È il primo libro sulla guerra che leggo. Avevo trovato
una recensione in rete accompagnata dall’elenco dei premi che ha già ricevuto:
questo è stato sufficiente per comprarlo; poi l’incipit, quelle quindici righe
fondamentali che caratterizzano l’opera, lo stile, l’anima stessa dello
scrittore. È perciò stato amore viscerale.
La storia è di quelle che non lasciano indifferenti il
lettore, certo immaginiamo quanto possa essere disumana, atroce, orribile la
guerra ma sono solo pensieri sparsi, frutto di reportage giornalistici o di
film che hanno fatto la storia del cinema.
Ricordo che dopo aver visto Platoon avevo pensato che, per esigenze di spettacolarizzazione, il
regista avesse calcato la mano. Questo librò dà un’ulteriore testimonianza,
come un coltello che affonda nella carne piagata.
I ragazzi affetti da disturbo post-traumatico da stress
sono tanti e non c’è bisogno di andare a cercare tanto lontano. Quello che
succede una volta ritornati a casa non è mai argomento di inchieste ed
approfondimenti a mano che non succeda qualcosa di eclatante. A quel punto si
accendono i riflettori e parte il grande circo mediatico che macina tutto,
lasciando pochi scarti.
Yellow birds è
un libro sulla pace perché la vittoria conquistata avviene sempre al prezzo di
barbarie inimmaginabili, atti che nessun essere umano pensa di essere in grado
di fare e che lasciano un segno indelebile, il tarlo che rode il cervello.
Quelli che tornano sono spesso morti, anche se ancora
camminano
Un pensiero al giorno
La gente di ogni parte del mondo oggi cerca la soluzione del problema umano nel progresso scientifico, nel successo politico, professionale e nell'immediata soddisfazione dei bisogni e delle passioni. Accade perciò che, mentre ciascuno invano cerca di difendersi egoisticamente dal sacrificio e dal dolore, in realtà provoca situazioni di inaudita sofferenza a se stesso e agli altri. E' un assurdità, ma costituisce la logica comune. (Anna Maria Cànopi)
venerdì 25 ottobre 2013
domenica 22 settembre 2013
Cuore debole
Sono ancora alle prese con il libro di Pamuk, “Il signor
Cevdet e i suoi figli”, 700 pagine belle ed impegnative, ma questo non mi
impedisce di leggere qualcos’altro nei ritagli di tempo.
Ieri, mentre aspettavo che la pasta bollisse, ho cominciato a leggere, e poi finito dopo pranzo, “Cuore debole” di Dostoevskij.
Rispetto ad altri suoi racconti, questo ha una struttura che si presta benissimo alla messa in scena teatrale (una ricerca veloce in internet me lo ha poi confermato).
Può la felicità essere causa di tormento dell’animo fino ad arrivare alla pazzia? E’ possibile soprattutto quando si è convinti di non meritarlo, di non essere all’altezza di una tale fortuna. Non posso non fare una piccola divagazione personale pensando a mia figlia Benedetta che, nonostante la malattia rara di cui è affetta, nonostante la disabilità visibile per centinaia di angiofibromi sparsi sul volto, ha una considerazione di sé che nessuna insinuazione od occhiata curiosa della gente è in grado di scalfire. Incarna al femminile la celebre frase del Marchese del Grillo: “Io so io e voi non siete un cazzo!”
Ma torniamo al racconto.
Vasja e Arkadij Ivanovič sono due amici. L’autore spiega fin da subito il perché dell’uso del diminutivo per il primo rispetto al nome intero, altisonante per il secondo. Indubbiamente esiste una differenza di ceto ma non è solo questo perché, vuoi per le espressioni gergali, vuoi per alcuni dettagli, si riesce anche solo con pochi indizi ad avere ben chiara nella mente la loro fisionomia. Si viene subito catapultati nella scena, nella casa dei due giovani e poi fuori per strada, insieme a Arkadij, alla ricerca di Vasja
L’amicizia tra loro è qualcosa di più; lo si evince dall’esclamazione più volte ricorrente in Vasja “Colombello mio!” e in altre frasi che si scambiano.
Che sia questa bisessualità uno dei motivi che spingono Vasja nel vortice della nevrosi? Io non lo escluderei.
