Un pensiero al giorno

La gente di ogni parte del mondo oggi cerca la soluzione del problema umano nel progresso scientifico, nel successo politico, professionale e nell'immediata soddisfazione dei bisogni e delle passioni. Accade perciò che, mentre ciascuno invano cerca di difendersi egoisticamente dal sacrificio e dal dolore, in realtà provoca situazioni di inaudita sofferenza a se stesso e agli altri. E' un assurdità, ma costituisce la logica comune. (Anna Maria Cànopi)

martedì 17 dicembre 2013

Il sosia


Ogni volta che leggo, o rileggo, Dostoevskij prende maggiormente corpo la convinzione che sia stato il più grande scrittore di tutti i tempi da qualsiasi angolazione lo si voglia guardare.
“Il sosia – poema pietroburghese” fu accolto con freddezza dalla critica letteraria di allora che lo considerò una prova minore del grande talento dello scrittore. Chissà cosa volevano di più da questo che è, a tutti gli effetti, la migliore descrizione della schizofrenia che abbiamo. Il romanzo dovrebbe essere inserito tra i testi da leggere per l’esame di psichiatria perché avrebbe il duplice scopo di aumentare la cultura del futuro medico e porre lo stesso dalla parte del malato dandogli l’opportunità di vedere la realtà con un’altra ottica. La compassione, cum patior – soffro con, che è ormai così lontana dall’odierna ars medica e che guarda la malattia e non il malato.
Le prime novanta pagine descrivono la vita di Goljàdkin o, come lo chiama Dostoevskij, il nostro eroe, appellativo altisonante e forse leggermente ironico per un uomo semplice, alquanto servile che svolge il lavoro di impiegato, un Monsù Travet russo.
L’arrivo del suo doppio confonde anche il lettore che si chiede se si tratti di una semplice somiglianza. Con il progredire della storia diventa più chiara la follia ed è proprio qui che sta la grandezza di Dostoevskij, nei dialoghi e nei pensieri di Goljàdkin, in quel suo passare dalla determinazione alla remissione, al cambio di movenze, di gestualità che sono tutti enfatizzati dallo sguardo degli altri. Sono proprio i personaggi di contorno che sottolineano la follia e la mettono in luce anche allo stesso protagonista.
Il romanzo si chiude con il dottor Rutenspitz così come si era aperto quando il “nostro eroe” sente l’impellente bisogno di parlargli. Il dottore è come il confessore e tenergli nascosta qualcosa sarebbe stato sciocco, dato che era proprio il suo mestiere conoscere i suoi pazienti. Che dottore è? Nelle ultime battute della storia lo scopriamo perché per la prima volta parla con accento tedesco. È la brillante trovata per far capire che si tratta di uno psichiatra e non di un semplice medico. Il 1845 è l’anno di pubblicazione di questo racconto ed anche del testo più importante nel campo della psichiatria: “Patologia e terapia nelle malattie psichiche” di Wilhelm Griesinger in cui per la prima volta viene riconosciuta l’importanza delle cause psicologiche nell’insorgenza della malattia mentale.
La sua formazione indiretta in campo medico è quel quid che rende Dostoevskij inimitabile, come quando scrive Lo tormentava un’angoscia terribile…si sentiva così esulcerato che gli sembrava che qualcuno gli rodesse il cuore in petto
Che dire? Lo adoro!

