Un pensiero al giorno

La gente di ogni parte del mondo oggi cerca la soluzione del problema umano nel progresso scientifico, nel successo politico, professionale e nell'immediata soddisfazione dei bisogni e delle passioni. Accade perciò che, mentre ciascuno invano cerca di difendersi egoisticamente dal sacrificio e dal dolore, in realtà provoca situazioni di inaudita sofferenza a se stesso e agli altri. E' un assurdità, ma costituisce la logica comune. (Anna Maria Cànopi)

lunedì 28 settembre 2020

Fratello di ghiaccio

Un libro inconsueto questo “Fratello di ghiaccio”, arrivato in Italia dopo cinque anni dalla pubblicazione. Le prime pagine sono degli schizzi che descrivono situazioni della vita rappresentate come montagne; e poi delle citazioni che inducono ad una necessaria sosta per chiedersi dove porterà il libro. Si parla di autismo, ma non solo. Mi piace essere sorpresa da qualcosa di inatteso e la passione della scrittrice per i ghiacci in ogni forma, dimensione e significato recondito è veramente interessante. Molto bello il paragone tra ghiaccio e autismo, non come mancanza di rapporti interpersonali, di empatia, ma come sproporzione tra ciò che è visibile e ciò che è nascosto.

Mio fratello è un uomo intrappolato nel ghiaccio. Ci guarda da lì. O, con più esattezza, dentro di lui c’è una fessura che a volte ghiaccia. Lui c’è e non c’è.

Penso di avere letto molto sull’autismo, come saggi e come esperienze di vita ed ogni volta mi trovo a sottolineare, stupita e chiamata in causa, parti del libro con frecce che rimandano a miei pensieri, a situazioni che vivo quotidianamente. Il fratello della scrittrice spesso chiede cosa deve fare. “Devo mangiare?” Non posso fare a meno di pensare a mia figlia che, nei suoi momenti di maggiore ansia, mi chiede: “A cosa devo pensare adesso, mamma?”

Non è facile confrontarsi giornalmente con la neurodiversità. Lo stesso vale per i nostri figli, incapaci di adattarsi a situazioni in continua evoluzione. Essere l’accompagnatore del quotidiano, con la funzione di semplificare e scomporre i contesti generatori di ansia, se non di veri e propri attacchi di panico, è logorante e alienante. La vita del caregiver si restringe sempre di più, fino ad essere l’unica possibile.

Da quando si è lasciata con mio padre, più di vent’anni fa, mia madre non ha avuto nessuna relazione seria; così è diventata un’esploratrice polare, e traina sulla slitta mia fratello.

I genitori della scrittrice si separano lasciando quell’aura di incertezza su di chi sia la colpa. Esperienza già vista e vissuta. Sono contenta di aver risparmiato ad un altro figlio o figlia il dolore di tante separazioni: da una tranquilla normalità, dalle amicizie, dagli affetti, dal lavoro sognato.

Il libro è ricco di informazioni e storie sulle esplorazioni artiche ed antartiche. C’è il breve capitolo che tratta del dirigibile Norge, costruito da Umberto Nobile, che mi ha fatto ritornare con la mente al film “La tenda rossa” del 1969, visto insieme a mio padre, grande appassionato di storia.  Ricordo la sua presenza rassicurante nei passaggi più cruenti del film. 

Notizia. Muoiono due persone, una madre di ottantadue anni e sua figlia, disabile, di quaranta. Alla morte della madre, per cause naturali, segue quella della figlia, per inanizione. Vivevano da sole, isolate, al polo nord? No, vivevano in Spagna.

Il dopo di noi appare in tutta la sua brutalità. La simbiosi è talmente stretta che il momento della necessaria autonomia viene rimandato di anno in anno finché è il destino a scegliere. Su questo pesa anche la mancanza di sostegno sociale, di progetti che diano seguito alla vita dignitosa che ogni genitore ha voluto e realizzato per il proprio figlio. Gli autistici hanno un aspetto normale e vivono a lungo come qualsiasi altra persona. La possibilità che ci sopravvivano è l’angoscia che permea il quotidiano, non appena viene varcata la boa dei cinquanta anni; è l’incubo ricorrente delle notti fisiologicamente più insonni; è il tormento che spinge ai gesti estremi.