Il giorno di Capodanno Vasja comunica all’amico di essersi innamorato e di volersi sposare. La notizia trova Arkadij impreparato, si percepisce la sorpresa e forse il disappunto ma la rassicurazione, quasi la richiesta implorante di Vasja di vivere tutti e tre sotto lo stesso tetto, lo rincuora.
Già qualcosa turba l’animo di Vasja; non lo si capisce immediatamente perché è un fiume in piena di parole ed emozioni. Dopo un po’ si scopre che la gratifica sul lavoro è il motivo principale della sua discesa nella follia. Il compenso straordinario avuto dal padrone viene vissuto come generosità nei suoi riguardi, non come ricompensa per meriti innegabili.
Il finale è immaginabile non certo nella malinconia di Arkadij che rimane solo, orfano del povero Vasja. Le ultime frasi sono dedicate alla fidanzata, che ha poca parte nella storia se non come innesco alla follia ed è con lei che si chiude il racconto
Dostoevskij rimane campione indiscusso nel tratteggiare l’animo umano, i suoi tormenti, le fini perversioni. Dopo essere stati trascinati nel delirio nevrotico di Vasja e aver vissuto la solerte – forse eccessiva – sollecitudine di Arkadij, rimaniamo abbandonati ad una tristezza crepuscolare.
Ieri, mentre aspettavo che la pasta bollisse, ho cominciato a leggere, e poi finito dopo pranzo, “Cuore debole” di Dostoevskij.
Rispetto ad altri suoi racconti, questo ha una struttura che si presta benissimo alla messa in scena teatrale (una ricerca veloce in internet me lo ha poi confermato).
Può la felicità essere causa di tormento dell’animo fino ad arrivare alla pazzia? E’ possibile soprattutto quando si è convinti di non meritarlo, di non essere all’altezza di una tale fortuna. Non posso non fare una piccola divagazione personale pensando a mia figlia Benedetta che, nonostante la malattia rara di cui è affetta, nonostante la disabilità visibile per centinaia di angiofibromi sparsi sul volto, ha una considerazione di sé che nessuna insinuazione od occhiata curiosa della gente è in grado di scalfire. Incarna al femminile la celebre frase del Marchese del Grillo: “Io so io e voi non siete un cazzo!”
Ma torniamo al racconto.
Vasja e Arkadij Ivanovič sono due amici. L’autore spiega fin da subito il perché dell’uso del diminutivo per il primo rispetto al nome intero, altisonante per il secondo. Indubbiamente esiste una differenza di ceto ma non è solo questo perché, vuoi per le espressioni gergali, vuoi per alcuni dettagli, si riesce anche solo con pochi indizi ad avere ben chiara nella mente la loro fisionomia. Si viene subito catapultati nella scena, nella casa dei due giovani e poi fuori per strada, insieme a Arkadij, alla ricerca di Vasja
L’amicizia tra loro è qualcosa di più; lo si evince dall’esclamazione più volte ricorrente in Vasja “Colombello mio!” e in altre frasi che si scambiano.
Che sia questa bisessualità uno dei motivi che spingono Vasja nel vortice della nevrosi? Io non lo escluderei.
Il giorno di Capodanno Vasja comunica all’amico di essersi innamorato e di volersi sposare. La notizia trova Arkadij impreparato, si percepisce la sorpresa e forse il disappunto ma la rassicurazione, quasi la richiesta implorante di Vasja di vivere tutti e tre sotto lo stesso tetto, lo rincuora.
Già qualcosa turba l’animo di Vasja; non lo si capisce immediatamente perché è un fiume in piena di parole ed emozioni. Dopo un po’ si scopre che la gratifica sul lavoro è il motivo principale della sua discesa nella follia. Il compenso straordinario avuto dal padrone viene vissuto come generosità nei suoi riguardi, non come ricompensa per meriti innegabili.
Il finale è immaginabile non certo nella malinconia di Arkadij che rimane solo, orfano del povero Vasja. Le ultime frasi sono dedicate alla fidanzata, che ha poca parte nella storia se non come innesco alla follia ed è con lei che si chiude il racconto
Dostoevskij rimane campione indiscusso nel tratteggiare l’animo umano, i suoi tormenti, le fini perversioni. Dopo essere stati trascinati nel delirio nevrotico di Vasja e aver vissuto la solerte – forse eccessiva – sollecitudine di Arkadij, rimaniamo abbandonati ad una tristezza crepuscolare.