domenica 10 novembre 2013

Luce dei miei occhi

Luce dei miei occhi di Zita Dazzi è un libro per ragazzi, almeno questa è l’indicazione dell’editore. In realtà è un libro che ogni genitore con figlio disabile dovrebbe leggere perché la storia narrata è vista attraverso gli occhi di un fratello.
Quando la disabilità irrompe improvvisamente nella vita di una famiglia, i genitori si trovano catapultati in un vortice di situazioni: incertezza, attesa, diagnosi, disperazione, azioni successive spesso caotiche per riportare tutto alla normalità. In questo bailamme ci si scorda dell’altro figlio, che è presente e vive impotente quello che succede attorno a lui. Anche la sua vita cambia, purtroppo. Di questo i genitori non sono sempre consapevoli, attenti a portare avanti una crociata che non ha mai fine.
Il figlio sano soffre anche più di quello disabile; vorrebbe vivere come i suoi coetanei ma non sempre ci riesce. La sua vita cambia e ben presto si trova a fronteggiare periodi bui legati alla malattia del fratello che sconvolgono l’iter giornaliero, se non quello settimanale o mensile. Mutano tante abitudini e si trova a sentire il peso di una responsabilità.
Nello storia Arturo ha di fronte due problemi: il nervosismo, le liti dei genitori, che vivono momentaneamente una specie di separazione in casa, e la malattia di Giovanni caratterizzata da una improvvisa cecità. Arturo è un adolescente che attraversa un periodo delicato della vita, quello dei primi amori, della costruzione del sé, dell’indipendenza affettiva e la disabilità del fratello lo rende vulnerabile, in bilico dall’esigere egoisticamente ogni attenzione al senso di responsabilità.
Il romanzo non ci dice cosa capiterà a Giovanni, se la sua malattia sarà curabile e meno; abbiamo solo la certezza che la famiglia riesce a trovare un’unione e che è sostenuta dalla vicinanza degli amici. E’ bello poterlo pensare come una favola  e avere sempre l’illusione del lieto fine. Forse è per questo che il libro è rivolto ai giovani: per non uccidere la speranza.

sabato 9 novembre 2013

Evelina e le fate

Ho letto questo libro a tratti, la sera prima di addormentarmi, in macchina in attesa di mia figlia, in cucina a guardia di pentoloni con le verdure da cuocere, e tutte le volte la magia del libro è riuscita a catturarmi e a trascinarmi dentro la storia, in questo microcosmo, in una terra di confine tra le Marche e la Romagna.
Evelina è la traghettatrice, la guida nelle vicende che interessano una piccola comunità contadina che accoglie un gruppo di sfollati. Siamo nella Seconda Guerra Mondiale, poco prima dell’arrivo degli alleati.
La Nera e la Scépa sono due fate, le amiche immaginarie di Evelina, il filtro attraverso il quale lei riesce a guardare la realtà senza averne paura, trovando spiegazioni possibili agli orrori di cui è spettatrice. Bastano poche pagine e diventano compagne di viaggio del lettore stesso; la loro presenza è sempre correlata con situazioni critiche, la Nera addirittura con la morte incombente. Trovarle nella narrazione aiuta il lettore ad affrontare le pagine successive in un crescendo di emozioni.
La struttura e la costruzione della storia sono i punti di forza di questo libro. Un altro grande merito dell’autrice è quello di avere usato il dialetto rendendolo comprensibile anche a chi non è del posto.
Le ultime pagine scorrono a ritmo serrato, si trova difficoltà a staccarsene, le parole volano, le fate sono intorno a noi, c’è l’orrore, il dolore, la disperazione, tutto il quotidiano viene spazzato via. Mia figlia chiama a gran voce, l’acqua di bollitura fuoriesce dai pentoloni allagando il piano di cottura, il telefono suona…ma la Scépa è lì, muove la mano come per prendere qualcosa e se la porta alla bocca. Poi fugge via verso il cancello dove c’è la Nera. Io le guardo allontanarsi, poi chiudo la porta e le seguo.

venerdì 25 ottobre 2013

Yellow birds

È il primo libro sulla guerra che leggo. Avevo trovato una recensione in rete accompagnata dall’elenco dei premi che ha già ricevuto: questo è stato sufficiente per comprarlo; poi l’incipit, quelle quindici righe fondamentali che caratterizzano l’opera, lo stile, l’anima stessa dello scrittore. È perciò stato amore viscerale.
La storia è di quelle che non lasciano indifferenti il lettore, certo immaginiamo quanto possa essere disumana, atroce, orribile la guerra ma sono solo pensieri sparsi, frutto di reportage giornalistici o di film che hanno fatto la storia del cinema.
Ricordo che dopo aver visto Platoon avevo pensato che, per esigenze di spettacolarizzazione, il regista avesse calcato la mano. Questo librò dà un’ulteriore testimonianza, come un coltello che affonda nella carne piagata.
I ragazzi affetti da disturbo post-traumatico da stress sono tanti e non c’è bisogno di andare a cercare tanto lontano. Quello che succede una volta ritornati a casa non è mai argomento di inchieste ed approfondimenti a mano che non succeda qualcosa di eclatante. A quel punto si accendono i riflettori e parte il grande circo mediatico che macina tutto, lasciando pochi scarti.
Yellow birds è un libro sulla pace perché la vittoria conquistata avviene sempre al prezzo di barbarie inimmaginabili, atti che nessun essere umano pensa di essere in grado di fare e che lasciano un segno indelebile, il tarlo che rode il cervello.
Quelli che tornano sono spesso morti, anche se ancora camminano