Un grande plauso alla casa editrice Codice che ha scovato questo lavoro, a metà tra narrativa e saggistica, decidendo di tradurlo, pubblicarlo e rischiare.  


 

 

 

 

venerdì 18 settembre 2020

Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio

Dopo tre anni un altro scrittore abruzzese ha vinto il Premio Campiello. Nel 2017 era stata la volta di Donatella Di Pietrantonio e nel lontano 1968 il grande, immenso Ignazio Silone. Tre stili diversi, tre contesti territoriali differenti: la Marsica, Pescara e il suo territorio, Lanciano.

Il romanzo “Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” è proprio questo: nell’arco di più di ottant’anni il protagonista racconta se stesso all’interno della Storia, quella con la maiuscola, in un linguaggio semplice nei contenuti, in cui l’italiano si mischia al dialetto, spesso - e forse anche troppo - infarcito di modi di dire tipicamente abruzzesi. Liborio è un ingenuo, con la sfortuna di essere nato nel periodo sbagliato e nel posto sbagliato. Nel 1926 l’Abruzzo era una regione molto povera, straordinariamente bella, ma sconosciuta ai più. Il protagonista è costretto a lasciare la scuola per andare a lavorare: questo è uno dei tanti “segni neri” di cui egli parla e che altri non sono che calci al sedere che, appunto, lasciano il segno. Una vita sfortunata: non conosce il padre, del quale ha ereditato gli occhi, è costretto ad emigrare al nord per lavorare, la sua testa sempre piena di pensieri ricorrenti, spesso rimpianti; i suoi comportamenti bizzarri lo rendono il bersaglio preferito dei bulli del suo paese prima e poi di quelli al lavoro; non sempre capisce il sarcasmo, il dileggio perché di fondo è un puro, ma quando prende consapevolezza della cattiveria altrui, perde la testa ed allora diventa protagonista di atti che rimangono nella memoria collettiva e che lo rendono un cocciamatte portandolo dritto al manicomio, dove rimane nove anni, senza che ne abbia la reale percezione. Molto intenso è il momento in cui viene dimesso dall’ospedale psichiatrico: siamo alla fine degli anni 70 con la rivoluzione di Basaglia che, a più di 40 anni, rimane incompiuta negli intenti sociali.

Quando Liborio torna al suo paese, lo trova cambiato nella topografia, molte persone sono morte, altre, tra cui la desiderata Teresa, sono fisicamente modificate e non per il passare del tempo. Ciò che rimane sempre costante è la tenuta a distanza di chi non è conforme a ciò che la maggioranza definisce normale, salvo poi diventare il giullare del paese, quello su cui farsi due risate.

Interessante lo schema del racconto in un unico flusso di coscienza che, però, verso la fine tende a stancare proprio perché non è facile seguire i pensieri di un cocciamatte. Forse questo è il difetto, il limite di questa opera, che non ha tenuto conto che, nella vita reale, gli psichiatri hanno incontri settimanali di un’ora con i pazienti, durante i quali contengono l’eccessiva ridondanza di percezioni, di emozioni e ricordi. L’atteggiamento psicotico di Liborio, che l’autore ha ben descritto, è stato mantenuto per troppo tempo facendo perdere così il senso di questo lavoro e cioè la descrizione dell’umanità e non della malattia e della stranezza.



 

mercoledì 9 settembre 2020

Il bacio al lebbroso

Già dalle prime battute si delinea la figura di Giovanni Peluèr. È appena mattina, al risveglio, poche persone possono essere sicure di avere un aspetto gradevole. Non è il caso di Giovanni: basso, le guance infossate, il naso lungo e aguzzo, la pelle rugosa, i denti cariati. Più avanti lui stesso si definirà miserabile preda per il pozzo sacro di Sparta. Quando alla controra il padre riposa (un’immagine che inevitabilmente riporta al Marchese del Grillo), lui preferisce uscire, buttarsi nel caldo pomeriggio perché le strade sono deserte, non ci sono le ragazze sedute sulla soglia delle case, intente a cucire o semplicemente a parlare tra loro, che solitamente lo scherniscono con sorrisetti e occhiate eloquenti. Al di là dell’aspetto fisico che lo induce ad un’incuria nel vestire, tende a comportarsi in un modo alquanto strano. Non sapeva riflettere senza corrugare la fronte, gestire, ridere, declamare versi, pantomima per cui tutto il villaggio lo beffava

Vive con il padre, Gerolamo, possidente terriero, più spesso a letto per dolori reumatici. La madre è morta di tubercolosi quando lui era ancora piccolo e probabilmente la gracilità del suo essere può essere attribuita alla consunzione cronica che lo ha colpito già in utero e che ricercherà come unica salvezza possibile. La zia di Giovanni, sorella minore del vecchio Gerolamo, è certa di sopravvivere non solo al fratello, ma anche al nipote; tutte le ricchezze dei Peluèr passerebbero così a lei e poi a suo figlio.