(Nonostante Dostoevskij, la pasta era al dente!)
martedì 17 settembre 2013
La donna è un'isola
La quarta di copertina strizza l’occhio al lettore che si
aggira tra le tante proposte dei book stores senza sapere bene cosa comprare e
spesso facendosi influenzare dalle brevi frasi sulla bandella che avvolge il
libro. Se mi fossi soffermata a leggerne il breve riassunto, sarei andata
oltre; per fortuna la mia scelta è frutto di un lavoro a monte di lettura e
ricerca in blog e siti specializzati. E’ raro quindi che il libro mi deluda e
che lo chiuda dopo poche pagine. E poi deve essere “tuttaltro”, il che non è
semplice!
L’essenza di questo romanzo è all’inizio, in quel capitolo zero che merita una rilettura dopo essere arrivati alla fine. La storia mi è piaciuta molto per lo stile narrativo e l’ironia, presente soprattutto nella prima parte, quel descrivere e rapportarsi con un bambino sordo, figlio della sua amica mezza sciroccata che, in prossimità di un parto gemellare, pensa bene di affidarlo a lei; pur essendo una traduttrice e conoscendo quasi tutte le lingue del mondo, la protagonista è completamente all’oscuro del linguaggio dei segni e per la prima volta si trova a non capire e a non farsi capire.
Parlare di disabilità con ironia non è semplice. Per poterlo fare senza cadere nel ridicolo e nel macchiettistico, occorre essere stati già travolti dal dolore, dalla disperazione più vera, dall’ammissione della propria fragilità, per risalire la china e estraniarsi da tutto il contesto, ponendosi in alto a guardare quell’io dibattersi nel quotidiano, senza più avvertire la benché minima sofferenza e riuscendo a trovarne il lato comico. In questo ambito Jean-Louis Fournier rimane un campione indiscusso.
“La donna è un’isola” (e io mi sento parte di un più vasto arcipelago) è il racconto di un viaggio, vero e metaforico, alla ricerca e comprensione di sé, nelle peggiori condizioni possibili: un bambino disabile con grossi problemi di comunicazione, una natura selvaggia e impervia da attraversare, il “ricicciare” del ex-marito deluso dalla donna con la quale ha avuto una figlia, altri uomini incontrati durante il percorso (tre in poco più di trecento chilometri), una madre che non manca di consigliarla secondo lo standard non accettando il fatto che anche sua figlia è in qualche maniera diversa.
Nel libro ci sono spesso riferimenti al cinema italiano e alla mediterraneità in genere: si parla di Fellini, di “La vita è bella”. La cosa non dovrebbe stupire se come popolo fossimo coscienti del grande patrimonio culturale che possediamo, ma spesso occorre che qualcun altro ce lo faccia capire per far riaffiorare l’atavico orgoglio
Bellissimo il passo in cui viene fatto un paragone tra il bambino e due aspetti del ruolo dell’attore Certe volte Tumi se ne rimane seduto immobile per un tempo indefinito (…) Fa pensare a un attore impassibile dei tempi del muto, poi invece eccolo trasformarsi in un mimo da paesi mediterranei, con l’espressione del viso che cambia cento volte al secondo, le mani a comporre figure che io ancora non sono riuscita a imparare. Solo così poteva essere descritta la frenesia che prende chi è sordo dalla nascita e vuole comunicare con il mondo. In questo ne ho un ricordo chiaro che risale alla mia infanzia e all’amicizia con una bambina sordo-muta.
Questa scrittrice, dal nome piuttosto complicato, è una voce nuova nella letteratura che non mancherò di seguire.
L’essenza di questo romanzo è all’inizio, in quel capitolo zero che merita una rilettura dopo essere arrivati alla fine. La storia mi è piaciuta molto per lo stile narrativo e l’ironia, presente soprattutto nella prima parte, quel descrivere e rapportarsi con un bambino sordo, figlio della sua amica mezza sciroccata che, in prossimità di un parto gemellare, pensa bene di affidarlo a lei; pur essendo una traduttrice e conoscendo quasi tutte le lingue del mondo, la protagonista è completamente all’oscuro del linguaggio dei segni e per la prima volta si trova a non capire e a non farsi capire.