domenica 22 settembre 2013

Cuore debole

Sono ancora alle prese con il libro di Pamuk, “Il signor Cevdet e i suoi figli”, 700 pagine belle ed impegnative, ma questo non mi impedisce di leggere qualcos’altro nei ritagli di tempo.
Ieri, mentre aspettavo che la pasta bollisse, ho cominciato a leggere, e poi finito dopo pranzo, “Cuore debole” di Dostoevskij.
Rispetto ad altri suoi racconti, questo ha una struttura che si presta benissimo alla messa in scena teatrale (una ricerca veloce in internet me lo ha poi confermato).
Può la felicità essere causa di tormento dell’animo fino ad arrivare alla pazzia? E’ possibile soprattutto quando si è convinti di non meritarlo, di non essere all’altezza di una tale fortuna. Non posso non fare una piccola divagazione personale pensando a mia figlia Benedetta che, nonostante la malattia rara di cui è affetta, nonostante la disabilità visibile per centinaia di angiofibromi sparsi sul volto, ha una considerazione di sé che nessuna insinuazione od occhiata curiosa della gente è in grado di scalfire. Incarna al femminile la celebre frase del Marchese del Grillo: “Io so io e voi non siete un cazzo!”
Ma torniamo al racconto.
Vasja e Arkadij Ivanovič sono due amici. L’autore spiega fin da subito il perché dell’uso del diminutivo per il primo rispetto al nome intero, altisonante per il secondo. Indubbiamente esiste una differenza di ceto ma non è solo questo perché, vuoi per le espressioni gergali, vuoi per alcuni dettagli, si riesce anche solo con pochi indizi ad avere ben chiara nella mente la loro fisionomia. Si viene subito catapultati nella scena, nella casa dei due giovani e poi fuori per strada, insieme a Arkadij, alla ricerca di Vasja
L’amicizia tra loro è qualcosa di più; lo si evince dall’esclamazione più volte ricorrente in Vasja “Colombello mio!” e in altre frasi che si scambiano.
Che sia questa bisessualità uno dei motivi che spingono Vasja nel vortice della nevrosi? Io non lo escluderei.
Il giorno di Capodanno Vasja comunica all’amico di essersi innamorato e di volersi sposare. La notizia trova Arkadij impreparato, si percepisce la sorpresa e forse il disappunto ma la rassicurazione, quasi la richiesta implorante di Vasja di vivere tutti e tre sotto lo stesso tetto, lo rincuora.
Già qualcosa turba l’animo di Vasja; non lo si capisce immediatamente perché è un fiume in piena di parole ed emozioni. Dopo un po’ si scopre che la gratifica sul lavoro è il motivo principale della sua discesa nella follia. Il compenso straordinario avuto dal padrone viene vissuto come generosità nei suoi riguardi, non come ricompensa per meriti innegabili.
Il finale è immaginabile non certo nella malinconia di Arkadij che rimane solo, orfano del povero Vasja. Le ultime frasi sono dedicate alla fidanzata, che ha poca parte nella storia se non come innesco alla follia ed è con lei che si chiude il racconto
Dostoevskij rimane campione indiscusso nel tratteggiare l’animo umano, i suoi tormenti, le fini perversioni. Dopo essere stati trascinati nel delirio nevrotico di Vasja e aver vissuto la solerte – forse eccessiva – sollecitudine di Arkadij, rimaniamo abbandonati ad una tristezza crepuscolare.

(Nonostante Dostoevskij, la pasta era al dente!)
 

 