Giovanni è molto religioso; la religione è per lui un rifugio e l’adorazione alla Vergine Maria un surrogato alla precoce scomparsa della madre. In chiesa rimane colpito da Noemi d’Artiel, una diciassettenne dal volto ancora adolescenziale su un corpo robusto di donna e rimane sconcertato nell’apprendere che la ragazza ha accettato di sposarlo su insistenza del parroco. Le farò orrore, dirà a bassa voce. Noemi sembra la donna giusta per Giovanni in quanto non cerca nel matrimonio una gioia carnale, inserendola nella schiera di donne che mantengono una candida ignoranza nonostante le molteplici gravidanze.

La prima notte di nozze è un disastro e lo scrittore gli dedica un capitolo molto breve. Giovanni Peluèr dovette combattere a lungo, prima contro la propria frigidità, poi contro una morta. All’alba un gemito fioco segnò la fine d’una lotta durata sei ore. Madido di sudore Giovanni Peluèr non osava muoversi, più schifoso di un verme vicino a quel cadavere finalmente abbandonato.

I novelli sposi ritornano dal viaggio di nozze prima del tempo suscitando i pettegolezzi della gente. La sollecitudine di Noemi verso il suocero come una dama di S. Vincenzo, le sue costanti presenze in chiesa dove si attarda a pregare con il volto coperto dalle mani, dirimano ogni insinuazione. Giovanni riprende le sue uscite cercando di fare tardi il più possibile perché si accorge dell’appassimento della moglie, della sofferenza dell’anima e del corpo. Era lui, lui, Giovanni Peluèr che illividiva quegli occhi, che scolorava quelle orecchie, quelle labbra, quelle gote: bastava la sua presenza a consumare quella giovane vita. Così disfatta gli era ancora più cara. Quale vittima fu più amata dal carnefice?

Su insistenza del parroco, Giovanni va a Parigi per portare a termine uno studio storico, ma è un giovane indolente per costituzione e temperamento perciò passa le giornate seduto al bar o a camminare. La vergogna di sé non gli permette neanche di godere dei piaceri dell’amore meretricio. Questa sottomissione senza disgusto facevano provare a Giovanni un dolore peggiore di quando Noemi, con tutto il suo corpo, gli gridava “No!” Nelle lettere che riceve da casa si racconta del rifiorire di Noemi e questo non fa che confermare l’influenza negativa che il suo aspetto ha sulla moglie.

Improvvisamente viene richiamato. Il parroco è preoccupato da ciò che Noemi gli confessa: si sente preda delle tentazioni. L’oggetto del desiderio è un giovane dottore giunto al villaggio per sostituire il vecchio medico alle prese con la tubercolosi del figlio. Giovanni ritorna ancora più debole e magro: è l’inizio di una lenta, consapevole discesa verso la malattia, di cui in parte è impregnato, ma che egli favorisce con visite giornaliere al letto del figlio morente del medico.

Noemi vive con intensità emotiva la contraddizione di provare dolore nel vedere Giovanni spegnersi e sentirsi contemporaneamente sollevata, perché presto liberata da una schiavitù. La notte chiamava Giovanni perché le venisse accanto e siccome lei faceva finta di dormire, lui si alzava e gli dava dei baci, quei baci che in altri tempi le labbra dei santi ponevano sui lebbrosi.