Parlare di disabilità con ironia non è semplice. Per poterlo fare senza cadere nel ridicolo e nel macchiettistico, occorre essere stati già travolti dal dolore, dalla disperazione più vera, dall’ammissione della propria fragilità, per risalire la china e estraniarsi da tutto il contesto, ponendosi in alto a guardare quell’io dibattersi nel quotidiano, senza più avvertire la benché minima sofferenza e riuscendo a trovarne il lato comico. In questo ambito Jean-Louis Fournier rimane un campione indiscusso.
“La donna è un’isola” (e io mi sento parte di un più vasto arcipelago) è il racconto di un viaggio, vero e metaforico, alla ricerca e comprensione di sé, nelle peggiori condizioni possibili: un bambino disabile con grossi problemi di comunicazione, una natura selvaggia e impervia da attraversare, il “ricicciare” del ex-marito deluso dalla donna con la quale ha avuto una figlia, altri uomini incontrati durante il percorso (tre in poco più di trecento chilometri), una madre che non manca di consigliarla secondo lo standard non accettando il fatto che anche sua figlia è in qualche maniera diversa.
Nel libro ci sono spesso riferimenti al cinema italiano e alla mediterraneità in genere: si parla di Fellini, di “La vita è bella”. La cosa non dovrebbe stupire se come popolo fossimo coscienti del grande patrimonio culturale che possediamo, ma spesso occorre che qualcun altro ce lo faccia capire per far riaffiorare l’atavico orgoglio
Bellissimo il passo in cui viene fatto un paragone tra il bambino e due aspetti del ruolo dell’attore Certe volte Tumi se ne rimane seduto immobile per un tempo indefinito (…) Fa pensare a un attore impassibile dei tempi del muto, poi invece eccolo trasformarsi in un mimo da paesi mediterranei, con l’espressione del viso che cambia cento volte al secondo, le mani a comporre figure che io ancora non sono riuscita a imparare. Solo così poteva essere descritta la frenesia che prende chi è sordo dalla nascita e vuole comunicare con il mondo. In questo ne ho un ricordo chiaro che risale alla mia infanzia e all’amicizia con una bambina sordo-muta.
Questa scrittrice, dal nome piuttosto complicato, è una voce nuova nella letteratura che non mancherò di seguire.
sabato 7 settembre 2013
Wonder: sei un fenomeno!
Ancora una volta la casa editrice Giunti esce con un
libro veramente bello, a partire dalla copertina con quella bandella che
diventa un comodo segnalibro.
Il progetto editoriale nasce dopo l’incontro dell’autrice con una bambina affetta da una malattia rara: la disostosi mandibolo-facciale che provoca una grave deformazione del volto.
Si trovava al parco con il figlio più piccolo; appena l’ha vista, d’istinto, si è allontanata per paura che il bambino si potesse spaventare o, peggio, dire qualcosa. Alle sue spalle ha sentito la mamma della ragazzina che diceva che era giunto il momento di andarsene con la calma e forse la rassegnazione di chi subisce comportamenti del genere ogni giorno della propria vita.
Il progetto editoriale nasce dopo l’incontro dell’autrice con una bambina affetta da una malattia rara: la disostosi mandibolo-facciale che provoca una grave deformazione del volto.
Si trovava al parco con il figlio più piccolo; appena l’ha vista, d’istinto, si è allontanata per paura che il bambino si potesse spaventare o, peggio, dire qualcosa. Alle sue spalle ha sentito la mamma della ragazzina che diceva che era giunto il momento di andarsene con la calma e forse la rassegnazione di chi subisce comportamenti del genere ogni giorno della propria vita.
La storia è quella di August che per la prima volta
frequenta una scuola pubblica. Finchè aveva potuto, la madre gli aveva fatto da
insegnante ma, all’arrivo delle medie, aveva deciso, non senza tante incertezze
e ripensamenti, che era giunto per lui il momento di stare con gli altri.
Il suo inserimento sociale viene raccontato da diversi
punti di vista, compreso quello di August stesso. Lo stile narrativo abbraccia
intere generazioni e il romanzo è veramente per tutti, grandi e piccoli. Le
varie voci narranti permettono di poter trovare quella più vicina al nostro
sentire.
