fuori molto prima o semplicemente venga fuori. Uno sconvolgimento di pensiero che annulla ogni argomentazione sulle cattive compagnie, sull’assenza della famiglia e di figure educative di riferimento. Ci sono due categorie: i buoni e i cattivi. Devi solo pregare di trovarti in quella giusta perché non hai speranza, prima o poi la tua natura lombrosiana viene fuori.
Il libro trascina il lettore in un girone infernale, non riesci a staccarti dalle pagine, le crisi di astinenza della protagonista da un lato fanno orrore e contemporaneamente ti portano a sperare che in qualche modo riesca a procurarsi ciò che le serve. Senti anche tu il bisogno di aria fresca, di riprenderti. Non puoi non chiederti come vomito, diarrea incoercibile, caduta pressoria, clonie irrefrenabili, dolori migranti non inducano le guardie prima e soprattutto il medico dopo a sospettare la scimmia. Tutto è sospeso in questo tempo dilatato che ognuno spera passi il più velocemente possibile. Chi è dentro è solo un problema da contenere sperando – senza mai crederci veramente - che, una volta uscito, non si ripresenti più alla Matricola.
È solo verso la fine del libro che provi disgusto e rabbia perché diventa inconcepibile sprecare tempo, oltre che vita, ricorrendo una dose di eroina soprattutto quando ti confronti con le difficoltà del tuo quotidiano.




lunedì 13 febbraio 2017

L'asino sulla mia strada



Ma tu con l’asino che ci fai?
Io con l’asino sto
Delle molte frasi che ho sottolineato, questa è quella che meglio caratterizza tutto il racconto di Alessandra.
“L’asino sulla mia strada” è una storia di amicizia, di pazienza, di lentezza, di conquista. E l’asino ne è il tramite.
Si parte da un dolore profondo che sconvolge la vita dell’autrice. Tutte le certezze sono spazzate via in un colpo solo e bisogna riscrivere il quotidiano, modificare gli obiettivi, guardare al futuro con altri occhi.
La ricerca di risposte inizia con un cammino lento, quello di Santiago; ritornare ad essere pellegrini, cioè a viaggiare fuori per trovare qualcosa dentro.
Per chi è abituato a vivere in città metropolitane il contatto con la Natura può avere un effetto dirompente.
Annusiamo poco e male, tocchiamo distrattamente, non sempre assaporiamo e ancora meno ascoltiamo.
La consapevolezza inizia a farsi strada attraverso i sensi. Le nuove percezioni schiudono la porta verso il mondo e anche l’asino, animale domestico associato in ugual misura alla scarsa intelligenza e al lavoro duro, viene visto con altri occhi.
La storia dell’uomo con l’asino è costellata di dolore inferto, o nei casi migliori di accennati gesti di sottesa violenza – male parole, ingratitudine, sovraccarico, sfruttamento, incuria – che se non arrivano ad essere dolorosi è solo per via della struttura forte, nel corpo e nell’animo di questo grande e paziente animale
Il riscatto dell’asino è iniziato con il suo ingresso nei progetti riabilitativi per persone autistiche o con disturbi psichici. La sua postura, solida e ferma, è un elemento molto importante per chi ha terrore dei movimenti improvvisi e rapidi. È anche un animale che può essere accarezzato senza avere come risposta lo scodinzolamento festoso o la leccata di mani e faccia, situazioni in grado di destabilizzare una persona autistica scatenando reazioni di fuga o di autoaggressione.
Da qui a parlare di onoterapia il passo è stato breve. L’asino ha finalmente trovato il suo momento di gloria nei confronti del cavallo.
Chi mi conosce sa che mi irrigidisco quando sento tutte le declinazioni possibili con il suffisso –terapia perché il rischio di essere fraintesi è elevato. Per un genitore che si trova catapultato nell’autismo e cioè in una realtà difficile, al limite dell’impossibile, impegnativa 24 ore su 24, qualsiasi cosa abbia la parvenza di eliminare il problema una volta per tutte viene vista come un miracolo. In questi anni abbiamo letto storie di truffe riabilitative e mediche che hanno affondato le loro radici nella disperazione
Fortunatamente l’autrice non cade in questo errore. L’asino è il tramite per la comunicazione, per entrare in contatto con la realtà circostante. Non guarisce ma può migliorare la qualità della vita di tutti, senza alcuna distinzione.