Interessante è lo stralcio dal libro di Nietzsche che Giovanni legge quando va a trovare il figlio del medico. Che cosa è il bene? Tutto ciò che esalta nell’uomo il sentimento della potenza, la volontà di potenza, la potenza stessa. Che cosa è il male? Tutto ciò che ha radice nella debolezza. Periscano i deboli e i falliti; e si aiutino anche a sparire. Che cos’è più nocivo di qualunque vizio? La pietà che chi è nato ad agire sente per gli spostati e per i deboli: il Cristianesimo. In queste poche righe c’è tutto il senso del libro e anche del pensiero di Mauriac. Lo scrittore, che si è autodefinito “un cattolico che scrive romanzi”, ha un Cristianesimo di tipo sentimentale. Ho una fede da bambino; sono uno di quelli che si accostarono alla prima comunione con un vero incanto – disse in un’intervista a Guido Piovene. I suoi personaggi sono spesso tormentati e vivono storie conflittuali che non sempre si risolvono con la morte. Dalle sue pagine, spesso stupende, germinano i fiori del male. È stato definito il romanziere della concupiscenza, attratto, affascinato dal mostro che è in agguato dentro l’uomo, al quale deve necessariamente contrapporsi la Grazia. Il nodo da sciogliere è quello tra anima e corpo che, secondo Pascal, non sono in punti contrapposti, separati da un abisso, ma sono stranamente avvinti e provocano il contrasto e la tragedia del cristiano. Desiderare, amare; per Mauriac un amante carnale è molto vicino a un amante di Dio. Basta un niente per precipitare nella voragine dei sensi o per elevarsi alla Grazia.  


 

 

giovedì 3 settembre 2020

Liza di Lambeth

 Lavoravo tutto il giorno al St. Thomas’s Hospital e avevo tempo per scrivere soltanto alla sera. Credo che fossi iscritto allora al quarto anno. Avevo già frequentato regolarmente gli ambulatori del reparto medico e di quello chirurgico e a quel tempo seguivo il corso di ostetricia. Per completarlo lo studente doveva assistere a venti parti […] Assistei a sessantatré parti in tre settimane; e questo fu il materiale di cui mi servii per questo libro.

Liza di Lambeth è il primo romanzo pubblicato da William Somerset Maugham nel 1897, quando aveva appena 23 anni ed era studente al quarto anno di medicina. È uno spaccato della vita della classe meno abbiente inglese negli anni a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Il borgo è quello di Lambeth, di fronte a Westminster, dove realmente lo scrittore fece il tirocinio come ostetrico. Il successo di questa opera impressionò così tanto il capo del dipartimento di ostetricia che gli offrì un incarico in ospedale.

La storia ruota attorno a Liza, giovane operaia, che vive con la madre, alcolizzata, costantemente affetta da dolori che la costringono a letto. All’inizio la protagonista è descritta come una ragazza benvoluta da tutto il quartiere: i bambini la cercano per giocare, ragazzi e uomini la trovano spiritosa e affascinante, le donne ne apprezzano il senso del dovere. È corteggiata da Tom, un ragazzo semplice, premuroso, che ogni madre vorrebbe al fianco della figlia. Tutto sembrerebbe procedere verso il classico romanzo d’amore dal finale zuccheroso, se non che nella storia irrompe la figura di Jim, un quarantenne attraente e spregiudicato, con moglie e cinque figli, che riesce a strapparle un bacio. Da quel momento la vita di Liza cambia: allontana Tom, non senza vivere le contraddizioni di una giovane ragazza che non disdegna il corteggiamento, e si butta a capofitto in una storia clandestina con Jim. Tutto precipita, il quartiere la emargina come sgualdrina e, quando la moglie tradita la aggredisce per strada, Liza trova aiuto solo in Tom, disposto ancora a sposarla nonostante sia incinta. Il finale è tragico e grottesco con la morte della ragazza mentre la madre, al suo capezzale, dopo le lacrime di rito, comincia a pensare ai soldi che intascherà con l’assicurazione.

Somerset Maugham è un altro medico che ha preferito dedicare ogni energia per scrivere storie, spesso scaturite dal vissuto professionale. Come altri prima e dopo di lui, ha la capacità di descrivere l’animo umano, le emozioni che vi abitano proprio grazie agli anni formativi passati ad osservare il malato. La semeiotica medica è una disciplina che analizza i segni patognomonici che orientano verso una diagnosi. Fondamentale prima dell’avvento delle indagini strumentali, rimane sempre un valido aiuto per il clinico.