Personalmente ho ritrovato molti punti in comune con
Olivia, la sorella, divisa sempre tra sentimenti contrastanti: l’amore
viscerale per il fratello e l’insofferenza di doversi trovare accomunata allo
stesso destino di discriminazione sociale. Non è facile per un’adolescente e
ancor meno per una donna di 54 anni.giovedì 29 agosto 2013
Forse sogno di vivere, ovvero come sopravvivere all'orrore
Il 15 aprile 1945 il campo di Bergen Belsen venne
liberato dagli alleati. Ospitava 40.000 prigionieri stipati in 200 capannoni,
ognuno dei quali poteva contenere solo 100 persone; invece più di 1000 erano
letteralmente buttati lì a morire di fame, tra i liquami delle loro feci e
quelli dei cadaveri in decomposizione.
Circa 4000 prigionieri erano
malati, colpiti dal tifo, ma ne morirono più di 11.000 nelle due settimane
successive alla liberazione perché non più abituati ad alimentarsi; il carico
proteico e calorico di una semplice zuppa di latte e patate non era sopportato
da un corpo che era privo di cibo e acqua da settimane (altro che i sei giorni
dichiarati dalle SS!).
Il libro “Forse sogno di vivere”
è la testimonianza di Ceija Stojka che all’epoca aveva 11 anni e si trovava lì
da soli 4 mesi: fu probabilmente questo la sua salvezza.
Non voglio farne la recensione perché
rischierei di cadere nella retorica e nel ridicolo. Mi limito a inserire i
brani che mi hanno più colpito, lasciando ad ognuno la riflessione.
Non appena fummo arrivati dietro quel filo spinato, che era nuovo di
zecca e scintillava al sole, il nostro sguardo fu catturato subito dai morti.
Col petto squarciato, erano stati scavati all’interno, avevano solo le costole
e la pelle, erano completamente privi delle interiora, che cioè erano state
strappate da altri esseri umani, e quegli altri esseri umani li avevano
mangiate
Se non ci fossero stati i morti ci saremmo assiderati. Mia madre ha
detto: «Meglio
infilarsi tra i morti, non c’è vento e tanto tu non hai paura!»
Dunque mi ci sono infilata, la testa all’esterno e i piedi all’interno. Faceva
un bel caldo, lì in mezzo.
Abbiamo mangiato anche stringhe e inghiottito terra. se non c’è più
niente mangi tutto, anche dei vecchi stracci (…) La maggior parte delle donne
non avevano più coperte perché si erano mangiate l’ultima che avevano.
Ho ricavato l’acqua dal filo spinato. Hai visto la goccia, la raggiungi
con la bocca e non appena hai in bocca la prima, si è separata dalle altre e ci
è scivolata la successiva. Un sorso succoso, bello. Ha fatto così la maggior
parte delle donne. Altrimenti non saremo riusciti a sopravvivere.
E’ strano, ma io ho provato compassione anche per i nazisti. Erano
esseri umani pure loro. E il sangue ha circolato nel loro cuore proprio come
nel nostro. L’unica differenza è stata che da noi ha circolato un po’ più
velocemente perché abbiamo avuto sempre paura.
«Credi che
questi siano individui normali?» ha detto. «Ma
mamma, non sanno niente di quello che è successo!» ho detto
io. «Non
ci credo» sono state le sue parole «è
impossibile! L’odore deve essergli arrivato!»
mercoledì 28 agosto 2013
La banda degli invisibili
Alcune volte è bene stravolgere gli schemi.
Tuttaltrilibri nasce dall’esigenza di far conoscere
storie particolari, di autori più o meno noti, spesso fuori dai normali circuiti
librai-circoli-blog; sono storie di difficoltà, sofferenza, discriminazione,
mancanza di libertà e questo libro di Fabio Bartolomei merita di farne parte perché
racconta una fetta della popolazione che vive nell’ombra, dimenticata ed
esclusa perché ritenuta inutile.
“La banda degli invisibili” è un romanzo delizioso e
molto divertente. Dopo tanti anni, precisamente dalla lettura de “La
concessione del telefono” di Camilleri, mi sono ritrovata a ridere fragorosamente
in pubblico, mentre ero nella sala d’attesa di un medico. Credo che questa mia
reazione spontanea sia stata la migliore pubblicità possibile e sono certa che
qualcuno sia poi corso in libreria.
La storia è paradossale, ma non impossibile. Un gruppo di
anziani, alcuni ex-partigiani, di quelli che hanno lottato per un’Italia che
non li rappresenta più, decide di rapire Silvio Berlusconi per potergli
estorcere delle scuse pubbliche, una lunga lista che comprende anche la
ritrattazione della sua fama di grande amatore.