martedì 17 settembre 2013

La donna è un'isola

La quarta di copertina strizza l’occhio al lettore che si aggira tra le tante proposte dei book stores senza sapere bene cosa comprare e spesso facendosi influenzare dalle brevi frasi sulla bandella che avvolge il libro. Se mi fossi soffermata a leggerne il breve riassunto, sarei andata oltre; per fortuna la mia scelta è frutto di un lavoro a monte di lettura e ricerca in blog e siti specializzati. E’ raro quindi che il libro mi deluda e che lo chiuda dopo poche pagine. E poi deve essere “tuttaltro”, il che non è semplice!
L’essenza di questo romanzo è all’inizio, in quel capitolo zero che merita una rilettura dopo essere arrivati alla fine. La storia mi è piaciuta molto per lo stile narrativo e l’ironia, presente soprattutto nella prima parte, quel descrivere e rapportarsi con un bambino sordo, figlio della sua amica mezza sciroccata che, in prossimità di un parto gemellare, pensa bene di affidarlo a lei; pur essendo una traduttrice e conoscendo quasi tutte le lingue del mondo, la protagonista è completamente all’oscuro del linguaggio dei segni e per la prima volta si trova a non capire e a non farsi capire.
Parlare di disabilità con ironia non è semplice. Per poterlo fare senza cadere nel ridicolo e nel macchiettistico, occorre essere stati già travolti dal dolore, dalla disperazione più vera, dall’ammissione della propria fragilità, per risalire la china e estraniarsi da tutto il contesto, ponendosi in alto a guardare quell’io dibattersi nel quotidiano, senza più avvertire la benché minima sofferenza e riuscendo a trovarne il lato comico. In questo ambito Jean-Louis Fournier rimane un campione indiscusso.
“La donna è un’isola” (e io mi sento parte di un più vasto arcipelago) è il racconto di un viaggio, vero e metaforico, alla ricerca e comprensione di sé, nelle peggiori condizioni possibili: un bambino disabile con grossi problemi di comunicazione, una natura selvaggia e impervia da attraversare, il “ricicciare” del ex-marito deluso dalla donna con la quale ha avuto una figlia, altri uomini incontrati durante il percorso (tre in poco più di trecento chilometri), una madre che non manca di consigliarla secondo lo standard non accettando il fatto che anche sua figlia è in qualche maniera diversa. 
Nel libro ci sono spesso riferimenti al cinema italiano e alla mediterraneità in genere: si parla di Fellini, di “La vita è bella”. La cosa non dovrebbe stupire se come popolo fossimo coscienti del grande patrimonio culturale che possediamo, ma spesso occorre che qualcun altro ce lo faccia capire per far riaffiorare l’atavico orgoglio
Bellissimo il passo in cui viene fatto un paragone tra il bambino e due aspetti del ruolo dell’attore Certe volte Tumi se ne rimane seduto immobile per un tempo indefinito (…) Fa pensare a un attore impassibile dei tempi del muto, poi invece eccolo trasformarsi in un mimo da paesi mediterranei, con l’espressione del viso che cambia cento volte al secondo, le mani a comporre figure che io ancora non sono riuscita a imparare. Solo così poteva essere descritta la frenesia che prende chi è sordo dalla nascita e vuole comunicare con il mondo. In questo ne ho un ricordo chiaro che risale alla mia infanzia e all’amicizia con una bambina sordo-muta.
Questa scrittrice, dal nome piuttosto complicato, è una voce nuova nella letteratura che non mancherò di seguire.

sabato 7 settembre 2013

Wonder: sei un fenomeno!

Ancora una volta la casa editrice Giunti esce con un libro veramente bello, a partire dalla copertina con quella bandella che diventa un comodo segnalibro.
Il progetto editoriale nasce dopo l’incontro dell’autrice con una bambina affetta da una malattia rara: la disostosi mandibolo-facciale che provoca una grave deformazione del volto.
Si trovava al parco con il figlio più piccolo; appena l’ha vista, d’istinto, si è allontanata per paura che il bambino si potesse spaventare o, peggio, dire qualcosa. Alle sue spalle ha sentito la mamma della ragazzina che diceva che era giunto il momento di andarsene con la calma e forse la rassegnazione di chi subisce comportamenti del genere ogni giorno della propria vita.
La storia è quella di August che per la prima volta frequenta una scuola pubblica. Finchè aveva potuto, la madre gli aveva fatto da insegnante ma, all’arrivo delle medie, aveva deciso, non senza tante incertezze e ripensamenti, che era giunto per lui il momento di stare con gli altri.
Il suo inserimento sociale viene raccontato da diversi punti di vista, compreso quello di August stesso. Lo stile narrativo abbraccia intere generazioni e il romanzo è veramente per tutti, grandi e piccoli. Le varie voci narranti permettono di poter trovare quella più vicina al nostro sentire.
Personalmente ho ritrovato molti punti in comune con Olivia, la sorella, divisa sempre tra sentimenti contrastanti: l’amore viscerale per il fratello e l’insofferenza di doversi trovare accomunata allo stesso destino di discriminazione sociale. Non è facile per un’adolescente e ancor meno per una donna di 54 anni.