Il manoscritto, dal titolo originale “A Lambeth Idyll” venne mandato all’editore Fisher Unwin che già gli aveva rifiutato due precedenti storie. Questi inviò il lavoro a Vaughan Nash per un’opinione in merito ricevendone una risposta negativa. Fortunatamente l’editore Unwin aveva anche interpellato Edward Garnett che pensò fosse un ottimo lavoro sulla vita della classe operaia. Maugham firmò il contratto nell’aprile del 1897. Non gli venne dato alcun anticipo e non riscosse i diritti per le prime 750 copie. In agosto ebbe sei copie omaggio che spedì ai suoi amici e parenti. Le recensioni cominciarono ad apparire su molti quotidiani e riviste e Maugham venne acclamato come nuovo talento letterario. 


 

domenica 30 agosto 2020

La bella degli specchi

 È vero, Mario Tobino è il mio scrittore preferito ed ogni volta l’incanto della sua narrazione aggiunge nuove emozioni e altre sottolineature a matita di passaggi da non perdere così che, riaprendo il libro a caso, saltino subito agli occhi trascinando rinnovate sensazioni.

“La bella degli specchi” è una raccolta di racconti e memorie, vincitrice del Premio Viareggio 1976. In essa sono presenti storie che fanno parte del suo personale vissuto: la guerra in Libia, la partecipazione alla Resistenza con le formazioni di Giustizia e Libertà, il dopoguerra, il suo lavoro all’interno del manicomio e le storie, tra il vero e il fantastico, della tradizione popolare, come quella di Lucida Mansi che dà il titolo al libro.

Lucida Mansi a ventidue anni rimase vedova. Aveva gli occhi nerissimi che aggiungevano qualcosa di infrenabile al perfetto ovale del viso. Anche in un racconto, l’incipit è fondamentale e di Tobino non si può non amare l’uso di vocaboli che, sebbene siano spesso considerati desueti, hanno un loro perché e un loro fascino. Infrenabile è tra questi, parola di derivazione latina, a dimostrazione della sua passione per i classici e dell’essere stato un profondo conoscitore di tutta l’opera di Dante Alighieri. La storia-leggenda di Lucida è parte di Lucca ed è presente nel sito istituzionale.

Ne “La livornese nell’arèm” Tobino racconta la storia di Alberta, giovane livornese che la sera del 4 giugno 1800 venne rapita sulla spiaggia di Antignano e portata in Turchia alla corte di un sultano. Lo spunto gli viene da un ex-voto nel Santuario della Madonna del Montenero. Nel mezzo di una parete fui richiamato da un quadro contenente un giacchettino traforato in fili d’oro, ripiegato come giacesse in un armadio, e, sotto di questo, due babbucce orientali, ugualmente intessute. La storia vuole che la giovane venisse poi salvata dal fratello ma, tornata in patria, la vita non fu più la stessa, macchiata dal sospetto della perdita della sua verginità. I ragazzi che prima del rapimento la guardavano con la speranza di essere ricambiati, giravano il viso sorridendo con sarcasmo; le donne che la cercavano per lavori di sartoria, erano più incuriosite da cosa fosse successo nell’alcova. Alberta passò così da una forma di prigionia ad un’altra, peggiore, di allontanamento ipocrita da parte della comunità.

A seguire, la storia di Birindelli, portiere dell’Università di Lucca, ucciso da due giovani del Partito di Azione per essere stato spia dei tedeschi causando la tortura e la morte di due fratelli, figli del bidello della facoltà di Lettere. E poi i cinque capitoli sulle vicende del tenente medico Agilulfo durante la guerra in Libia.

La parte più bella è quella relativa al manicomio, argomento pieno di emozioni, già presente nei suoi due romanzi precedenti “Libere donne di Magliano” (1953) e “Per le antiche scale” (1972) con il quale vinse il Premio Campiello. Prima come psichiatra e poi come scrittore, Tobino ha avuto il pregio di parlare dell’uomo e non della malattia. Non erano tra loro fratelli, la malattia non li aveva resi pietosi l’uno dell’altro. Anche tra loro gelosia, invidia, odio, come fuori, come in ogni luogo. Sono parole rivoluzionarie anche ora perché la persona con disagio psichico, così come quelli con ritardo cognitivo, con disturbi dello spettro autistico sono esseri umani con il proprio temperamento, carattere, personalità, al di là della malattia e non necessariamente per essa.