Il piano viene studiato nei dettagli e spesso modificato;
la sua preparazione li impegna per gran parte della giornata: già solo questo
basta a farli sentire vivi. Cominciano con il seguire una dieta, fare attività
fisica e uno di loro, come fioretto - c’è ancora qualcuno che li fa! - smette
di bere.
Angelo è la voce narrante e il progressivo riscatto nei
riguardi dei parenti che lo considerano un vecchio rimbambito e lo vanno a
trovare raramente è scandito dalle modifiche del testamento. Migliori sono
consapevolezza e autostima, meno viene lasciato loro in eredità.
La bravura dell’autore è stata quella di aver
rappresentato fedelmente l’universo della terza e anche della quarta età.
Esilaranti le gag messe in atto contro privilegi, arroganze e malcostume in
genere. Fantastica l’idea di spedire al padrone la cacca del cane lasciata sul
marciapiede o nei giardini pubblici (quasi quasi ci faccio un pensierino!)
Mano mano che procedevo nella lettura ho ritrovato molti
atteggiamenti che vedevo in mio nonno, prima, e mio padre, dopo. Entrambi
avevano fatto la guerra combattendo per ideali che non hanno più ritrovato
nelle generazioni successive, compresa la mia.
A distanza di anni mi sento di condividere molti dei loro
pensieri e qualche volta mi è sfuggita la frase “Ai miei tempi…”
Mi devo preoccupare?
mercoledì 14 agosto 2013
E' più tardi di quanto credi
La bellezza di internet, per chi come me ha frequentato
biblioteche e consultato cataloghi alla ricerca di libri e pubblicazioni,
risiede nella possibilità di trovare, con un semplice click e stando
comodamente a casa con le pantofole ai piedi, romanzi ormai introvabili se non
in piattaforme mondiali di libri antichi e usati.
Di Gilbert Cesbron, scrittore di ispirazione cattolica,
avevo letto da ragazzina “Cani perduti senza collare”, rimanendo profondamente
colpita. Forse è proprio da lì che è partita la mia scelta di ricercare storie
particolari, controcorrenti, che sapessero descrivere bene, in pienezza, ogni
emozione senza tirarsi indietro, avendo il coraggio di dare anche parte di sé.
“E’ più tardi di quanto credi” è un romanzo pubblicato
nel 1967 e che affronta il problema dell’eutanasia; sicuramente una scelta
coraggiosa, oltre che difficile per chi deve congeniare un credo con la realtà
della vita.
Il matrimonio di Gianni e Gianna è apparentemente felice,
mancherebbe solo un figlio ma è una decisione che imporrebbe la re-iscrizione
della loro unione con Gianni in un ruolo di maggiore responsabilità.
Questo loro idillio viene ad essere minato nel profondo
dalla scoperta di Gianna di avere il cancro al seno. Comincia così una
terribile recita, con lei che si sente colpita nella sua più profonda essenza
(ricordo che nel 1967 si operava una mastectomia radicale senza ricostruzione)
e mantiene questo terribile segreto con la complicità di Gianni che è a
conoscenza di tutto e rifiuta di considerare l’eventualità di perderla.
Aggredita dal male, Gianna tenta il suicidio prima che il
cancro possa trasformarla in una larva. Viene salvata in extremis dal marito ma
comincia ad insinuarsi in lui l’idea di assecondarne la richiesta di eutanasia.
Gianni entra così in un vortice. Per la prima volta si trova a dover decidere
senza demandare ad altri e sceglie il male minore per lui o la soluzione più
giusta, dipende da che parte si voglia leggere questo finale, se con spirito
cristiano o laico. Tormentato dai sensi di colpa, cercherà un sollievo nella
giustizia umana ma sarà solo con la fede e con il soccorso ai malati terminali
che ritroverà la pace.
Bellissimo romanzo per l’audacia di raccontare un
problema che ra tabù in quegli anni. La parola cancro veniva solo sussurrata, mai detta apertamente per paura di
esserne colpiti. Si moriva, e ancora si muore, per una lunga malattia o per un
brutto male e parlare di morte dignitosa nel lontano 1967 rende questo
lavoro meritevole di una riedizione.
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