Meravigliose le ultime pagine che raccontano la svolta Basaglia. La prima operazione importante fu quella delle “riunioni”, parlare con gli ammalati, gli infermieri, un reciproco confidarsi, consigliarsi. Si trattò prima di tutto di “sensibilizzare” gli ammalati, dar loro fiducia, convincerli che non erano anime perse, che potevano essere utili, guadagnare la stima. Di continuo era sottinteso che il manicomio del passato doveva essere dimenticato. Intenso è il passaggio in cui vengono affidate le chiavi delle porte tra i reparti ad alcuni “ospiti”: è questa la nuova terminologia che va a cancellare quel “malati” stigmatizzante. L’arrivo dei nuovi farmaci antipsicotici ha permesso la domiciliarità e la possibilità di inserimento lavorativo e sociale, condizioni che se prima della pandemia erano difficili da realizzare, adesso sembrano impossibili perché le priorità di una comunità sono sempre quelle delle classi più abbienti e meno fragili. Sopraggiunse “l’Articolo Quattro”, la nuova benefica legge, per la quale certi malati non pericolosi venivano dichiarati liberi cittadini, a loro decisione l’entrata e l’uscita dall’ospedale, persone abbisognevoli di cure non di vincoli. La rivoluzione travolse le famiglie, non fu facile accettare l’idea che il loro congiunto non fosse più quell’elemento pericoloso “fuori di testa” e Tobino, con grande dolcezza, racconta dell’espediente usato dagli infermieri per permettere ad una ospite di ritornare a casa, da suo marito che l’aspettava con immutato amore e da una figlia che invece era contraria. “Siamo qui di passaggio. Ora i malati sono liberi, siamo in gita. Per caso siamo passati di qui. Come riconosceva questi posti! Ci ha indicato la casa”. Non è facile convivere con la malattia mentale che, nella fase di acuzie, non ha regole, né confini. È un inferno nel quale viene trascinato l’intero nucleo familiare, è una sanguisuga vorace che prosciuga gli animi, è una stanza senza più luce. In psichiatria non si può e non si deve considerare solo il malato, ma l’intero gruppo famiglia deve essere preso in carico, attivando percorsi di sostegno e di formazione per superare le difficoltà che sono presenti e fanno parte di ogni piccola comunità, ma che nel disagio mentale trovano espressività più intense, gravate da una fatica fisica ed emotiva che fa di ogni caregiver una sorta di sopravvissuto alla catastrofe.


 

sabato 15 agosto 2020

L'incanto del pesce luna

Per la prima volta nella mia vita sono andata subito a comprare un libro dopo aver letto poche righe di recensione. E per subito intendo un calcio alle pantofole e scarpe da ginnastica infilate maldestramente sotto una mise da casalinga afflitta. Il mio amico Luciano Sartirana aveva scritto su facebook poche illuminanti parole: da ben 35 squisiti minuti ho iniziato a leggere “L’incanto del pesce luna” di Ade Zeno. Quel squisiti mi aveva folgorato, non era sicuramente la prima parola che gli era balzata in mente, c’era tanto di più. Non aveva parlato di 35 bei minuti, o di 35 piacevoli minuti, o di 35 stupendi minuti. Squisiti. Un aggettivo così carico di eleganza, raffinatezza, delicatezza, niente da divorare ma da centellinare, assaporare un po’ alla volta.

Ho evitato di leggere la trama, le recensioni in rete, i commenti dei lettori. Non sapevo niente, un pavimento tirato a lucido pronto ad accogliere i passi di qualcuno.  L’incipit mi ha disorientata costringendomi a procedere con calma, ritornando indietro, rileggendo brevi frasi. C’erano alcuni indizi rivelatori che istintivamente ho preferito ignorare, perché troppo intensi nel significato e apparentemente distanti dal titolo con il suo mix di stupore, magia e sogno.

Di colpo ho attraversato la distanza che separa gli occhi dal libro per essere risucchiata nella storia, inseguendo il protagonista Gonzalo, dal lavoro così particolare: cerimoniere in una società per cremazione. Ecco il primo incanto, descrivere con eleganza una professione per la quale sono state spesso coniate parole denigratorie nei vari dialetti: schiattamuorto, becamort, mvussamùrt, interramortos. Gonzalo ha bisogno di guadagnare di più per pagare le cure alla figlia Ines, affetta da una malattia che, dall’età di otto anni, la costringe a letto in uno stato vegetativo. Gli extra fanno parte di un lavoro che va oltre la comune immaginazione riportando alla mente le atmosfere di Edgar Allan Poe.

Il secondo incanto è il tenero e delicato cerimoniale che Gonzalo riserva alla figlia, ormai grande, quando è il suo turno di visita. Le soffia delicatamente sul viso, controlla l’ago-cannula, le sistema le lenzuola; a quel punto entra di scena un registratore portatile che riproduce un vecchio film di Gene Kelly. Ecco il terzo incanto che coinvolge il lettore. Quel film in bianco e nero che la Rai mandava in onda ogni estate, al termine della scuola, insieme ad altri musical hollywoodiani, in una no-stop mattutina. Ne vengono descritti i passi di danza, le espressioni del volto, con il sottofondo della pioggia ed è sorprendente come si crei una magia che ti porta dentro al film alla maniera di Mary Poppins al parco con Bert.

Il quarto incanto è la storia del pesce luna, così delicata in un’atmosfera malinconica, una favola tra le tante che Gonzalo aveva inventato per la figlia quando ancora la malattia non era presente in tutta la sua progressiva drammaticità. Il quinto incanto è lo stile del racconto, mai banale, e poi l’assenza delle virgolette del discorso diretto a confermarne l’originale magia. Effettivamente è un libro squisito in una pletora di romanzi spesso grossolani, all’inseguimento dei trend del momento, all’interno di un ingranaggio perverso che li consuma senza che ne rimanga traccia. 

 

sabato 8 agosto 2020

Nemesi

Scritto dieci anni fa, Nemesi di Philip Roth ci fa rivivere le emozioni della prima ondata di infezioni da Covid-19. È l’estate del 1944 e una terribile epidemia di poliomielite fa numerose vittime tra i giovanissimi della città di Newark. Arnold Mesnikoff è tra i ragazzi che seguono con ammirazione Bucky Cantor, giovane allenatore di softball, fortemente motivato a rendersi utile per coloro che non possono andare in vacanza fuori città. È solo alla fine del romanzo che si comprende che la voce narrante è proprio quella di Arnold, ormai grande che, come il coach Bucky, è stato gravemente colpito dalla polio durante quella maledetta estate.

La poliomielite è una malattia da enterovirus il cui principale serbatoio di infezione si trova nel tratto gastrointestinale umano. Esistono tre sottotipi e, prima della vaccinazione, il tipo 1 era responsabile dell’85% dei casi di malattie paralitiche. La via di trasmissione è orale e oro-fecale. I virus si moltiplicano nella faringe e nell’intestino durante il periodo di incubazione, per poi passare nel sangue e diffondere in tutto l’organismo. Il virus continua ad essere escreto nella saliva per due o tre giorni e nelle feci per altre due o tre settimane. Prima della vaccinazione, la malattia aveva una distribuzione mondiale. Le epidemie comparivano durante l’estate ed erano più frequenti nei climi temperati dell’emisfero settentrionale, con una maggiore incidenza nelle aree con scarsa igiene. La fase iniziale poteva essere scambiata per una banale influenza con febbre, faringite, mialgie, nausea, vomito; dopo si sviluppava la paralisi muscolare che, nei casi più gravi, era totale. L’infezione colpiva soprattutto i bambini sotto i cinque anni di età. Solo l’1% dei malati di polio sviluppava la forma più grave; tra gli elementi favorenti: l’esercizio fisico vigoroso ed esagerato, la presenza di ferite o lesioni, le iniezioni intramuscolari. E questi tre fattori si ritrovano nella narrazione di Roth.

Se non avessimo sperimentato la paura e la preoccupazione costante dei due mesi di lockdown, la lettura di Nemesi ci avrebbe affascinato, ma niente di più. Invece, ogni emozione viene assorbita con intensità e ci si accorge che, qualunque sia la causa dell’infezione, le reazioni sono le stesse in qualsiasi epoca storica. La nonna stava raccontando di quando le vittime della pertosse dovevano portare dei bracciali, e di come, prima che si trovasse un vaccino, la malattia più temuta in città fosse la difterite. Nei giorni in cui la televisione ha riportato il bollettino dei contagiati e dei decessi, i più anziani hanno ricordato l’infezione asiatica che nel 1968 mise a letto milioni di italiani e causò la morte di circa 20.000 persone. Per la pandemia spagnola sono stati rispolverati articoli di giornali, foto d’epoca, diari di famiglia, racconti passati di bocca in bocca e perciò arricchiti di particolari da renderli epici.

È strano come nel romanzo il focolaio dell’infezione colpisca dapprima la comunità italiana di Newark. Il ruolo di untori ci appartiene dalla prima ondata di peste nera che si scatenò in Europa tra il 1347 e il 1348 causando circa 30 milioni di morti. L’infezione, partita dalla Mongolia, arrivò a Caffa in Crimea, colonia della Repubblica di Genova e da qui, per mezzo delle navi, a tutta l’Europa. In Nemesi, due auto piene di ragazzi dai quindici ai diciotto anni si fermano al campo giochi del quartiere ebraico. Quello che ha tutta l’aria di esserne il capobanda si avvicina tronfio al gruppo di giovani fermi accanto a Bucky. – Che volete? – disse Mr. Cantor. Veniamo ad attaccare la polio – rispose uno degli italiani. E come sfida sputa sul marciapiede, a pochi centimetri dalla punta delle scarpe da ginnastica di Mr. Cantor. Dopo qualche giorno due fra i ragazzi presenti non si presentano al campo per giocare: hanno la febbre e il torcicollo. Sono i primi contagiati del gruppo. Parte la caccia agli infetti che si trasforma in isteria collettiva. Cartelli con scritto “quarantena” vengono messi davanti alle case dei malati e questo scatena le peggiori azioni dei vicini per la paura di morire, a sua volta causata da tanta disinformazione. Dovrebbero controllare il latte che bevono quei ragazzini…la polio viene dalle vacche sporche e dal loro latte infetto. No – disse qualcun altro – non sono le vacche…sono le bottiglie. […] Perché non fanno come quando ero piccolo io? Ci legavano al collo delle palline di canfora. C’era una roba che puzzava, la chiamano assafetida…magari funzionerebbe. Basta tornare indietro con la mente di pochi mesi per ritrovare frasi simili e consigli assolutamente pericolosi tipo fare gargarismi con acqua e candeggina che ha causato centinaia di accessi al pronto soccorso per intossicazione acuta. Per non parlare dei rimedi miracolosi, l’ultimo dei quali usato dall’arcivescovo di Douala, in Camerun, con il quale sembra abbia salvato oltre 6000 malati.

In Nemesi si hanno poche informazioni sulla poliomielite ed i medici cercano di agire sulla base delle poche informazioni presenti. La polio viene da un virus. Forse della polio non sappiamo molto, però questo lo sappiamo. Ovunque i ragazzini d’estate fanno giochi agitati all’aperto e, anche nel corso di un’epidemia, solo una percentuale molto piccola muore…la morte deriva dalla paralisi respiratoria, che è relativamente rara. Mica tutti i bambini a cui viene mal di testa si prendono una polio paralizzante. Per questo è importante non esagerare il pericolo e comportarsi normalmente […] Non sappiamo cosa uccide i germi della polio, - disse il dottor Steinberg. Non sappiamo chi o cosa porti la polio, e si discute ancora di come faccia a entrare nel corpo.

Il passare dei giorni porta ad un vero bollettino di guerra con tutte le conseguenze ad essa legate: l’annientamento, la distruzione, il massacro, la dannazione. È una terribile guerra contro i bambini. Alle indicazioni sanitarie da seguire per contenere la diffusione dell’infezione, si accende il dibattito generale. Il sindaco di Newark chiede la quarantena di tutta la zona di Weequahic. Non possono mica chiudere la gente in gabbia in questo modo, dice la nonna di Bucky.  Spinto dalle insistenze della sua fidanzata, che lavora come educatrice in un campo estivo, ben lontano dal focolaio, per ragazzi di famiglie abbiente, Bucky lascia il suo incarico per raggiungerla. Ma il senso di colpa comincia a tormentarlo, si sente un traditore per aver abbandonato i suoi allievi nel momento del bisogno. È solo verso la fine della storia che la parola nemesi acquista il più atroce significato cambiando per sempre la sua vita. Ci si può sentire vittima e carnefice, un personaggio carico di tutti i mali, in un’altalena di disperazione e vergogna.